Corriere di Verona - Gladio, dal silenzio ai congressi..

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30 ottobre 2007

IL CASO Uomini pronti e addestrati per fermare un’invasione dell’Urss che non ci fu mai. Oggi si sentono traditi

Gladio, dal silenzio ai congressi 
“ Il Tar ci riconosca come militari”

I “soldati” veneti riuniti a Verona: “Lo stato ci ha dato in pasto alla gente. Adesso chiediamo lo status, lo stemma e una nuova associazione d’arma”

Verona – Si sono sentiti traditi nel loro stesso motto. In quel “silendo libertatem servo” in cui loro non solo avevano creduto, ma che avevano fatto proprio, tanto da passare buona parte della loro vita in una sorta di doppia personalità. Doppia in tutti i sensi. Seicentoventidue, quasi il dieci per cento dei quali veneti. “Militari silenti”, erano qualificati, in una di quelle realtà dell’Italia del dopoguerra che andò a riempire parecchi degli armadi chiusi della Prima Repubblica.

Erano quelli di alcuni fiori i nome che vennero scelti per le cinque “unità di guerriglia di pronto intervento”: la stella alpina del Friuli, quella marina di Trieste, il rododendro del Trentino, la ginestra della Lombardia. E l’azalea del Veneto. Quella pianta che indica la temperanza era il simbolo locale di Gladio, l’organizzazione creata nel 1951 per contrastare un’eventuale occupazione da parte dell’ex Urss. Voluta dagli Alleati, quella struttura che prese il nome dalla spada romana a doppia lama, legata allo “Stay Behind”, lo “stare indietro” americano che prevedeva reti di resistenza addestrate ad operare nella raccolta delle informazioni, sabotaggio, guerriglia, propaganda e infiltrazione, venne tradita proprio nell’avverbio di quel motto: in quel “silendo” che i sessanta veneti avevano fatto proprio, tanto a condurre vite parallele che li portavano dagli uffici ai campi di addestramento, dalle scrivanie al maneggiar armi.

Avrebbero dovuto proteggere confini e controllare caserme, in Veneto, i gladiatori. Avevano sette depositi, disseminati in tutta la Regione; armi, munizioni, esplosivi, bombe a mano, pugnali, coltelli, fucili di precisione, radio e binocoli. Fu l’inchiesta dell’allora giudice istruttore di Venezia, Ma stelloni sulla caduta di un aereo, l’”Argo 16”, avvenuta a Marghera nel 1973, a portare al dissotterramento di tutti i depositi, ultimo dei quali quello al cimitero di Arbizzano, nel Veronese. Nel 1990 fu un altro magistrato veneziano, Felice Casson a indagare sulla struttura. ma Gladio non fu mai operativa.

E adesso, in “silendo” sono gli stessi gladiatori che non ci vogliono più stare. I fascicoli di ognuno di loro sono stati aperti. Le inchieste sono state chiuse. I loro nomi pubblicati come degli elenchi telefonici. E loro che hanno taciuto tenendo fede a quel “silendo” , adesso non si sentono più vincolati da nulla, ma soprattutto a nessuno. Neanche a quello Stato per cui erano pronti a tramutarsi in “unità di guerriglia”. Lo hanno deciso trovandosi a congresso a Verona. “Perché – dicono – non abbiamo nulla da nascondere,ancora convinti che quello che facemmo allora andava fatto”. Decimati, i “gladiatori”, da un’altra spada a doppia lama il tempo. In un centinaio, raccolti in un’associazione, quella “italiana volontari Stay Behind”, che vorrebbe perdere quell’eccezione “volontaristica” per vedere riconosciuto lo status di militare. Hanno alle spalle un’interrogazione del senatore a vita Francesco Cossiga. E davanti una battaglia legale. Quella che porterà i gladiatori del Veneto e del Piemonte in primis in un’aula del tribunale amministrativo regionale per chiedere che il loro passato nell’esercito venga riconosciuto. “ Non vogliamo la pensione – spiega il veronese Giuseppe Canestrari-. Noi chiediamo solo un riconoscimento, un cavalierato, qualcosa di simile. Quello che facemmo lo facemmo gratis e con la convinzione di proteggere il nostro Stato. Lo stesso Stato che poi ci ha trattato in modo meschino, dando i nostri nomi in mano alla gente, a differenza di quanto è successo in altri Paesi. Ci dovevano ringraziare, eravamo una struttura legittima. Invece siamo stati derisi, insultati, minacciati, trattati come criminali. È per questo che chiediamo di venir riconosciuti”.

Sono tornati in possesso dei loro fascicoli personali, i “gladiatori”. Hanno i fogli matricolari, con tutto l’iter del servizio militare prestato. Qualcosa di più di quelle cartoline stile “richiamo” che gli arrivavano a casa per le esercitazioni ad Alghero, dove tutto era scritto in codice e non era dimostrabile. E in tribunale i gladiatori andranno non solo per vedere il loro passato diventare tangibile. “Chiederemo che venga riconosciuto anche il nostro simbolo e Gladio come associazione d’arma”, spiega Giorgio Mathieu, presidente dell’associazione che si è riunita a Verona. Quella rosa dei venti con la spada romana e il motto che avevano fatto loro, lo vorrebbero sul bavero della giacca. “Abbiamo tutti avuto delle ripercussioni pesanti per quella scelta – racconta un altro veronese, Guglielmo Avesani -. Lo Stato ci chiedeva e ci prometteva il massimo silenzio e ci ha traditi”. E loro da quel “silendo” si svincoleranno nelle aule di un tribunale. “Ci basta che sia messo in chiaro quello che ancora non lo è”. E su Gladio sono ormai 17 anni che si cerca di farlo.

Angiola Petronio