CRONOLOGIA “CASO GLADIO”: fatti e misfatti!

    08/11/90     PCM Andreotti relaziona al Senato. Il Gen Serravalle partecipa in TV a “Samarcanda”
 

SENATO DELLA REPUBBLICA

X LEGISLATURA

 449ª SEDUTA PUBBLICA

RESOCONTO STENOGRAFICO

GIOVEDÌ 8 NOVEMBRE 1990.

(Pomeridiana)

 

Presidenza del presidente SPADOLINI

INDICE

 

* ANDREOTTI, presidente del Consiglio dei ministri . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . ., Pag. 30

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* ANDREOTTI, presidente del Consiglio dei ministri. Signor Presidente, onorevoli senatori, non seguirò, nel parlare in Senato di un argomento così importante, la chiassosa e rissosa metodologia di chi, fuori di qui, insinua sospetti e lancia accuse senza preoccuparsi neppure di attendere l'esito di un minimo di verifiche, e di quanti sfruttano ogni argomento per una lotta politica senza quartiere, non fermandosi quindi neanche dinanzi all'offesa che fanno al buon nome della nostra nazione pur di cercar di colpire  senza limiti di livelli, di funzioni e di persone gli avversari politici.

Quanti tra noi, partiti e persone, ebbero la saggezza e il coraggio di collaborare per impedire all'Italia del dopoguerra di cadere nel precipizio delle avventure, che quella che chiamavamo allora,  e davvero non con gioia  «l'altra Europa» ha faticato decenni per superare e scrollarsi di dosso, non possono non reagire dinanzi ad un tentativo non solo di oblio ~ e passi ~ ma di ribaltamento della realtà. (Vivi applausi dal centro). Dobbiamo tutti essere abbastanza umili per non crederci perfetti e immuni da errori, ma non siamo noi, onorevole Pecchioli, non è lo Stato democratico ad aver bisogno di una rifondazione.

Non mi rifaccio davvero ad una situazione del passato, oggi così mutata, per riaccendere polemiche tra di noi, anzi, ritengo che la progressiva convergenza che si è andata formando tra i Gruppi politici e che portò all'approvazione, anche con la firma ed il voto del Gruppo comunista, da parte del Senato il 19 ottobre e della Camera il 10 dicembre 1977, di un ordine del giorno in cui il Patto Atlantico e la Comunità economica europea sono definiti «termini di riferimento essenziali della politica estera italiana», costituisca un traguardo prezioso, che sarebbe insensato compromettere.

Non siamo dunque noi ad aver voluto questa ricostruzione di un lungo cammino, che ha portato dall'insicurezza alla pace, dalla guerra fredda alla distensione e alla cooperazione internazionale. Posso assicurarle, senatore Fiori ~ non so chi abbia detto che si vuole dimenticare il passato, magari con delle compensazioni ~ che noi non vogliamo dimenticare il passato.

Un'organizzazione riservata, creata per l'ipotesi di un'invasione nemica del nostro territorio, può anche apparire oggi e lo dirò superata, ma questo riferimento va inquadrato in un preciso momento storico, in un clima di drammatiche tensioni in Europa, che avevano, subito dopo la fine del secondo conflitto mondiale, come punti di frizione Berlino, la Polonia, la Cecoslovacchia e gli stessi nostri confini orientali. Dobbiamo tener presente quella situazione, che definirei nè di pace nè di guerra e che implicava una sfida mondiale in cui la minaccia, fosse essa militare, politica o economica, configurava quella che Bernard Baruch cominciò a chiamare, fin dal 1947, «guerra fredda». Nel 1947, appunto, il Presidente Truman aveva offerto l'aiuto militare degli Stati Uniti d'America alla Turchia e alla Grecia; al febbraio dell'anno successivo risale il colpo di Stato a Praga e lo stesso 1948 vide il blocco di Berlino. Non era temeraria la preoccupazione di una terza guerra mondiale.

