CRONOLOGIA “CASO GLADIO”: fatti e misfatti!

    06/04/95     In relazione del Copaco, presieduto dal Sen.Brutti, la Gladio viene giudicata come “deviata”
 

SENATO DELLA REPUBBLICA

CAMERA DEI DEPUTATI

 

XII LEGISLATURA

 

Doc. XXXIV

n. 1

 

RELAZIONE

DEL COMITATO PARLAMENTARE PER I SERVIZI DI INFORMAZIONE E SICUREZZA E PER IL SEGRETO DI STATO

  

PRIMO RAPPORTO SUL SISTEMA DI INFORMAZIONE E SICUREZZA

 

Comunicata alla Presidenza il 6 aprile 1995


INDICE

I.

LE CONDIZIONI ATTUALI DEL SISTEMA

1. Premessa
2. I documenti acquisiti e le attività svolte
3. I poteri del Presidente del Consiglio
4. La disciplina del segreto di Stato
5. La duplice delega del Presidente del Consiglio e le funzioni di Autorità nazionale per la sicurezza
6. Il compito di "sovrintendere"
7. La dissociazione tra effettivo esercizio dei poteri relativi, al segreto di Stato e responsabilità politica del Presidente del Consiglio
8. Le competenze del Ministro della difesa e del Ministro dell'interno
9. Il Comitato parlamentare e i vertici politici dell'Esecutivo. Il rapporto con il Presidente del Consiglio
10. Il rapporto con il Ministro della difesa
11. Il rapporto con il Ministro dell'interno
12. L'affidabilità dei componenti dei Servizi
13. Le valutazioni dei vertici tecnici dei Servizi
14. Funzioni dei Servizi. Significato dell'espressione "compiti informativi e di sicurezza"
15. Problemi attuali del SISMI
16. Problemi attuali del SISDE
17. Funzioni e problemi attuali del CESIS
18. I SIOS: le funzioni fondamentali
19. Il II Reparto della Guardia di finanza
20. Il CED del Ministero dell'interno
21. Il falso dossier su Castellari

II.

L'UCSI: un ufficio privo di regolamentazione legislativa

22. I "Nulla osta di segretezza"
23. La natura delle indagini
24. Un'assoluta discrezionalità
25. I documenti acquisiti
26. In contrasto con la legge

III

I CATTIVI USI DELLA DISCREZIONALITA’

27. Le ricorrenti deviazioni
28. La continuità
29. Il condizionamento derivante dalle logge massoniche

IV.

QUATTORDICI CASI EMBLEMATICI DI DEVIAZIONE DEL SERVIZIO SEGRETO MILITARE

30. Tipologia delle deviazioni
31. Le schedature illegittime del SIFAR
32. Le false informazioni del SID relative alla strage di Piazza Fontana
33. La vicenda di Giannettini
34. Episodi di depistaggio
35. Il deposito di materiale bellico ad Aurisina
36. Il depistaggio delle indagini sulla strage di Peteano
37. La vicenda di Augusto Cauchi
38. La vicenda di Federigo Mannucci Benincasa
39. I rapporti di Pecorelli con i Servizi
40. I depistaggi delle indagini sulla strage di Bologna
41. I Servizi e la loggia P2
42. L'archivio Uruguaiano di Licio Gelli
43. Il Supersismi e l'attività di Francesco Pazienza
44. I documenti sulla VII Divisione e su Gladio. Il disordine degli archivi e le ipotesi di manipolazione

V.

LA DEVIAZIONE DEL SISDE

45. Una gestione anomala
46. Le segnalazioni dell'ambasciatore Fulci
47. Gli accertamenti giudiziari
48. La prassi degli assestamenti di bilancio
49. L'accantonamento dei fondi riservati
50. Comportamenti in contrasto con la legge
51. Le ragioni istituzionali degli abusi
52. Il mancato controllo dell'autorità politica
53. Misure regolamentari rivolte ad evitare l'uso scorretto dei fondi riservati

VI.

I RAPPORTI TRA I SERVIZI DI INFORMAZIONE E DI SICUREZZA E LA CORTE DEI CONTI

54. Una indennità che viola la legge

VII.

LA MEMORIA DELLE OPERAZIONI E LA TENUTA DEGLI ARCHIVI

55. Le condizioni attuali
56. Le manipolazioni

VIII.

LE PROSPETTIVE DI CAMBIAMENTO

57. Le trasformazioni politiche e il mutamento degli obiettivi: un'occasione per rompere la continuità e riformare i Servizi

IX.

