Riconoscere gli errori di "Vanni"

Messaggero Veneto - 4 agosto 2004

STORIA

Riconoscere gli errori

 

di Giovanni Padoan , “VANNI”

Sono costretto a chiedere ancora un po’ di spazio perché non posso fare a meno di ribattere su alcuni punti della risposta del dottor Mathieu. Credevo di essermi espresso in modo civile, come si addice tra avversari che hanno anche dei valori in comune e sono convinto di aver usato il fioretto. «I gladiatori furono impiegati per azioni non proprio patriottiche». Apriti cielo! Il dottor Mathieu ha risposto sguainando lo spadone e menando dei fendenti, mi ha dato due volte del mendacio.

E allora vediamo come si sono svolti i fatti: i servizi segreti di due Stati stranieri organizzano in Italia un’associazione o struttura segreta e armata e ingaggiano, sempre segretamente, cittadini italiani. La nostra Costituzione repubblicana, nata dalla Resistenza, all’art. 18 comma secondo, recita: «Sono proibite le associazioni segrete e quelle che perseguono, anche indirettamente, scopi politici mediante organizzazioni di carattere militare». Per la legge italiana la Stay Behind è illegale. Questa è la realtà dei fatti che nessun sofisma potrà mai cambiare.

Prima di affrontare gli altri punti, desidero esprimere il mio rammarico al dottor Giorgio Zardi per l’intervento del dottor Mathieu in difesa della posizione dell’Apo. Essa è stata così formulata: «... uno scontro ideologico in quanto sia i comunisti sloveni sia italiani intendevano far avanzare il più possibile in terra italiana la frontiera ideologica, per realizzare in Friuli un tipo di società corrispondente al loro modello».

Faccio osservare che questo motivo è rimasto allo stato d’intenzione perché non si è mai realizzato. E mi pare che nessuno Stato di diritto si sognerebbe di emettere delle sentenze di condanna per delle intenzioni.

I dirigenti dell’Anpi di Udine hanno sempre condannato nel modo più reciso il barbaro eccidio degli osovani del gruppo di Porzûs. Ma il secondo motivo non può essere preso in considerazione, non solo perché l’Anpi non c’entra in nessun modo con tale eccidio: ma per la valida ragione che l’Anpi in generale è un’associazione politica ma apartitica e l’Anpi di Udine è anche largamente pluralistica. In essa aderiscono i garibaldini, i partigiani all’estero, i combattenti del Corpo italiano di Liberazione, gli ex prigionieri dei Lager tedeschi e infine quasi un migliaio di osovani. Inoltre, questi anpisti hanno tutti le loro opinioni e numerosi aderiscono ai partiti democratici e sono tutti uniti sui valori della Resistenza.

È quindi evidente che il Comitato provinciale dell’Anpi di Udine non può approvare una condanna per motivi ideologici perché questo metterebbe in pericolo la stessa esistenza unitaria dell’associazione. Del resto è lo Statuto dell’Anpi che lo vieta.

Egregio dottor Mathieu, è proprio perché si occupa anche della storia del Movimento di Liberazione, che fu movimento unitario e pluralistico nello stesso tempo, basti pensare e ricordare che in seno al Clnnai le decisioni importanti venivano prese all’unanimità. Ed è proprio questa esperienza che guida le azioni dell’Anpi di Udine.

Non so perché si continui a battere su questo punto. Questa questione è stata chiarita da parte di Vanni sia nella sua dichiarazione personale sia in quella congiunta rilasciata a Faedis il 12 febbraio 2003 assieme al presidente dell’Apo professor Federico Tacoli.

Era corretto e giusto chiedere ai comunisti di riconoscere il motivo ideologico tanto più che stava scritto nello statuto del Pci che lottava per cambiare per via rivoluzionaria la società. Come vede, Vanni e i compagni che la pensano come lui hanno riconosciuto gli errori commessi e hanno chiesto scusa e perdono agli eredi delle vittime innocenti. Rimango in attesa di sapere che il dottor Mathieu e i suoi amici riconosceranno i loro. È quindi evidente che non si può chiedere all’Anpi quello che si è giustamente chiesto a Vanni. Ancora un’osservazione. Vanni «sarebbe avvezzo a contestare le sentenze che non gli tornano comode. Vedi quelle che lo riguardano per la vicenda di Porzûs». La mia contestazione alla sentenza del Tribunale di Firenze era ed è legittima, tanto è vero che anche il Comitato provinciale dell’Apo ha riconosciuto all’unanimità che Vanni e il comando della Garibaldi-Natisone non c’entrano con l’eccidio di Porzûs.

Il dibattito potrà essere utile e fecondo solo se ognuno cercherà di capire le ragioni dell’altro e riconoscerà francamente i propri errori.

Ecco, dottor Zardi, è così che vince la Storia.