Alla domanda di che cosa avrebbero fatto i comunisti, se l'esercito sovietico avesse occupato Parigi, Thorez, parlando nel 1948, cioè dopo la riunione costitutiva del Cominform tenutasi in Polonia, parlando dinanzi al Comitato centrale del suo partito, così rispondeva: «Potrebbero i lavoratori, potrebbe il popolo di Francia comportarsi verso l'esercito sovietico in modo diverso da come si sono comportati i lavoratori e i popoli di Polonia, di Romania e di Jugoslavia?» Potete dire che queste sono parole di Thorez, ma debbo fare un'ulteriore citazione che altre volte ha provocato un po' di chiasso e che spero non lo produca adesso, anche perchè abbiamo un elemento in più per poterla confermare.

Vorrei ricordare a chi sembra oggi avere la memoria un pò corta, e vorrei ricordarlo non sulla stregua di documenti, ma in base all'esperienza personalmente vissuta, quella che fu nei primi mesi a cavallo tra il 1947 e il 1948 l'iniziativa sovietica di ricostituzione di una Internazionale comunista, vale a dire del Cominform. Ricordo che allora vi fu una smentita: il documento pubblicato in Francia fu dichiarato nel corso della campagna elettorale (e lo capisco) falso. Ma successivamente uno dei due comunisti italiani che aveva partecipato alla riunione, Eugenio Reale, pubblicò questo documento in un libro importante, così come pubblicò il discorso che Longo aveva fatto in quella circostanza.

Certo, può darsi anche (voglio essere non dico generoso, ma obiettivo) che fosse un elemento necessario, perchè gli altri comunisti - e gli jugoslavi allora erano in testa - criticavano i comunisti italiani perchè erano usciti dalla coalizione di Governo. Può darsi quindi che avessero bisogno di riaccreditarsi. Tuttavia vorrei citare tra virgolette quello che ha scritto Eugenio Reale: «Il discorso di Longo non fu diverso da quello di Duclos: freddo, arido, forzatamente e ostentatamente ottimista. Com'è nel temperamento, nei particolari gusti ed interessi di Longo, egli indugiò sulle benemerenze dei comunisti nella guerra partigiana,» (e questo è giustissimo) «sulla preparazione» (e questo è meno giusto) «militare di speciali squadre apprestate dal partito per la famosa ora x, sulla quantità e dislocazione delle riserve di armi lubrificate e pronte per la prossima insurrezione».

Lo stesso Eugenio Reale (e termino la citazione) ricorda che «gli obiettivi principali di quella conferenza, cioè la riaffermazione della inevitabilità della dittatura di un solo partito con tutte le sue conseguenze, la condanna della via democratica al socialismo e la lotta senza quartiere contro il piano Marshall degli americani furono perfettamente raggiunti».

Altre volte che ho fatto questa citazione qualcuno mi ha contestato avanzando delle perplessità. Però nessuno allora poteva dire che Reale non fosse un comunista a 24 carati, altrimenti non sarebbe stato mandato a una riunione così importante. Mi contestavano, dati gli eventi successivi, che quella citazione potesse essere giusta.

Siate prudenti nello smentire, perchè oggi i nuovi dirigenti dell'Est europeo confermano testualmente quei protocolli. (Vivaci commenti dal!' estrema sinistra).

Vi ringrazio di non avermi interrotto come altre volte. (Vivaci commenti dall'estrema sinistra). Se mi lasciate arrivare alla fine, credo di essere abbastanza obiettivo, anche se qualche volta -  e lei, senatore Pecchioli, me ne ha dato atto -  posso...

POLLICE. L'essenziale, signor Presidente, è che lei parli di ciò che è accaduto dal 1970 in poi.

PRESIDENTE. Senatore Pollice, lasci parlare il Presidente del Consiglio.

ANDREOTTI, presidente del Consiglio dei ministri. Senatore Pollice, lei sicuramente non sarà soddisfatto, perchè ha detto prima che non lo sarà fino a che noi o ce ne andiamo o addirittura ci impicchiamo. Non posso contentarla certamente in questo. (Ilarità dai banchi del Governo).

Ricordo il discorso pronunciato proprio in quest’Aula il 29 luglio 1949 dal presidente De Gasperi in occasione del dibattito sulla nostra partecipazione all'Alleanza Atlantica. «Abbiamo ragionato» - diceva De Gasperi - «secondo una visione generale di interessi, questo l'ho spiegato un'altra volta proprio al Senato. Alla fine siamo arrivati a questa conclusione con una concessione: che si tratta di uno stato di necessità fuori del quale non c'è altra via di salvezza per l'Italia. Questa è la condizione generale».