NUOVE REGOLE PER LA RIFORMA DEI SERVIZI. VENTI PROPOSTE

58. Rinnovamento e status del personale
59. Sistema binario a forte coordinamento
60. Il Sottosegretario di Stato per la sicurezza
61. Il Segretario generale del CESIS
62. Soppressione del CIIS
63. La disciplina legislativa dell'UCSI
64. L'oggetto del controllo parlamentare
65. Gli interlocutori del Comitato
66. La conservazione dei documenti dei Servizi
67. Controllo del Comitato sulle attività e sulle spese
68. I bilanci dei Servizi
69. La tutela del segreto dei lavori del Comitato
70. Gli archivi dei Servizi
71. Classificazione del segreto e temporaneità
72. Inopponibilità del segreto di Stato
73. Inopponibilità del segreto istruttorio
74. Denuncia di atti illegittimi
75. Garanzie funzionali
76. Il controllo sul Centro elaborazione dati del Ministero dell'interno
77. I SIOS di forza armata

X.

LE PRIORITA’ POLITICHE

78. Ciò che emerge dalla ricognizione
79. La vicenda SISDE e l'urgenza di un rinnovamento radicale

IV. QUATTORDICI CASI EMBLEMATICI DI DEVIAZIONE DEL SERVIZIO SEGRETO MILITARE

35. Il deposito di materiale bellico ad Aurisina

Il 24 febbraio 1972 e il 3 marzo successivo, secondo notizie ufficialmente fornite alla stampa, i carabinieri della tenenza di Aurisina (in provincia di Trieste) rinvenivano nella zona un'abbondante quantità di materiale di natura bellica.

Su questo episodio gli accertamenti disposti dal giudice istruttore di Venezia Felice Casson hanno consentito dì stabilire alcuni punti fermi.

Il materiale rinvenuto apparteneva sicuramente alla struttura Gladio. E’ certo che il SID, in relazione a questo ritrovamento, inviò i propri emissari a Trieste e ad Aurisina, sia presso il proprio Centro CS sia presso i locali Comandi dei carabinieri. Occorreva immediatamente intervenire per occultare le finalità del deposito di armi e di esplosivi, ma anche perché non venissero effettuati controlli sulla quantità e sulle caratteristiche dei materiali che là erano conservati. Allo scopo di pilotare le indagini e di far emergere il meno possibile di informazioni sulla vicenda, il SID stabilì contatti con il capo di stato maggiore dell'Arma dei carabinieri, generale Arnaldo Ferrara, con il comandante della Divisione Pastrengo di Milano, generale Giovanbattista Palumbo e con il comandante della Legione carabinieri di Udine, colonnello Dino Mingarelli.

Il rinvenimento dei materiali non sarebbe avvenuto nell'epoca ufficialmente indicata (febbraio-marzo 1972), ma nell'estate precedente. Gli uomini del SID avrebbero indotto i carabinieri di Aurisina a stilare falsi verbali di sopralluogo ed un falso rapporto.

Quanto ritrovato, sia per quantità sia per qualità, non corrispondeva completamente a ciò che figurava essere stato costituito in origine come dotazione del deposito, poiché vi erano dei materiali in più e anche dei materiali in meno. Si trattava come è stato accertato del Nasco (nascondiglio) n. 203. Da rilevare inoltre che i materiali stessi non erano interrati, come invece avrebbero dovuto essere secondo la tecnica di occultamento di simili depositi, ma si trovavano all'aperto. Pertanto questo Nasco è da considerare "aperto"(35). Rimangono oscuri i motivi che avevano portato alla manomissione e quindi evidentemente ad un uso anomalo dei materiali bellici. Resta comunque la persuasione espressa dall'allora tenente colonnello Gerardo Serravalle, giunto in quel periodo al comando di Gladio, secondo cui vi era tra molti appartenenti a tale struttura la tendenza a perseguire, più che un'azione anti invasione, un'azione politica interna contro la sinistra(36).

Così sull'episodio conclude il giudice istruttore di Venezia: "Dagli atti acquisiti e sequestrati presso le sedi romana e triestina del SISMI emerge in maniera documentale e pacifica che il SID fece di tutto per depistare l'Autorità giudiziaria procedente, fornendo false indicazioni, negando il vero, facendo in modo che i vertici dell’Arma intervenissero al fine di interrompere indagini e rastrellamenti e, addirittura, fornendo ai giudici di Trieste tre possibili piste (che sapevano essere tutte e tre false) quanto alla natura e all'origine del materiale bellico rinvenuto... "(37).

