Commemorazione al "Bosco Romagno" del prof. Matteo Forte dell'Università Studi di Milano

COMMEMORAZIONE
Bosco Romagno, 20 giugno 2010

di Matteo Forte

SALUTI

Saluto le autorità civili e religiose. Ringrazio quanti hanno organizzato questo momento a cui hanno deciso di invitarmi.

Sono onorato di poter intervenire a questa cerimonia e di poter rivolgermi a uomini e donne che hanno contribuito a che gli eventi prendessero quel corso per il quale oggi posso parlare a voi in piena libertà. Sebbene quanto dirò è ancora pressoché ignorato dalla storiografia ufficiale e fatica ad essere comunemente riconosciuto, è un fatto innegabile che oggi ci troviamo qui, a Bosco Romagno, in un regime di libertà e democrazia. E questo – noi giovani generazioni – lo dobbiamo a voi, uomini e donne dell’Osoppo.

Se noi siamo cresciuti liberi, se i nostri genitori a metà del secolo scorso hanno potuto persino contestare la tradizione che era stata tramandata loro, è perché persone come voi, e come quelle che quest’oggi commemoriamo, in giovane età fecero una scelta. Si trattò della scelta di rischiare la propria vita, fino a perderla (come nel caso degli uomini di Bosco Romagno), per la libertà dei propri cari e della propria terra.

BOSCO ROMAGNO COME PROSECUZIONE DI PORZÛS

«A fronte alta dichiariamo di essere italiani e di combattere per la bandiera italiana» scrive Guido Pasolini a suo fratello Pier Paolo. In questa rivendicata italianità c’è il sussulto di dignità di quanti desiderano fuoriuscire dal torpore in cui la dittatura fascista ha costretto a vivere per vent’anni; c’è lo scatto d’orgoglio di chi non vuole piegare la schiena di fronte all’occupante tedesco. In quella frase sono sintetizzati efficacemente i moventi della Resistenza verde. Ma c’è anche dell’altro nella rivendicata italianità. C’è quel contesto politico-ideologico in cui matura l’eccidio di Bosco Romagno, come prosecuzione della strage di Porzûs, entrambe avvenute per mano dei Gap di Mario Toffanin.

IL CONTESTO POLITICO-IDEOLOGICO

Infatti la frase citata di Guido Pasolini va ricordata nella sua interezza, pena il disconoscere quegli ideali di libertà e democrazia per cui Ermes e gli altri osovani hanno versato il sangue su questa terra: «A fronte alta dichiariamo di essere italiani e di combattere per la bandiera italiana, non per lo “straccio rosso…”». Si capisce bene allora la condizione in cui erano costretti a vivere questi uomini valorosi. Una condizione che spesso, a ragione, è stata definita di doppio confine: gli schieramenti che si combattevano in quegli anni erano attraversati da una frontiera territoriale, ma anche da un’altra di natura ideologica.

È ben noto il clima politico che si respirava allora. Del resto, nonostante tutte le reticenze, lo dimostra lo stesso storico del Pci, Paolo Spriano, pubblicando le istruzioni che Palmiro Togliatti invia a Vincenzo Bianco (Vittorio), delegato presso il Comitato Centrale del Pc sloveno. Il documento, spedito il 19 ottobre 1944, recita: «Noi consideriamo come un fatto positivo, di cui dobbiamo rallegrarci e che in tutti i modi dobbiamo favorire, la occupazione della regione giuliana da parte delle truppe del maresciallo Tito».

E più avanti: «Questo vuol dire che i comunisti devono prendere posizione contro tutti quegli elementi italiani che si mantengono sul terreno e agiscono a favore dell’imperialismo e nazionalismo italiano e contro tutti coloro che contribuiscono in qualsiasi modo a creare discordia tra i due popoli»1.

Nella visione ideologica dei comunisti non poteva esistere una posizione terza: o con i nazifascisti o con l’Unione Sovietica che, in quanto anticapitalista, sarebbe stata l’unica vera portabandiera dell’antifascismo. Da qui l’ostilità nei confronti delle formazioni Osoppo che si rifiutavano di combattere al fianco delle Brigate Garibaldi sotto le insegne del IX Korpus sloveno.

Non si tratta di un clima ricostruito a posteriori, come a giustificare le stragi di Porzûs e Bosco Romagno, perché altrimenti prive di ragioni. Si tratta piuttosto di qualcosa ben presente agli stessi osovani vittime degli eccidi. Lo dimostrano i numerosi rapporti del Comandante Bolla (Francesco De Gregori) redatti a partire dal novembre 1944 fino a pochi giorni prima della sua barbara uccisione.