Rivolto alle opposizioni, aggiungeva: «...io davvero non vedrei via di uscita per questo popolo italiano che da tre anni, mentre voi andate dicendo che precipita sempre più in basso, nella dignità e nella vergogna, da tre anni sale, ascende economicamente e politicamente».

Nessuno in quegli anni così lontani poteva giudicare logico neppure un nostro neutralismo ed era stato lo stesso Stalin a dirlo al leader del Partito socialista Pietro Nenni, che lo riferì lealmente a De Gasperi.

Chi può negare oggi, anche alla stregua delle esperienze dell'Est, che il progresso e la crescita della nostra nazione dal dopoguerra sono legati a quella scelta illuminata?

In queste circostanze si colloca un promemoria del 1951 per il Capo di stato maggiore della difesa nel quale l'allora Capo del servizio informazioni delle Forze armate prospettava la creazione di una organizzazione per raccogliere informazioni e compiere azioni di contrasto nel territorio nazionale in caso di occupazione nemica. Nello stesso promemoria era scritto che analoghe organizzazioni erano già «completamente a punto» in altri paesi alleati.

Veniamo al 1956, l'anno dei fatti di Ungheria. In occasione della discussione delle comunicazioni del Governo, il Senato aveva approvato il 29 novembre un ordine del giorno nel quale veniva ribadito l'impegno a favorire, mediante iniziative idonee, l'idea di una comunità di Stati europei quale condizione per il ripristino dell'indipendenza e della libertà dei popoli sui quali gravava la pesante ipoteca della dittatura. L'ordine del giorno concludeva dando questa ulteriore direttiva di politica estera: «consolidamento e rafforzamento dell' Alleanza atlantica come efficiente baluardo di difesa della libertà e indipendenza dei popoli ad essa aderenti e come strumento di cooperazione e di mutua solidarietà per il loro progresso economico e sociale».

Alla fine del 1956, anno in cui - è bene ricordarlo - la situazione di guerra fredda tra i blocchi tornò ad essere particolarmente acuta, risale la sottoscrizione di un'intesa tra il servizio informazioni delle Forze armate ed il servizio informazioni americano per una collaborazione organica in vista di operazioni in comune in territorio italiano se occupato dal nemico. Quest’intesa non costituiva certo un episodio isolato. Verso la fine degli anni quaranta, infatti, era stata creata in tutti i paesi dell'Europa occidentale, che avrebbero potuto essere probabili obiettivi di un attacco sovietico, quella che nel gergo del mestiere veniva chiamata «Stay Behind», una rete riservata di dirigenti e di rifornimenti già preparata e pronta ad entrare in azione qualora forze nemiche avessero occupato militarmente il territorio.

Vorrei a questo punto sgomberare il campo dall’errore di definire la collaborazione con gli americani, che del resto era stata essenziale per sconfiggere il nazismo, come soggezione, per non dire sudditanza delle nazioni europee occidentali all'alleato americano. L'Alleanza atlantica era nata per prevenire la guerra, ma la preoccupazione allora di Washington di fronte al rischio - che non poteva essere sottovalutato da parte di chi non voleva fare la fine dei paesi dell’Est - di una invasione sovietica era anche quella di poter giocare, per così dire, di anticipo, riducendo cioè al minimo i rischi dei quali era stata fatta una amara esperienza durante la seconda guerra mondiale, rischi derivanti dal dover organizzare, armare e rifornire i movimenti della Resistenza ad invasione avvenuta.

Un'altra osservazione va fatta. Questa struttura, nata a seguito del ricordato promemoria del 1951, era organizzata dai nostri servizi di informazione militare non per frutto di una scelta estemporanea. Va infatti tenuto presente che negli anni della guerra di liberazione, dal 1943 al 1945, era operante nell'ambito del vecchio servizio una sezione, chiamata «Sezione Calderini», il cui compito era proprio quello di organizzare, in collegamento con gli alleati, operazioni di supporto alla Resistenza italiana.