Questo ritrovamento segnò comunque una svolta. Tutti i depositi di materiale bellico furono smantellati. Non vi fu però una smobilitazione della struttura Gladio. L'operazione era anzi volta a garantire la continuità di azione. Essa, anche sulla base di sollecitazioni che provenivano dal Servizio segreto statunitense, venne a connotarsi non solo come un'organizzazione volta a contrastare eventuali invasioni sul fronte nord-orientale, ma anche come struttura informativa e di sicurezza operante sull'intero territorio nazionale(38).

36. Il depistaggio delle indagini sulla strage di Peteano

Il 31 maggio 1972, a Peteano, venne fatta saltare un'auto piena di esplosivo. Tre morti e un ferito tra i carabinieri che la perquisivano, chiamati da una telefonata anonima. Le indagini sulla strage furono subito assunte proprio dall'Arma dei carabinieri con una determinazione insolita. Si legge nella sentenza di primo grado della Corte di assise di Venezia: "Che la polizia fosse subito stata emarginata dalle indagini è dato pacifico che emerge da tutte le risultanze processuali. Già il 5 giugno 1972, con una riservatissima alla persona", il Questore di Gorizia si rivolgeva al Prefetto lamentando che "il colonnello Mingarelli ha deliberatamente eretto un muro invisibile ma invalicabilissimo, dimostrando di non gradire assolutamente la collaborazione della Questura" ... (39).

Il 1° giugno era giunto a Gorizia il generale Giovanbattista Palumbo, comandante della Divisione Pastrengo di Milano, e aveva ordinato al colonnello Dino Mingarelli (già collaboratore del generale De Lorenzo ed inoltre coinvolto nelle vicende del piano Solo e nelle ipotesi golpistiche del luglio 1964) di assumere la direzione delle indagini. Egli stesso indirizzò poi Mingarelli su un'improbabile pista rossa utilizzando, sembra, il colonnello dei carabinieri Michele Santoro, già coinvolto in un'attività di depistaggio delle indagini su alcuni attentati dinamitardi avvenuti nel 1971 a Trento(40) Constatata l'impraticabilità della pista rossa, le indagini furono orientate su un gruppo di persone in contatto con la piccola malavita goriziana, poi arrestate e rimaste a lungo in stato di detenzione.

Sulla strage di Peteano vi è stata una ammissione di responsabilità da parte del terrorista nero Vincenzo Vinciguerra. Egli ha collocato l'ideazione e l'organizzazione del crimine all'interno del circolo di Ordine Nuovo di Udine, con una serie di ammissioni rilevanti, anche se parziali, circa i rapporti tra alcune organizzazioni di estrema destra e settori degli apparati dello Stato. L'azione del gruppo di Udine, che aveva già prima della strage compiuto un attentato all'abitazione del deputato del MSI De Michieli-Vitturi, e inoltre aveva realizzato azioni contro linee ferroviarie, monumenti ed edifici pubblici, fu coperta dalle stesse autorità che avrebbero dovuto indagare. Con il Vinciguerra è stato condannato, anch’egli all'ergastolo, il neofascista Carlo Cicuttini. Questi, resosi latitante dopo i primi sviluppi dell'indagine giudiziaria, durante il lungo periodo della latitanza ha avuto collegamenti con organi statuali di paesi dell'America Latina, con i quali ha trattato il commercio di materiale bellico.

L'inquinamento delle indagini si intensificò quando, il 6 ottobre 1972, durante un tentativo di dirottamento aereo a Ronchi dei Legionari restò ucciso Ivano Boccaccio, componente dello stesso gruppo. Quest'ultimo aveva prestato servizio militare nell'ambito della brigata paracadutisti Folgore. E’ risultato che, nell'ambito del programma di addestramento, egli era stato, tra l'altro, istruito a collocare congegni esplosivi su autovetture (cosiddetto trappolamento) nello stesso modo usato per l'autovettura di Peteano. In proposito è da rilevare che il congegno utilizzato per la strage, secondo le dichiarazioni di Vinciguerra, era azionato da un accenditore a strappo. Un certo numero di accenditori a strappo era compreso tra i materiali risultati mancanti dal Nasco di Aurisina. In relazione al tentativo di dirottamento che ebbe per protagonista il Boccaccio, scattarono subito attività di depistaggio volte ad alterare elementi di prove (il bossolo della cartuccia esplosa dal Boccaccio nel conflitto a fuoco con la polizia dell'aeroporto di Ronchi e i bossoli ritrovati sul luogo della strage erano identici). I bossoli repertati a Peteano scomparvero e i verbali di sopralluogo furono sostituiti, perché la sottrazione non venisse scoperta. Ma vi fu inoltre un'attiva protezione a favore dei terroristi. Il Vinciguerra ha dichiarato che nell'ottobre 1972 le coperture nei suoi confronti e nei confronti degli altri ordinovisti friulani in relazione alla strage scattarono automaticamente ed autonomamente(41).

