SISMI/L'ULTIMA INDAGINE SCOTTANTE
PANORAMA - 15 APRILE 1990

 

Arsenale di servizio

 

da due legali (Arturo Sorgalo di Venezia e Raffaele Latagliata di Roma), il capo del Sismi si trova, per la prima volta, nello scomodissimo ruolo, peraltro già ricoperto da tanti suoi predecessori, di imputato.

Già l'accusa contesta al servizio segreto di non aver aiutato la magistratura nell'individuare i collegamenti ira la strage di Peteano e i suoi autori, e ora imputa a Martini di aver negato, mediante una informativa, proprio quei contatti tra servizi segreti e Fachini, sul quale pesa la condanna di aver fornito I esplosivo che, alla stazione di Bologna, causo la morte di 85 persone.

L'ammiraglio si difende dicendo pressappoco che non può controllare tutte le veline del Sismi, e soprattutto la loro autenticità.

Se si era esposto negando contatti tra i servizi e qualche losco personaggio la colpa non poteva ricadere sulla sua testa.

Eppure il magistrato era certo che il servizio segreto aveva raccontato trottole sul rapporto tra il Sid e Fachini Infatti durante una perquisizione alla sede del Sismi di Padova.

Casson aveva trovato in uno schedario un'importante velina al proposito. Cosi, quando il giudice, quella mattina d'agosto, interroga l'ammiraglio, le domande sono circostanziate.

Bisognerà tuttavia aspettare quattro mesi per venire a capo di qualcosa di giudiziariamente (ma non solo) esplosivo. È il 6 dicembre. E sempre lassù, al terzo piano del palazzo di Giustizia, arriva un altro esponente del Sismi, posto però fuori del controspionaggio proprio dall'ammiraglio Martini. È il generale Pasquale Notarnicola, cinquantanovenne, lunghi anni negli uffici di Forte Braschi. a Roma, sede dei servizi di sicurezza.

Notarnicola è un testimone già apparso nell'istruttoria perché, ancora nel novembre 1978, aveva spedito alla magistratura veneziana un rapporto, sicuramente non edulcorato, sui possibili autori della strage di Peteano.

Esordisce ora il generale, aprendo l'interrogatorio: «Mi sono reso conto che al di sotto, al di sopra e al mio fianco, all'interno del servizio, esisteva chi mi controllava affinché non ripetessi quanto avevo già tatto presente in quel rapporto del 1978».

Allora, come si sa, i nostri servizi erano diretti da generali iscritti alla loggia P2 e poi accusati di deviazioni. Non appare dunque sconvolgente l'accen-

   

All'epoca delle stragi i nostri agenti nascondevano armi e bombe. Perché? E le hanno tuttora? Si attendono risposte esplosive.

di MARCELLA ANDRIOLI

La lettera porta la data del 19 gennaio ed è arrivata, con un corriere della polizia, sul tavolo di Giulio Andreotti. È una lettera di poche righe ma dal contenuto esplosivo perché riguarda i servizi segreti e le loro, ancora possibili, deviazioni.

Ha scritto quella lettera un giudice di Venezia, Felice Casson. impegnato a scoprire i risvolti più riposti di alcune stragi, tra cui quella di Peteano in Friuli, che ha già visto in Corte d'assise imputati terroristi di destra, ufficiali e persino magistrati. Per esigenze istruttorie-scrive il giudice al presidente del Consiglio «mi trovo nella necessità di dover accertare se nel periodo 1972-74 siano stati effettuati nel Friuli-Venezia Giulia trasferimenti di depositi (segreti) di armi, munizioni ed esplosivi a disposizione dei servizi di sicurezza».

Si. proprio «depositi segreti». Un affare di non poco rilievo istituzionale (per quale motivo il controspionaggio deve nascondere un proprio arsenale?)che ha spinto il magistrato a informare della richiesta avanzata ad Andreotti il Comitato parlamentare per i servizi di sicurezza presieduto dall'onorevole Mario Segni.

Il giudice, secondo le norme vigenti, avrebbe dovuto inoltrare la richiesta di spiegazioni non direttamente al presidente

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

del Consiglio ma al capo del Sismi, il servizio segreto militare, diretto ininterrottamente dal 1984 a oggi dall'ammiraglio Fulvio Martini

Ma, in questo nuovo affaire, la sorpresa non poteva certo mancare: lo stesso Martini, nell'ambito delle indagini da cui. è trapelato il caso dell'arsenale segreto del controspionaggio, non è un osservatore qualsiasi ma addirittura un imputato di favoreggiamento. Ecco perché Casson ha dribblato il capo del Sismi e si i rivolto direttamente ad Andreotti.

La storia ha un retroscena: lo scorso mese di agosto l'ammiraglio viene chiamato a rispondere di favoreggiamento (l’accusa sostiene che ha tenuto celati i rapporti che avrebbero legato il vecchio servizio di sicurezza con Massimiliano Fachini, condannato all'ergastolo in primo grado per la strage di Bologna) e convocato al terzo piano del palazzo di Giustizia di Venezia, sul Canal Grande.

 

 

 

IMPUTATO

L’ammiraglio, un poco risentito, si mette in contatto con il pubblico ministero Gabriele Ferrari e chiede, insistentemente quanto inutilmente, di non presentarsi in quel palazzo dove curiosi e giornalisti potrebbero vederlo, ma nei più discreti uffici di una caserma dei carabinieri. Accompagnato


no a intimidazioni che ora su facendo Notarnicola.