Le circostanze della guerra fredda avevano dunque consigliato di rispolverare, adattandole alle nuove esigenze, intese nate nel corso dell'ultima guerra a fianco degli alleati.

Nel 1959 l’Italia veniva invitata a far parte, su richiesta della Francia, di un Comitato, costituito nell'ambito dello SHAPE nel 1951, di cui erano già membri i nostri maggiori alleati, avente come compito quello di programmare e di. coordinare le attività della resistenza attiva.

Così la struttura riservata italiana che assunse, come sapete, la denominazione in codice di «Gladio», confluì progressivamente, per effetto delle direttive disposte in sede di Alleanza e volte a disciplinarne l'impiego in caso di guerra, in un'organizzazione strettamente collegata alla pianificazione militare dell'Alleanza stessa. Ma, è bene precisarlo, le finalità della struttura erano di carattere prettamente militare anche se perseguite attraverso il ricorso a metodologie e tecniche diverse dalle

normali strategie e tattiche delle Forze armate regolari.

Si trattava, insomma, di attività di contrasto che erano contemplate nei piani generali di difesa del territorio previsti dalla maggior parte delle nazioni europee. Tali attività facevano capo a ristretti nuclei di persone capaci di fungere da centri di coagulo di tutti i patrioti in caso di bisogno. Per questa ragione la struttura riservata, che in fondo si ispirava a modelli mutuati dalla lotta partigiana durante l'ultimo conflitto mondiale, è sempre stata contenuta entro un esiguo limite numerico. Dalla sua costituzione (sono lieto di dirlo al senatore Covi) ne hanno fatto parte 622 unità secondo il prospetto fornitomi dal SISMI. E la circostanza che queste - è importante - fossero per lo più dislocate in Friuli Venezia Giulia, nel Veneto, nel Trentino ed in Lombardia, nelle aree cioè più esposte ai rischi di un'invasione nemica, spiega perché essa non potesse aver alcun punto di contatto con le misure previste per la tutela dell'ordine interno e della sicurezza pubblica e per la stabilità delle istituzioni democratiche.

Osservo altresì che, col mutare delle circostanze, si sono andati modificando anche i programmi addestrativi delle persone impegnate nella operazione, tanto è vero che da qualche anno sono state sospese le esercitazioni per la guerriglia, mentre hanno proporzionalmente acquistato rilievo le attività che, per usare il gergo tecnico, si chiamano di esfiltrazione, cioè attività consistenti nel simulare la messa al sicuro e l'accompagnamento, al di fuori di una zona controllata dal nemico, di personale che non dovrebbe mai cadere in mano all'avversario per la sua posizione o l'elevato livello di conoscenza nel campo militare, politico, tecnico e scientifico. Ma proprio il mutare delle circostanze cui

testè ho fatto cenno spiega anche il progressivo invecchiamento degli appartenenti all'organizzazione. Circa la metà di tali persone risulta infatti nata nel 1930 o negli anni precedenti.

Un punto molto delicato sul quale il Parlamento, come del resto l'opinione pubblica, mostra giustamente una particolare sensibilità è quello della modalità del reclutamento. Questo personale era costituito da agenti operanti nel territorio che per età, sesso ed occupazione avessero buone possibilità di sfuggire ad eventuali deportazioni ed internamenti. Era reclutato sulla base di precisi criteri relativi alla fedeltà alle istituzioni repubblicane, all'idoneità fisica, all'impiego ed alle pregresse esperienze militari. Tale personale veniva sottoposto a periodiche verifiche e, qualora dagli accertamenti compiuti fossero emerse controindicazioni in ordine all'opportunità di mantenere in vita il rapporto di collaborazione con la struttura riservata, il reclutato veniva - per così dire - congelato e per ciò stesso automaticamente escluso dall'attività dell' organizzazione.

A controllo delle assicuräzioni avute dai Servizi, ho chiesto al Capo della polizia e al Comandante generale dell'Arma dei carabinieri di compiere un'ulteriore verifica e ciò nell'intento di raggiungere ogni possibile certezza che dell'organizzazione in parola non abbiano fatto e non facciano parte elementi aventi conti con la giustizia o altre controindicazioni per la sicurezza. Dall’esame dei riscontri incrociati sulle documentazioni raccolte negli schedari del centro elaborazione dati del Dipartimento della pubblica sicurezza e degli archivi degli specifici settori investigativi del Dipartimento stesso e dell' Arma dei carabinieri deputati alla sicurezza, non sono risultati elementi pregiudizievoli.

