CERIMONIA DI COMMEMORAZIONE BOSCO ROMAGNO

CERIMONIA COMMEMORAZIONE BOSCO ROMAGNO
DOMENICA 18 GIUGNO 2017

Intervento del prof. Roberto Chiarini

Autorità, Membri della Osoppo e delle Associazioni combattentistiche,
congiunti e parenti dei caduti di Porzus e di Bosco Romagno, Signori e
Signori presenti,
lasciatemi in apertura ringraziare l'Associazione Partigiani Osoppo-Friuli per
l'invito rivoltomi ad intervenire alla cerimonia di ricordo delle vittime
dell'eccidio di Bosco Romagno. Ho già avuto occasione, tre anni fa a Faedis-
Canebola, di offrire a tutti Voi un mio contributo alla riflessione su quella
tragica, dolorosa, mai davvero chiusa, ferita inferta a questa vostra
martoriata terra con l’eccidio dei patrioti osovani, passati per le armi non
dal nemico ma da combattenti partecipi a pieno titolo di quella stessa lotta
di liberazione che avrebbe dovuto fornire loro una ben più alta ragione di
solidarietà e persino di fratellanza.
Quella ferita è risultata straordinariamente lacerante perché, a ben
guardare, è stata inferta per ben tre volte. Innanzitutto nell'immediato con
la barbara, disumana esecuzione sul campo di partigiani colpevoli solo di
essere appunto dei partigiani. In secondo luogo, con l'infame, ingiustificata
accusa loro rivolta di essersi comportati, se non apertamente da traditori,
almeno da combattenti inaffidabili. In terzo luogo, con l'oblio loro riservato
che voleva lasciar intendere si trattasse di una pagina di storia immeritevole
di ricordo perché macchiata di un'imperdonabile indegnità morale prima
ancora che politica. In altre parole, per la causa osovana non ci doveva
essere scampo. Una sentenza inappellabile ne aveva decretato la condanna.
Alla morte fisica si è così sovrapposta una seconda morte: quella memoriale,
che doveva funzionare nel presente come definitiva sepoltura delle vittime
e in prospettiva come monito rivolto ai superstiti perché non
disseppellissero una pagina di storia irrevocabilmente condannata dalla
storia.


C'è voluta la tranquilla tenacia di chi, come voi, non ha mai dubitato che ci
fossero un'ingiustizia da riparare e una verità da ristabilire perché anche con
cerimonie come questa si tenesse viva la questione di restituire ai partigiani
osovani trucidati l'onore che meritano. Il vero passaggio decisivo,
comunque, per risanare la ferita di settant'anni fa è sempre stato, e resta,
ripristinare la verità su una pagina, ora oscurata ora manipolata, altamente
significativa della lotta di liberazione. Significativa certo sul piano locale ma,
ciò non di meno su quello nazionale.
La strage di Porzus rappresenta infatti un caso insieme unico e emblematico
dell'intera storia della Resistenza italiana.
Unico, perché, se è vero che essa si compone di tre guerre - la guerra di
liberazione, la guerra civile e la guerra di classe - da nessun'altra parte, se
non sul confine orientale, la guerra di liberazione nazionale non solo ha
assunto un rilievo predominante, ma addirittura è arrivata in alcuni
momenti decisivi, come appunto nella vicenda osovana, a contrapporsi e ad
imporsi sul piano ideale a quella della guerra rivoluzionaria di classe.
Complice, ovviamente, la saldatura realizzatasi tra una parte delle forze
partigiane garibaldine e le sovrastanti formazioni titine nel nome della
comune dedizione alla superiore causa della rivoluzione comunista. Quanto
la difesa dei valori patriottici fosse dirimente è comprovato dal fatto – su
questo punto le testimonianze concordano univocamente - che gli sloveni
davano per certa l'annessione del Friuli alla Jugoslavia almeno fino al
confine costituito dal fiume Tagliamento. Cividale, Udine e l’intero territorio
corrispondente all’attuale provincia di Udine sarebbero insomma confluiti
nella nuova Jugoslavia comunista.
Un caso, quello osovano, - come dicevo - al tempo stesso anche
emblematico, perché mette in chiaro il conflitto, altrove rimasto solo
latente, che covava all'interno del fronte resistenziale e che era destinato a
restare a lungo sotto traccia nell'Italia del dopoguerra, come tacitato dalle
superiori ragioni politiche di salvaguardia e di perpetuazione dell'unità delle
forze del cosiddetto "arco costituzionale". Un conflitto che ha seppellito,
nell'immediato il ruolo politico-militare, in prospettiva il rilievo ideale e