Ma il generale ha qualcosa in più da raccontare. Spiega al magistrato (il quale non è mai riuscito a individuare la provenienza dell'esplosivo usato per imbottire la 500 che causò la strage di Peteano) che i servizi di sicurezza, quando lui vi lavorava, avevano depositi segreti di armi, munizioni, esplosivi.

 

A MEZZADRIA

Soprattutto armi, munizioni, esplo­sivi di marca nemica, cioè prodotti da Paesi non aderenti alla Nato. Secondo il generale, quei depositi erano gestiti a mezzadria tra il nostro controspionaggio e la Nato.

Una dichiarazione importante, che conferma peraltro altre indicazioni già raccolte sui depositi segreti, ma che non finisce qui.

Il generale fa mettere a verbale che l'attuale capo del Sismi può saperne qualcosa in più: «Martini mi disse che all'epoca della strage si era dovuto recare al Nord, in Friuli, per garantire che alcuni depositi di armi del servizio non fossero scoperti per caso dalla magistratura nel corso di sopralluoghi o perquisizioni».

Il giudice Casson sobbalza: mai il capo del Sismi gli aveva fatto simili confidenze, pur avendogli di­mostrato nell'interrogatorio del mese di agosto una completa disponibilità.

Forse il generale Notarnicola, messo da parte proprio dall'ammiraglio, gli sta tirando contro qualche frecciata velenosa?

Non rimane che risentire il capo del Sismi. Che arriva, puntuale,


sempre lassù al terzo piano, lunedì 15 gennaio.

Per l'ammiraglio è un tour de force: cinque giorni dopo dovrà andare a deporre a Bologna davanti alla Corte d'assise d'appello che processa gli autori della strage alla stazione.

Il magistrato di Venezia gli contesta le rivelazioni del generale, e 1'ammiraglio non nega la vicenda dei depositi di armi, ma respinge con fermezza le accuse di Notamicola: non ha mai «coperto» quegli arsenali.

Il quadro che ne emerge non rasse­rena Casson. Che senso ha che il con­trospionaggio controllasse un proprie arsenale nella zona del Friuli?

Per simulare attentati, per sabotaggi o per cautelarsi in caso di invasione? Ma non ci sono già dislocati nella zona decine e decine di arsenali controllati dall'esercito?

Ecco così partire. Quattro giorni dopo l'interrogatorio di Martini, la lettera ad Andreotti e al Comitato parlamentare per i servizi di sicurezza.

Non e che il magistrato voglia disquisire sulla liceità di quei depositi, bensì sapere se nei periodi precedente e immediatamente seguente alla strage di Peteano ci siano stati trasferimenti da quegli arsenali.

Trascorsi due mesi dalla missiva inoltrata ad Andreotti e non avendo ricevuto al­cun cenno di risposta, Casson spedisce un sollecito al Comi­tato parlamentare per i servizi. Il silenzio di palazzo Chigi è però rotto dalla procura militare di Roma.

Si fa viva con una lettera - porta la data del 17 marzo -che annuncia l'apertura di indagini preliminari non già sui depositi segreti bensì sul conto del generale Notarnicola.

L'alto ufficiale viene inquisito, avverte la procura militare, perché nel corso della testimonianza resa a Venezia avrebbe riferito «notizie concernenti il servizio di controspionaggio militare e segnatamente dati relativi alla dislocazione di talune strutture e alla identità di appartenenti alle medesime».


INVIO DEL VERBALE

Avverte la procura militare che il generale potrebbe essere incappato nel «reato previsto dal co­dice   penale   militare  di   pace,  capo secondo, titolo primo del libro secondo» che prevede pene da dieci anni di carcere in su. Per verificare la responsabilità dell'alto ufficiale, la procura sollecita l'invio del verbale di interrogatorio.

Il giudice spedisce l'interrogatorio accompagnandolo con uria lettera in cui, fra le righe, si dice: perché ve la prendete tanto con il generale Notarnicola («Non risulta che abbia a me rivelato identità inerenti al servizio») e non -

---lo»)? Perché chiamate in causa il segre­to di Stato quando La legge del 1977 prevede che non sia opponici le «procedendo questo ufficio per fatti eversivi dell'ordine costituzionale»?L'iniziativa della procura militare e il silenzio di Andreotti spingono infine il giudice a inviare alla Commissione parlamentare per le stragi un piccolo dossier: l'interrogatorio di Notarnicola, la lettera della procura militare e la relativa risposta. Non e una vicenda, quella dei depositi segreti di armi, che possa essere gestita da quell'ufficio sul Canal Grande.

L'episodio è tra i più efferati nella lunga stagione delle bombe. La sera del 31 maggio 1972, il centralinista della sala operativa dei carabinieri di Gorizia riceve una segnalazione anonima: c'è una 500 sospetta abbandonata in un viottolo delle campagne di Peteano. A controllare accorrono un ufficiale e tre carabinieri. Quando aprono il cofano della macchina scatta una trappola esplosiva che uccide i tre militari e ferisce gravemente il graduato. Sugli autori e i mandanti della strage, le indagini girano a vuoto per anni finché, oltre un decennio più tardi, il neofascista triestino Vincenzo Vinciguerra si decide a confessare accusando se stesso e altri due camerati. Il suo racconto permette di delineare un intreccio perverso di complicità, errori e leggerezze che coinvolge pesantemente le istituzioni. Continuando a frugare in questo oscuro angolo di storia patria, mai completamente esplorato, il giudice Casson si imbatte in una nuova clamorosa pista.

MARCELLA  ANDRIOLI