Nel frattempo abbiamo già preso l'iniziativa di porre sul tavolo dell'organizzazione a Bruxelles una valutazione aggiornata della situazione europea per vedere come e con quali procedure l'organizzazione stessa possa ritenersi, come noi crediamo, superata.

Vorrei ora riferirmi, prima di concludere, a due specifici problemi sollevati in questa sede. Il primo riguarda i depositi distribuiti, a partire dal 1963, in diverse zone dell'Italia settentrionale ed occultati in appositi nascondigli convenzionalmente denominati «Nasco». Essi erano costituiti da materiali selezionati per il particolare impiego cui erano destinati, compresi apparati radio per i collegamenti a breve e a grande distanza. Successivamente, a partire dall'aprile del 1972, per realizzare migliori condizioni di sicurezza venne iniziato il recupero di tutto il materiale che fu, dapprima, accantonato nelle stazioni dei carabinieri vicine ai luoghi di precedente interramento e, in seguito, accentrato presso il centro addestramento guastatori di Alghero e presso il deposito munizioni di Campomela. Le operazioni di recupero, che ebbero termine nel corso del 1973, permisero di ritornare in possesso di 127 contenitori su 139; gli altri non sono stati ancora recuperati per le ragioni illustrate nella relazione inviata alla Commissione stragi. È a questa decisiva svolta che facevo riferimento in occasione della mia audizione dinanzi alla Commissione parlamentare il 3 agosto scorso, allorché dissi che le attività erano proseguite fino al 1972.

 

MACIS. La sua era un'affermazione generale.

 

ANDREOTTI, presidente del Consiglio dei ministri. Era la smobilitazione, io stesso ero convinto che fosse la smobilitazione completa di questo. Comunque, essendo le armi concentrate in Sardegna, certamente di fatto era un inizio di smobilitazione. (Commenti dall'estrema sinistra).

Il secondo punto concerne i finanziamenti. Vorrei precisare al riguardo che il costo del funzionamento della struttura in termini di programmi addestrativi fa capo al Servizio per la sicurezza e le

informazioni militari. Al Comitato parlamentare sui servizi di informazione e sicurezza saranno, come dirò fra poco, forniti tutti gli elementi disponibili.

Vengo ora al problema che pure è stato posto di conoscere perchè il Governo si sia determinato a procedere in materia nel modo in cui ha fatto. Desidero innanzitutto ricordare che il 4 agosto 1989, pochi giorni dopo la mia nomina a Presidente del Consiglio dei ministri, ricevevo una lettera del Presidente del Comitato parlamentare per i servizi di informazione e sicurezza e per il segreto di Stato, lettera che fa riferimento a quella che in apertura di questa seduta il presidente Spadolini ci ha letto e che rispondeva alla richiesta che il presidente del Consiglio De Mita aveva inviato mi pare 8 mesi prima al Comitato stesso. Con tale lettera mi si comunicava che nella seduta del 3 agosto il Comitato aveva ritenuto, all'unanimità, fondata e conforme a legge l'opposizione del segreto di Stato effettuata dal direttore del SISMI in relazione ad una richiesta di esibizione documentale avanzata dal giudice istruttore di Venezia nell'ambito del processo sulla vicenda dell'aereo «Argo 16». Con la stessa lettera mi si comunicava inoltre che il Comitato aveva espresso l'opinione che, nel caso di opposizione del segreto di Stato su fatti e notizie di periodi molto precedenti, era opportuno che il Governo valutasse con particolare accuratezza se persisteva ancora l'esigenza di conservazione del segreto.

Ciò premesso, ricordo ancora che all’inizio dell’anno in corso il giudice istruttore del tribunale di Venezia, dottor Felice Casson, nell'ambito di accertamenti relativi al procedimento penale per la

strage di Peteano, inoltrava al Presidente del Consiglio dei ministri la richiesta di acquisire documentazione utile ad accertare – cito testualmente - «se nel periodo 1972-1973-1974 siano stati effettuati nel Friuli~Venezia Giulia trasferimenti (di depositi segreti) di armi, munizioni ed esplosivi a disposizione dei Servizi di sicurezza».