programmatico della battaglia sostenuta dalla parte osovana. Ciò è stato
favorito dal predominio politico conquistato dalla sinistra comunista prima
nel fronte resistenziale, poi nella costruzione della memoria grazie
all'egemonia culturale goduta nel settore degli studi storici; il che le ha
permesso anche di trasfondere direttamente nel senso comune la vulgata
della Resistenza come conato rivoluzionario soffocato dalle forze
conservatrici, quando non apertamente reazionarie.
Ne è derivata una damnatio memoriae della Osoppo, nella lunga stagione
delle “ideologie forti” che non riconoscevano diritto di cittadinanza a chi
non era disposto al tempo della lotta di liberazione - e non sarà disposto al
tempo della guerra fredda - ad arruolarsi nell'unico fronte autoproclamatosi
delle "forze di progresso". Ha gravato, insomma, su di essa una spessa coltre
di ostilità costruita sulla presunta inferiorità, se non espressamente
sull'illegittimità - morale prima ancora che politica -, delle idealità che
ispiravano i partigiani non allineati con i comunisti.


Non c'è stato scampo per chi nutriva allora - e avrebbe nutrito poi - una
diversa idea di democrazia; una democrazia non totalitaria, non del partito
unico, non eversiva dell'ordine capitalistico, non nemica dei sentimenti
comunitari della popolazione friulana. Non era accettabile una militanza
resistenziale genericamente patriottica. Urtavano le motivazioni di carattere
tradizionalistico che portavano ad identificare la lotta per la patria con
quella elementare combattuta in difesa della “piccola patria”, a partire
innanzitutto dalla propria famiglia, dal proprio focolare. Non poteva vantare
credenziali di riscatto dalla dittatura fascista e dall'incombente, paventato
dominio degli anglo-americani una battaglia che tracciasse una linea ideale
tra la lotta di liberazione, l’esperienza risorgimentale e l’irredentismo
friulano. Un'Italia davvero libera, indipendente, democratica non poteva
sorgere se non sotto gli auspici e la protezione del movimento partigiano
titino. Non era concepibile altra politica se non quella volta a "fare come in
Jugoslavia": ad attuare insieme una rivoluzione dell'ordine economico e un
rovesciamento delle gerarchie sociali.
S'è dovuto aspettare la caduta del muro di Berlino e con esso la fine del
secolo delle ideologie forti perché gli ideali del patriottismo osovano,
apparentemente deboli ma in realtà solidi perché ben radicati nella società,
riprendessero il ruolo di fondamenta di una democrazia senz'altra
qualificazione se non quella di porsi a garanzia di una convivenza civile,
pluralistica, rispettosa dei valori, dei sentimenti, delle aspirazioni dei singoli
e delle comunità locali. Evidentemente la forza delle idee ha resistito alla
violenza dell'ideologia e alla fine è riuscita ad attuare una smobilitazione
degli spiriti che ha propiziato quel riscatto dei caduti della Osoppo che
anche oggi siamo qui tornati a reclamare. In piena serenità d'animo e in
spirito di riconciliazione, certi di compiere un nobile servizio al
consolidamento delle basi della nostra democrazia.