I Piani di Gladio per Trieste - L'ing.Marino Valle racconta..

ZENO

Il settimanale da Trieste

Esce il sabato  Anno 1 N.20  Dal 26 novembre al 2 Dicembre 2005 € 2,00

I PIANI DI GLADIO

PER TRIESTE

Un appartenente a Stay Behind spiega come sarebbe stata organizzata la resistenza alle truppe del "Patto di Varsavia" in caso di invasione del capoluogo giuliano.

 COSI’ TRIESTE AVREBBE RESISTITO AI SOVIETICI

di Paolo Zeriali

Parla l’ingegner Marino Valle, il “gladiatore” che avrebbe dovuto infiltrarsi tra le strutture degli eserciti invasori dell’Est. Nella Nostra città – spiega – c’erano anche stazioni radio clandestine per il giorno dell’insurrezione.

Triestini da infiltrare nelle strutture del patto di Varsavia, microspie da nascondere nei palazzi più importanti della nostra città, sabotaggi mirati alle infrastrutture militari delle truppe d’occipazione, stazioni radio clandestine per far scattare un’insurrezione generale del capoluogo giuliano, C’era tutto  questo e molto altro nei piani segreti predisposti per Trieste in caso di un’invasione sovietica dell’Italia. Parliamo ovviamente dei mitici anni della “guerra fredda” e di un terzo conflitto mondiale che fortunatamente non è mai scoppiato. E ne parliamo con l’ingegner Marino Valle, uno dei triestini che facevano parte di Stay Behind, l’organizzazione nota con il nome di “Gladio”, la cui esistenza è stata resa pubblica agli inizi degli Anni Novanta.

Ingegner Valle, che cosa avreste fatto se truppe straniere fossero entrate a Trieste? Sarebbe stato difficile immaginare una resistenza di tipo classico.

“Anzitutto bisogna dire che i piani di invasione dell’Italia predisposti dalle truppe del Patto di Varsavia prevedevano una penetrazione dall’Austria verso la pianura Padana, con mezzi aviotrasportati. In questo modo Trieste sarebbe stata praticamente aggirata e sarebbe poi caduta senza nessuna concreta possibilità di reazione. Tutti eravamo ben consci che la città era indifendibile, per cui si preparava ad agire contro l’occupazione”.

Come? Con imboscate alle truppe degli invasori?

“No, le azioni violente e clamorose provocano rappresaglie, che poi vanno a colpire la popolazione civile. L’ordine era quello di mimetizzarsi ed infiltrarsi il più possibile nelle strutture dell’esercito invasore. Io dovevo restare a Trieste e, facendo leva sul mio grado di ufficiale dei pompieri, sarei stato precettato dalla Prefettura, come peraltro già avvenuto nel passato, sia durante alcune esercitazioni che in alcuni casi di emergenza reale. Visto che dei pompieri tutti hanno bisogno, mi avrebbero verosimilmente accettato. E mi sarei potuto muovere con grande libertà di notte anche in caso di coprifuoco. Inoltre, all’epoca, io ero responsabile tecnico della Siram, che allora controllava l’87% degli impianti di riscaldamento pubblici triestini. Con tale ruolo, potevo entrare a qualsiasi ora in moltissimi stabili della città.”

Magari nei palazzi del nuovo potere di occupazione.

"Come ufficiale dei pompieri mi sarei potuto muovere con grande facilità in caso di coprifuoco.
"Come responsabile tecnico della Siram, avrei potuto entrare anche di notte nei palazzi del potere, nascondere miecrospie o trafugare documenti".

Per farli saltare in aria?

"No, ripeto che le azioni violente e clamorose avrebbero avuto un effetto controproducente. Avrei potuto invece instal­lare microspie o vari sistemi di intercettazione ambientale, Oppure trafugare documenti importanti. Di notte queste cose si fanno più facilmente".

E le stazioni radio? "

"A Trieste ne erano state costruite alcune di grande potenza, con le antenne ben mimetizzate negli edifici. Una sarebbe servita a continuare le trasmissioni fino all'ora dell'invasione vera e propria per lasciare una cronaca dell'evento e poi venir distrutta: un obiettivo di valenza storica, ma anche psicologica. Le altre invece sarebbero state impiegate nel giorno dell' insurrezione generale di Trieste e avrebbero dovuto coprire le frequenze della Rai controllata dagli occupanti".