L'ammiraglio Martini, soggiungo, allorché interrogato dal magistrato sull'argomento, non aveva ritenuto di fare ricorso al segreto di Stato trattandosi di un reato di strage, rispetto al quale peraltro escludeva nettamente qualsiasi connessione del servizio.

L'atteggiamento assunto nei confronti del giudice Casson è stato improntata alla massima apertura in linea del resto con l'atteggiamento sempre tenuto dal Governo nei confronti della magistratura nel suo insieme. Io stesso ricevevo - su sua richiesta - il magistrato il 20 luglio scorso e davo disposizione di facilitarne al massimo il compito, consentendogli di consultare senza limitazioni la documentazione del SISMI da lui ritenuta necessaria ai fini del procedimento, anche in adesione al ricordato indirizzo suggerito dal Comitato parlamentare. L'esigenza di fornire al magistrato ed all'opinione pubblica sufficienti garanzie di chiarezza su problemi tanto delicati, per le condizioni di

segretezza che richiedono e che ci sono state anche ricordate dalla NATO, è facilitata dal profondo mutamento dello scenario politico internazionale che ha visto progressivamente allentarsi la tensioni tra i due blocchi ed allontanarsi i timori di eventuali conflitti.

In questo contesto, in cui soldati sovietici e soldati americani convivono sul territorio della Germania riunita, è maturato il convincimento che la tutela della massima segretezza su determinati meccanismi difensivi in caso di aggressioni esterne non rivestisse più gli originali caratteri di assoluta necessità, anche in relazione alla richiesta sempre più pressante di chiarezza circa ipotizzati, e sinora mai provati, collegamenti tra persone facenti parte di detti meccanismi difensivi e le tragiche vicende di terrorismo e di strage, sulle quali la magistratura non è ancora riuscita a soddisfare la domanda di giustizia dei cittadini.

Un punto importante è quello del grado di conoscenza dell'autorità politica. Con la riforma degli apparati di informazione e di sicurezza intervenuta nel 1977 , riforma che - lo ripeto ancora una volta - è andata nel senso contrario al disegno unificatore auspicato dal Governo, rimuovendo anche quel filtro, che a me pareva importante, del Capo di stato maggiore della difesa, è stata stabilita la dipendenza del SISMI e del SISDE rispettivamente dal Ministro della difesa e dal Ministro dell'interno, con il coordinamento del CESIS. Al Ministro della difesa spetta dunque la conoscenza delle grandi linee dei programmi e non necessariamente quella dei dettagli operativi. Nessuno può dubitare che un eventuale utilizzo distorto di tale struttura sarebbe potuto avvenire soltanto al di fuori delle direttive dei Ministri.

Per quanto riguarda il grado di conoscenza effettiva da parte dell'autorità politica in generale di tale struttura riservata, si può rilevare che ad una prassi informativa non uniforme, seguita fino al 1984, ha fatto seguito, dopo questa data, per iniziativa del direttore del SISMI, la formalizzazione di una sommaria comunicazione con presa d'atto indirizzata ai Presidenti del Consiglio. Nella priorità del lavoro del Servizio questa informativa non doveva rivestire carattere preminente, tanto è vero che nel breve Governo del senatore Fanfani la scheda informativa non risulta sia stata sottoposta al Presidente in carica. Quindi non è discriminazione dei non-democristiani.

Sempre in tema di conoscenza è stata fatta da qualche parte valere l'esigenza di far cadere completamente il carattere di segretezza che contraddistingue la struttura sino a rendere pubblicamente disponibili gli elenchi delle persone che ne hanno fatto parte.

Non ritengo - debbo dirlo con tutta onestà e franchezza - che sia lecito dare pubblicità senza una giustificata ragione ai nominativi di chi ha accettato di assumere il rischio di esporsi in prima persona al pericolo nel deprecato caso di una invasione.

