Cerimonia a Porzûs - Segnalazione del «Il Meridiano»

Gio_meridiano.jpg

05.07.2007 ore 10:30

 

Sanviti: «Adesso Gladio
attende un riconoscimento dallo Stato»

 

Pordenone Gladio esiste ancora. Fiera del proprio passato, l’associazione nata dallo scioglimento dei 622 che intendevano difendere i confini italiani dall’eventuale invasione sovietica in periodo di guerra fredda, ha eletto Porzûs sede simbolica. E sulle malghe della località friulana, dove furono uccisi i partigiani bianchi da quelli comunisti, il vicepresidente Antonio Sanviti ha rappresentato Gladio domenica nella celebrazione dei martiri della Brigata Osoppo, comandata quel 7 febbraio 1945 da “Bolla”, Francesco De Gregori. Uomini, che, come i gladiatori, amarono l’Italia e si sentirono chiamare “traditori” dai traditori.

Quanti eravate e di cosa s’è parlato nell’ultimo incontro?

«Domenica eravamo circa in 150, per celebrare i martiri di Porzûs, col saluto dei vertici dell’associazione Gladio, Osoppo Friuli, amici dei partigiani italiani uccisi dai titini perché si opponevano all’invasione slava e comunista in territorio italiano».

Come si svolge la vostra attività?

«Oltre a trovarci in assemblea annuale, il direttivo si riunisce mensilmente».

Quanti siete in tutta Italia?

«Oltre 200 che hanno rinnovato l’iscrizione partendo da quel nucleo dei 622».

Che senso ha nel 2007 un’organizzazione che nasce come “stay behind” in un determinato contesto storico?

«L’associazione non fa attività: è sorta nel ’94 dopo lo scioglimento della struttura armata “stay behind”. È un’associazione civile nata perchè la struttura riservata non avrebbe dovuto essere sciolta, avendo il compito di intervenire in caso di occupazione dell’Italia da parte dei Paesi del Patto di Varsavia. Questa necessità non s’è verificata. La struttura avrebbe potuto finire nel nulla se l’allora presidente del Consiglio, Giulio Andreotti, nel 1990, non avesse ufficializzato i nomi dei 622 aderenti a Gladio, dando in pasto alla stampa i nomi della struttura, operando un tradimento a tutti i livelli. Più coerente Francesco Cossiga, che si “autodenunciò”, affermando la piena ed immutata condivisione agli ideali della struttura. Oggi è nell’associazione».

Quanto è lunga l’ombra del sospetto che dal 1990 si diffuse, che Gladio avesse avuto legami col terrorismo?

«Oggi, nessuna. In passato, dal ’91 al ’98, sembrava che fossimo i responsabili di tutti gli attentati di quell’epoca imputata. Il comunista Armando Cossutta fece affiggere manifesti in Friuli scrivendo “I gladiatori sono traditori della Patria”. Proprio lui… Noi lo denunciammo, ma il magistrato sentenziò che quei manifesti andavano letti in un contesto politico non perseguibile. Speriamo che lo Stato ci elevi al rango di Forza armata. Non chiediamo soldi, pensioni o altro, ma solo un riconoscimento».

Oggi Gladio è riabilitata?

«Il 3 luglio 2001 il Tribunale di Roma ha riconosciuto la piena legittimità della struttura, dopo 16 inchieste in 12 anni di travaglio per ciascuno degli aderenti inquisiti. Oggi siamo completamente riabilitati come gruppo e come singoli».

E politicamente?

«Il vecchio governo di centrodestra ci ha delusi: ci ha ignorati. Solo Cossiga ha presentato due disegni di legge a camera e Senato, ma senza seguito. L’attuale classe politica non ha nessun interesse a riconoscerci come 622 uomini pronti a dar la vita per salvare la Patria dal nemico sovietico, tramite guerriglia partigiana, nel progetto iniziale, o fiancheggiamento ed appoggio alle Forze alleate, successivamente».

“Piazza 5 lune” e “Romanzo criminale”: Gladio al cinema è ben rappresentata?

«Assolutamente no».

Gianvito Casarella