De Gregori scrive ai vertici della Resistenza, locali e nazionali, come al governo italiano re-insediatosi a Roma. Denuncia la cosiddetta “questione slovena”, divenuta – sono le sue parole – «di giorno in giorno più preoccupante e più minacciosa per gli interessi della nostra Patria». E spiega cosa intende per essa: «la volontà, da parte dei responsabili jugoslavi, di approfittare della fase finale della guerra per occupare, con la scusa di necessità militari, la maggior parte possibile del Veneto». Nella stessa missiva Bolla denuncia che la volontà non si manifesta solo nella propaganda, ma anche negli atti: «Infatti – spiega – nella zona del Natisone, di Resia e di Taipana, ed in altre zone circonvicine alle predette, i reparti jugoslavi avevano incominciato: - ad imporre la chiusura delle scuole italiane, sostituendole con le scuole slovene; - ad effettuare plebisciti, fatti sotto la minaccia potenziale delle formazioni armate presenti; - ad ordinare la mobilitazione generale di tutti i giovani». Allarmato, Bolla

1 P. Spriano, Storia del partito comunista italiano. Vol. V. La Resistenza. Togliatti e il partito nuovo, Giulio Einaudi ed., Torino, 1975, p. 437

chiude così la missiva: «La questione slovena è grave e minaccia seriamente gli interessi italiani potendo facilmente determinare: un’invasione temporanea del Friuli da parte degli sloveni […]. Non c’è tempo da perdere; è necessario che i responsabili politici: […] facciano rientrare nell’orbita degli interessi italiani le formazioni garibaldine che sono passate nell’orbita degli interessi slavi, o, quanto meno, ne sconfessino l’italianità, per ben distinguere chi lotta per gli interessi della Patria, da chi lotta per gli interessi di un partito». Ecco il secondo confine che divide lo stesso Movimento di liberazione italiano al suo interno: chi lotta per gli interessi della Patria e chi per quelli del partito.

Negli osovani, e in particolare in Bolla, il giudizio è ben chiaro, tanto da individuare un «nemico palese» nei nazifascisti ed un «nemico occulto (truppe slovene e garibaldine) non meno pericoloso e non meno imbevuto di odio nei nostri riguardi», come scrive al Cln e alla missione inglese, il 17 gennaio 1945.

Il giudizio è così prossimo alla realtà dei fatti che è condiviso anche dalla parte avversa, ovvero quella comunista. Lo dimostrano senz’altro le indicazioni di Togliatti che descrivono «quegli elementi italiani» come le Osoppo «a favore dell’imperialismo e del nazionalismo italiano». Lo dimostra la recente pubblicazione di un documento rinvenuto negli Archivi nazionali di Londra: si tratta di un resoconto di una conversazione tenutasi il 1° gennaio 1945 fra i rappresentanti del battaglione sloveno “Rezianskya” della Brigata Snob e il patriota Livio, comandante del battaglione “Resia” della sesta Brigata Osoppo. «L’intenzione degli jugoslavi, dichiarata esplicitamente nel colloquio, era quella di ottenere il completo controllo militare della zona, per poi annetterla attraverso un plebiscito da tenere sotto la minaccia della armi. Il documento mostra anche la convinzione da parte slovena che gli inglesi non avrebbero fatto niente per difendere l’italianità della regione» spiega la prof.ssa Aga Rossi2.

Ciò che più meraviglia in tutta questa vicenda è l’assoluta accondiscendenza da parte dei comunisti italiani nei confronti dei loro omologhi sloveni. Ha scritto la storica Marina Cattaruzza: «Il servizio reso da Togliatti ai compagni jugoslavi con il disconoscimento della resistenza italiana non comunista della Venezia Giulia ha avuto per le formazioni jugoslave un valore inestimabile»3.

Disconoscimento non solo palese nelle direttive già citate, ma confermato e avvallato – tragica ironia della sorte – in una lettera scritta lo stesso giorno in cui a Porzûs i gappisti di Giacca trucidavano Bolla, Enea, Giovanni Comin, Elda Turchetti e deportavano qui a Bosco Romagno gli altri osovani. Il 7 febbraio del ’45, infatti, l’allora vice-presidente del Consiglio, Palmiro Togliatti, scrive al capo del governo Bonomi, intimandogli che «scagliare le nostre unità partigiane contro quelle di Tito» sarebbe equivalso a creare una situazione di «guerra civile, poiché è assurdo pensare che il nostro partito accetti di impegnarsi in una lotta contro le forze antifasciste e democratiche di Tito»4.

