Lo scrittore Pahor:c'è ancora chi si ostina a negare la cultura e la lingua degli sloveni

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edizione di lunedì 6 ottobre 2008

Lo scrittore Triestino di “Necropoli” Pahor:

c’è ancora chi si ostina a negare la cultura e la lingua degli sloveni

Di Boris Pahor

… che sarà potenziata dal fascismo ed in modo particolarmente intenso anche durante il periodo postbellico con l’aggiunta dell’organizzazione Gladio fino al giorno in cui con la legge di tutela per la comunità slovena della Regione viene riconosciuta in modo indiretto in’ingiustizia più che secolare, con il riconoscimento della fino allora privata scuola bilingue a San Pietro al Natisone.

Il tentativo ora di voler fare marcia indietro è, se lasciamo da parte le constatazioni degli slavisti, compresi quelli italiani, almeno per due ragioni inaccettabile. La prima è, a parer mio, che dimostra di essere di scarsa onorabilità chi tenta di negare come slovena la lingua parlata dagli abitanti della provincia di Udine invece di decisamente biasimare chi per 134 anni ha fatto di tutto per estinguere il gergo barbaro (Fanfulla 1884) di quella gente. Biasimo che, ammetto, forse invano si spera di sentire o leggere. (Invece nel gennaio 1977 Monsignor Alfredo Battisti come arcivescovo di Udine chiese pubblicamente perdono alla popolazione slovena e friulana per il modo in cui la Chiesa si è comportata durante il periodo fascista.)

Ma c’è una ragione più consona a certi difensori dell’italianità: la testimonianza di certe persone di indubbia fedeltà nazionale che non hanno trovato necessario di negare ciò che ora si tente di fare.

La precedenza assoluta l’ha senza dubbio Benito Mussolini.

Nel suo libro “Il mio diario di guerra”, il giorno 15 settembre del 1915 egli scrive: “Tappa a San Pietro del Natisone. Primo dei sette comuni in cui si parla il dialetto sloveno. Incomprensibile per me”. E poi si dilunga nel tentativo di prendere contatto con la gente e annotando i luoghi dove passa nella loro forma originale slovena. Vicino Caporetto perfino trascrive da una cappella votiva un distico sloveno: “ Nikdar noben se ni bil zapuscen/kiv v varstvo Marijs bil izzrogen”. Che significa: “Ancora nessuno mai fu abbandonato/ Che alla protezione di Maria fu raccomandato”.

Come si vede, iscrizione religiosa copiata con qualche errore da Mussolini che non può essere accusato di aver preso un granchio definendo il dialetto in questione dialetto sloveno. A pagina 109-110 del diario egli conclude: “No, questi sloveni non ci amano ancora. Ci subiscono con rassegnazione e con malcelata ostilità. Pensano che noi siamo di ‘passaggio’, che non resteremo e non vogliono compromettersi, nel caso in cui ritornassero, domani, i padroni di ieri”. (tratto da “Il mio diario di guerra”, pubblicato dalla Libreria del Littorio).

Sapeva quindi molto bene, Mussolini, quando ebbe il potere, che lingua voleva far sparire, ciò tanto più perché era subentrato il progetto più ampio di non cambiare solo la lingua ma gli stessi connotati a tutta la gente slovena della Venezia Giulia.

Ma c’è un personaggio che potrei quasi dire più patriota, perché in modo prioritario, dello stesso Mussolini, un garibaldino che combatté a Milano e poi con Garibaldi. È l’avvocato Carlo Podrecca, autore del libro “Slavia Italiana”, uscito a Cividale nel 1884.

Nato a Cividale nel 1839 in una famiglia di notabili, sua madre è una contessa della Torre, Carlo Podrecca è un personaggio singolare. A Milano riceve da Nino Bixio, luogotenente di Garibaldi, la spada di tenente, conosce Ippolito Nievo, è amico di Giuseppe Cesare Abba, è però ad un tempo innamorato della sua identità della quale dice: “Non v’ha soluzione di continuità geografica od etnologica fra la Slavia Italiana e le altre propaggini slave”. Ci tiene quindi a questa specificità ed alla sua lingua che “non è pericolosa nella regione alla italianità di quest’ultima”. Non solo, vorrebbe che fosse insegnata nella perfetta forma grammaticale. È quindi normale che è al contrario ai tentativi di estirpazione della lingua del luogo, ed è per la coesistenza delle due lingue.

Un uomo di larghe vedute e che prevede la formazione tra l’Adriatico e i Mar Nero di un regno slavo e quindi la funzione di un anello che “congiunga la cultura italica a quella slava e rannodi la civiltà delle genti neo-latine a quelle dei popoli danubiani”. (Qui  Podrecca cita l’allora senatore Antoni, autore di “Friuli orientale”).

Come si vede, uomini europei in anteprima con la mentalità dei quali ora contrastano cete tendenze che si credevano sormontate ma che purtroppo denotano attitudini deleterie quali cellule di una metastasi.

Io voglio sperare che la bella collaborazione amichevole tra le due culture, che felicemente si è creata negli ultimi anni, valga a squalificare tali progetti anacronistici e quindi in partenza nocivi. E, in ultima analisi, antieuropei.