Siamo semplicemente patrioti

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anno VIII - numero numero 07 - 22/02/2002

"Siamo semplicemente dei patrioti"

"La verità su Gladio ha trionfato anche in sede giudiziaria... finalmente... dopo una campagna di stampa mistificatoria della storia, attraverso la quale siamo stati criminalizzati come una banda di sovversivi e golpisti". E' pacato il tono dell'avvocato Giorgio Brusin, anche se i suoi occhi chiari tradiscono rabbia, quella rabbia con la quale per ben dodici anni lui e gli altri seicentoventuno volontari di Gladio (circa trecento dei quali friulani), hanno dovuto convivere.

Tanto sono durate le tre inchieste che la magistratura ha avviato ipotizzando reati assai gravi, infamanti per quanti oggi, invece, sono definiti patrioti. Dodici anni di graticola, dodici anni di interrogatori, perquisizioni, deposizioni, terminati con assoluzioni, l'ultima delle quali è divenuta definitiva da poco, anche se è passata sotto silenzio.

Dodici anni durante i quali "alcuni volontari della Gladio si sono separati dalla moglie dopo che il loro nome era stato sbattuto, come quello di un mostro, sulle prime pagine dei giornali - racconta, seduto nel suo studio di San Vito al Tagliamento, l'avvocato Brusin -, mentre altri, magari impiegati, hanno dovuto affrontare gravi esaurimenti nervosi dopo essere stati additati come criminali. Io no - spiega quello che fu il capo zona di Gladio per la provincia di Pordenone -. Io ho sempre avuto attestazioni di stima e rispetto dalla gente e la mia famiglia mi è sempre stata vicina. Ho ricevuto soltanto due lettere anonime, nelle quali mi si definiva fascista. Pensare che sono stato arrestato e condannato a morte dalle SS".

Ma cos'è Gladio? Quali erano i suoi compiti? La sua origine risale all'Organizzazione O, formata da ex osovani, nata quando la minaccia sovietica sul confine orientale era palpabile. Gestita dal generale Olivieri, l'Organizzazione O era autorizzata dal Ministero della Difesa e cessa di esistere nel 1956.

E proprio in quell'anno nasce Gladio, "nome dell'operazione in codice - spiega Brusin - se fosse entrata in funzione".

Gladio, voluta dalla Nato, si ramifica in tutta Europa per contrastare, se ce ne fosse stato bisogno, un attacco, un pericolo invasione da parte dell'Armata rossa. "In Italia diventa realtà - sottolinea l'avvocato sanvitese - grazie a un patto tra la Cia e lo Stato maggiore della Difesa". Gladio doveva organizzare nuclei di resistenza alle spalle degli invasori. I volontari furono scelti con molta cura, "persone normali, anonime, tra i 35 e i 55 anni, che non dovevano dare nell'occhio".

Per tutti un percorso obbligatorio, il corso nella base scuola denominata la "Centrale", che si trovava a pochi chilometri da Alghero, dove i volontari apprendevano tecniche di guerriglia, sabotaggio, infiltrazione ed esfiltrazione.
Anche l'avvocato Giorgio Brusin partecipò a quei corsi e la sua mente torna, vivida, a quegli anni in cui l'organizzazione doveva rimanere segreta.
"Facevo parte dell'Organizzazione O, eravamo circa 400 in tutto. Poi, quando si sciolse, fui contattato dall'allora capitano Aldo Specogna, cividalese, comandante della settima Brigata Osoppo col nome di battaglia di Repe. A Specogna - spiega Brusin - era stato affidato il compito di reclutare personale per Gladio nella nostra regione. Mi aveva conosciuto durante gli anni della O. Divenni caporete per la provincia di Pordenone. Spettava a me segnalare ai vertici altri possibili volontari per Gladio. Dopo la segnalazione i nuovi gladiatori subivano, senza saperlo, un esame che poteva durare anche un anno. Poi venivano avvicinati e, gradualmente, preparati alla proposta di diventare componenti di Gladio. Non ero io ad avvicinarli. Ci conoscevamo soltanto dopo che avevano accettato".

Erano più o meno una ventina i gladiatori del Pordenonese, gente di varia estrazione sociale, di differente cultura e ideologia politica, perché Gladio non voleva essere una struttura politica...

"Non siamo mai stati allertati, né mai abbiamo avuto l'ordine di prepararci a un'invasione - prosegue l'avvocato di Gladio -. E mai abbiamo saputo dove erano custodite le armi. Quel tipo di notizie erano custodite dai militari. Noi sapevamo soltanto che, in caso di necessità, avremmo avuto i mezzi per combattere. Certamente - ironizza - non per fare un Golpe. Difficile soltanto immaginare, come invece sostennero alcuni magistrati e alcuni comunisti, che 600 persone avrebbero potuto rovesciare un Governo. Ci avrebbero scoperto subito. Volevamo soltanto difendere la Patria".

E quando l'allora presidente del Consiglio Giulio Andreotti svuota il sacco e, "nonostante le promesse e i giuramenti di mantenere segreta l'esistenza dell'organizzazione", svela nomi, cognomi e l'ubicazione dei "nasco", i nascondigli di Gladio, i depositi di armi, agli onori della cronaca balza anche San Vito al Tagliamento, o, meglio, la chiesetta di San Petronilla, nella frazione di Savorgnano.

Il pm veneziano Felice Casson avvia un'inchiesta partendo dalla strage di Peteano, convinto che Vincenzo Vinciguerra, terrorista condannato per aver fatto saltare in aria un'auto che uccise tre carabinieri, avesse preso l'esplosivo in un deposito di Gladio.

"Era invece chiaro sin da subito -afferma l'avvocato Giorgio Brusin - che non era il genere di esplosivo nascosto nei nostri depositi. Ma, come emerse dall'inchiesta, si trattava di esplosivo usato nelle miniere dell'avianese".

E' pieno di particolari, di ricordi ancora vivi il racconto di Brusin, un gladiatore più fortunato di altri, che ha sempre avuto l'appoggio della famiglia e mai si è preoccupato delle accuse infamanti rivolte ai volontari di Gladio.  Mai un dubbio, Brusin sentiva di dover far parte di questa struttura che aveva l'appoggio della Nato e dei vertici italiani.

"Patrioti. Siamo semplicemente dei patrioti".