A me sembra che sia interesse di tutti, e in primo luogo lo è del Governo, rassicurare e dissipare però qualsiasi ombra e sospetto. Il Comitato parlamentare per i servizi di informazione e di sicurezza, i cui membri sono vincolati - come prevede la legge n.80l -  al segreto, fornisce, a giudizio del Governo, la sede idonea per un esame approfondito di tutti gli atti relativi al «Gladio», ivi compresi gli elenchi dei membri dell'organizzazione. Proprio a questo fine ho già dato istruzioni al direttore del SISMI di predisporre per il Comitato parlamentare l'elenco non soltanto del personale che fa parte o ha fatto parte dell'organizzazione, ma anche di tutte le persone contattate in vista di un reclutamento e poi scartate perchè ritenute a vario titolo inaffidabili.

Onorevoli senatori, in un certo senso è singolare che, mentre per le inquietanti vicende del Golfo - con l'avvilente detenzione degli ostaggi e le fatiche per ottenere il ripristino della legalità nel Kuwait – la situazione europea e mondiale è mutata in senso straordinariamente positivo, sembra che non si voglia riconoscere che questo è dovuto anche alla fermezza di uno schieramento di libertà al quale talvolta non si opponevano di fatto molti dissenzienti esterni.

Non posso dimenticare, ad esempio, il patriottismo dei portuali di Livorno quando, nel giorno del primo sbarco di armi alleate per l'Italia entrata nel Patto Atlantico, svolsero puntualmente il loro lavoro, nonostante terribili manifesti e proclami di ingiuriosa polemica verso i partiti di Governo e di provocatoria assicurazione che mai quello sbarco sarebbe avvenuto. E non è una pagina isolata della storia autentica del popolo italiano in ordine a quel dovere di difesa della patria per il quale, unica volta, la Costituzione repubblicana usa l'aggettivo «sacro».

Se qualcuno ha mai utilizzato o utilizzasse per fini diversi da quelli strettamente legittimi opportunità e strutture difensive (come del resto ogni branca della pubblica amministrazione), non può fare alcun affidamento sulla tolleranza di chi, come ha l'obbligo morale di proteggere la reputazione degli uffici e del personale fedele ai propri doveri, non esiterebbe un solo istante a denunciare e a perseguire qualunque deviazione.

Io non mi posso associare alle demonizzazioni nei confronti di persone, appartengano esse al mondo militare o al mondo civile. È singolare, senatore Pecchioli, che un ufficiale che è ancora in carica, il comandante della regione militare centrale, un punto così delicato della struttura militare, fin qui oggetto di disattenzione ma, credo, degno di grande rispetto, sia diventato oggetto di un marchingegno polemico cominciato solo nel momento in cui si è parlato della successione in un servizio che certamente è delicato, ma nel quale non devono valere regole diverse da quelle degli altri settori dello Stato.

La necessità di ricorrere in alcuni casi all'opposizione del segreto militare ha potuto purtroppo, sia pure ingiustamente, suscitare di tanto in tanto equivoci, dar luogo a supposizioni, innestare manovre a volte destabilizzanti.

Pesanti conseguenze hanno avuto le confusioni volute tra sospette iniziative clandestine e strutture necessariamente riservate, sia per giuste regole interne, sia per coerenti comportamenti internazionali. Mi auguro, per chi è in buona fede, che il dibattito odierno giovi almeno a suscitare la necessità di controllare la rispettabilità delle fonti, essendo ci in giro in tutto il mondo persone che, per lucro o per altre finalità, intorbidano l'informazione corretta carpendo, quando c’è, la buona fede di molti divulgatori.

Mi auguro che il Parlamento dia presto al Governo l’occasione di dibattere un tema suggestivo e di enorme importanza: la graduale trasformazione della NATO che, senza errori di calcolo o anticipazioni unilaterali, dia una progressiva ampiezza a quella cooperazione politica e sociale che fin dagli inizi, sottolineando con razionale enfasi l'articolo 2 del Patto, noi sostenemmo avrebbe rappresentato un giorno il fulcro dell' Alleanza in un mondo affrancato dall'incubo delle guerre e delle divisioni. Non nascondo che è una tematica che mi affascina molto di più di quella che attiene alle complesse articolazioni dei servizi