PER UNA NUOVA STORIOGRAFIA

La percezione di due fronti nemici, uno all’esterno e l’altro all’interno della Resistenza, è manifesta anche nella già citata lettera di Guido Pasolini. Ermes, come del resto aveva già denunciato De Gregori ai vertici del Cln, racconta al fratello Pier Paolo di una strisciante ostilità che si palesa tra osovani e comunisti italiani e sloveni in quello che, invece, avrebbe dovuto essere il momento di loro massima unità: il cannoneggiamento da parte tedesca delle posizioni partigiane nella notte tra il 26 e il 27 settembre 1944. Garibaldini e titini, incaricati di proteggere le spalle agli osovani,

2 E. Aga Rossi – A. Carioti, I prodromi dell’eccidio di Porzûs, in Ventunesimo Secolo, Anno VII – Giugno 2008, p. 85.

3 M. Cattaruzza, L’Italia e il confine orientale, Il Mulino, Bologna, 2007, p. 275.

4 Doc. cit. in V. Leschi, La Resistenza italiana nella Venezia Giulia (1943-1945). Fonti archivistiche, Libreria Editrice Goriziana, Gorizia, 2008, p. 136.

si sarebbero sganciati – sempre secondo i resoconti di Bolla e Pasolini – e ritirati senza colpo ferire, permettendo di fatto l’accerchiamento degli uomini delle Osoppo e la loro conseguente decimazione.

Sarebbe bene che nuovi studi storiografici verificassero quanto descritto nelle missive di questi due celebri osovani, a proposito della battaglia di quella notte di settembre. Da quel momento, infatti, si susseguono le incessanti denunce e segnalazioni del comandante Bolla e dei suoi uomini. Forse lo studio dettagliato di quell’episodio getterebbe nuova luce su Porzûs e Bosco Romagno, se è vero che a seguito di quei fatti, come scrive Ermes al fratello, «Comincia l’odissea dei dispersi in cerca del loro comandante.

I presidi garibaldini (incontrati per strada) fanno di tutto per demoralizzarci e indurci a togliere le mostrine tricolori. A Mernicco un commissario garibaldino mi punta sulla fronte la pistola perché gli ho gridato in faccia che non ha idea di cosa significhi essere “Uomini liberi” e che ragionava come un federale fascista (infatti nelle file garibaldine si è liberi di dire bene del comunismo, altrimenti sei trattato come “nemico del popolo” – nientemeno! – oppure “idealista che succhia il sangue del popolo” – senti che roba! –)».

CONCLUSIONI

Dentro una simile rilettura storica i martiri di Porzûs e Bosco Romagno non risultano essere semplici caduti in operazioni belliche, ma divengono testimoni di un sacrificio dettato dal desiderio di vivere senza menzogna, liberi dalla schiavitù di ideologie che, a prescindere dal loro segno e colore, pretendono di ricondurre la realtà entro ristretti schemi interpretativi. Oggi, se siamo liberi di celebrare quegli uomini e di ricordarne il significativo sacrificio, è grazie al loro sangue versato. È grazie alla scelta che loro hanno fatto in quei terribili anni. È grazie alla scelta di molti di voi. Non l’antifascismo tout court ci ha liberati dal giogo della tirannia, ma quell’antifascismo liberale e democratico di cui l’Osoppo, con i suoi martiri, ne è l’alfiere.

Ma come ben sappiamo nel campo della libertà e del bene nessuna conquista è per sempre. L’idea che con la caduta del nazifascismo, a cui oggi aggiungiamo il comunismo, esista solo il trionfo di un sistema giusto tradisce una concezione materialista: scoperte le leggi che governerebbero la storia, il cammino umano non può che proseguire verso le sue magnifiche e progressive sorti. Non esiste nessun sistema, invece, che garantisca a popoli e persone un destino felice.

Nel campo della libertà e del bene non esistono punti di non ritorno, conoscenze e valori acquisiti una volta per tutte. Occorre tornare sempre a confrontarsi con quel tesoro che è la tradizione dei nostri padri, anche quella dei nostri padri osovani, come invito alla libertà e come possibilità per essa. Momenti come quello di oggi e incontri con testimoni come voi possono essere il luogo privilegiato perché questo paragone critico sia sempre sollecitato. Ma questa è una scelta che non compete più a voi. Compete a noi, giovani generazioni.

Vi ringrazio