C'erano pero anche delle stazioni radio più piccole?

Però non erano stazioni radio, ma apparecchi molto compatti che dovevano essere impiegati per i collegamenti tra le forze della resistenza. Si trattava di apparecchi mobili, molto potenti e sofisticati per l'epoca, destinati a continui sposta­menti, perchè non appena un apparecchio clandestino co­mincia a trasmettere le truppe d'occupazione possono subito localizzarlo" .

Lei come si avvicino a Gladio?

"Io sono figlio di profughi istriani, giunti qui nel '45. Mio padre saltò dalla finestra di casa per non essere catturato dai titini: lasciò case e terreni e arrivò a Trieste senza nulla. Mio nonno fu legato as­sieme ad altre persone con il filo spinato per essere gettato in foiba. Poi uno degli jugoslavi lo riconobbe, disse agli altri che non si trattava di un fascista e gli salvò la vita".

Quindi la sua motivazione fu un profondo rancore.

"Non esattamente. Ricordo ancora il racconto che il nonno mi fece quando avevo 7 anni. Mi disse: non tutti i titini erano cattivi, perchè uno in effetti lo aveva salvato, e non tutti erano crudeli. Avevano usato il filo di ferro perchè in quel momento non avevano altri mezzi per legare i condannati morte. La mia domanda allora fu: ma perchè di fronte a queste sopraffazioni non avete reagito? E la risposta degli adulti fu: perchè non sapevamo come reagire. Allora io ho pensalo che da grande avrei imparato a reagire con efficacia e che sarei entrato nelle Forze Armate".

Come esule istriano avrebbe potuto essere esonerato dalla leva.

"Si, ma io mi arruolai volontario e divenni ufficiale degli Alpini. Eravamo nel 1970 e in una caserma non lontano dal confine orientale un sabato sera scattò un esercitazione. In pratica, venne simulata un'invasione da parte di truppe del Patto di Varsavia. Essendo l'Ufficiale di Picchetto, io seguii tut­te le istruzioni e, ad un'ora prestabilita, aprii una busta. Nella lettera, tra le varie istruzioni sulla distruzione di documenti riservati, c'era scritto: mettersi  in contatto con le forze della resistenza. In quel modo, ca­sualmente, scoprii l'esistenza di una rete segreta che più tardi avrei saputo esse­  re Stay Behind".

E successivamente lei sarebbe entrato in quella rete segreta.

"Si, questo mi ha con­sentito di effettuare una serie di addestramenti molto particolari e di acquisire conoscenze nelle tecniche di guerra non convenzionale".

A Trieste Gladio fu attivata anche nel periodo del sequestro Moro. Perche?

"A quel tempo io non ero ancora effettivo presso l'organiz­zazione, ma ho saputo di un esperimento che partì proprio dalla nostra città. In pratica, si voleva verificare quanto poteva essere difficile per un'organizzazione terroristica spostare un sequestrato sul territorio nazionale. All'interno di un normale camion venne sistemata una cassa nella quale venne rinchiu­so un volontario. Il camion coprì tutto il percorso da Trieste a Roma senza mai venire fermato dalle forze dell'ordine. Se all'interno ci fosse stato Moro, insomma, le Brigate Rosse l'avrebbero fatta franca".

Poi all'inizio degli anni Novanta la lista degli appartenenti a Stay Behind fu resa pubblica proprio dal governo italiano. E questo fatto mise k.o. la struttura.

Ma anche cosa sarebbe servita una realtà del genere dopo la fine della guerra fredda?

Oggi risulterebbe utilissima nella lotta al terrorismo. AI Qaeda si muove proprio can tattiche da guerra non conven­zionale. Avere sul fronte occidentale degli esperti di tale mate­ria (in grado di agire nel più assoluto segreto) sarebbe di gran­de efficacia. Ma purtroppo il governo italiano mandò all'aria un enorme patrimonio di intelligence ...

Nei giorni del sequestro Moro, Gladio fece partire da Trieste un camion con una persona nascosta all'interno. Doveva servire a verificare quant' era difficile per le Brigate Rosse spostare un prigioniero in Italia.