I depistatori operarono perché non fosse ipotizzabile una matrice di estrema destra nell'attentato. Risulta che il Servizio segreto militare ricercò, proprio nell'autunno 1972, attraverso il capitano Antonio La Bruna ed attraverso Guido Giannettini, contatti con l'ambiente ordinovista padovano, che avevano come scopo un interessamento alle vicende connesse a Peteano(42).

Ancora, fra la fine del 1978 e gli inizi del 1979, il generale Giuseppe Santovito, direttore del SISMI, essendo venuto in possesso di informative concernenti la strage e gli estremisti di destra che ne erano responsabili, sostenne, all'interno del Servizio, la opportunità di inviare le informazioni in questione, prima che alla magistratura, ai carabinieri, perché fossero comunque loro a svolgere le indagini(43).

....

44. I documenti sulla VII Divisione e su Gladio. Il disordine degli archivi e le ipotesi di manipolazione

Riguardo ad aspetti di attività sulla organizzazione interna della Gladio, sono emersi vari elementi tali da legittimare sospetti di manipolazioni od altre iniziative, comunque diretti a mascherare o ad occultare la verità.

Indicativi, al riguardo, soprattutto due documenti costituiti da una perizia eseguita per conto del giudice istruttore di Bologna Grassi e da un elaborato compilato dai giudici Benedetto Roberti e Sergio Dini, rispettivamente Procuratore militare in sede vacante e Sostituto procuratore militare della Procura militare della Repubblica presso il Tribunale militare di Padova.

Nella perizia si evidenzia che la documentazione di Gladio resa disponibile si presenta in estremo disordine, precisando che esiste una alternazione di documenti segretissimi con documenti senza alcuna classifica, relazioni che si riferiscono ad attività molto recenti (1990) con altre risalenti agli anni 50 e così via. Il perito puntualizza a questo proposito: "Si può affermare che eventi esterni sono intervenuti, casualmente o dolosamente, per mettere in accurato disordine i documenti"(76).

Il perito, inoltre, ha avuto modo di rilevare che nel periodo compreso tra il 29 luglio e l'8 agosto 1990, e cioè subito dopo l'accesso all'archivio della Gladio da parte del giudice istruttore di Venezia Casson e pressoché in concomitanza con le note dichiarazioni in Parlamento del Presidente del Consiglio Andreotti sulla struttura, una notevole quantità di documenti, come risulta dalle annotazioni apposte nei registri di protocollo, è stata distrutta.

Vi è da chiedersi quale sia stato il motivo della situazione riscontrata. Secondo logica, si prospettano solo due alternative: o l'esistenza di una condizione di disordine, per così dire congenita e stratificata, dovuta all'incuria, all'insipienza e alla sciatteria del personale addetto, oppure una ben determinata volontà di creare lo stato di confusione per nascondere, annebbiare, depistare. Pur in un doveroso spirito garantista, occorre convenire che la seconda ipotesi appare la più fondata, anche per i motivi che saranno in seguito meglio specificati.

Numerosi altri risvolti sono stati poi evidenziati dal perito. Limitando l'elencazione ad alcuni episodi significativi, sarà sufficiente ricordare il "saccheggio" della documentazione contenuta nel fascicolo del noto estremista di destra Enzo Dantini che, a dire del SISMI, sarebbe stato solo preso in considerazione per l'inserimento nella struttura ma non reclutato per i suoi accertati precedenti. Vi è poi la vicenda del fascicolo intestato a Gianfranco Bertoli, sul quale vengono richieste informazioni nel 1965, che risultano favorevoli, ma il soggetto non risulta avvicinato perché "non conosciuto personalmente dal segnalatore"(77). Il perito evidenzia questa incongruenza, anche perché l'annotazione, apposta a mano, reca la data del 20 gennaio 1971; il Bertoli sarebbe dunque rimasto in sospeso per ben sei anni.

La vicenda è resa ancora più inquietante alla luce del pesante sospetto che la persona possa identificarsi nell'autore della strage dinanzi alla Questura di Milano del 17 maggio 1971 e non, come affermato dal SISMI, di un uomo di tal nome nato a Portogruaro, il quale ha negato di aver mai fatto pane della struttura.

Sempre per quanto riguarda la vicenda Bertoli, il giudice istruttore di Padova Felice Casson, dopo aver anch'egli sottolineato l'incongruità di una annotazione posta dopo sei anni, rileva che presso il SISMI è stato trovato un numero di telefono, successivo al settembre 1984, relativo al Bertoli di Portogruaro, persona con cui il Servizio - secondo le stesse dichiarazioni dei suoi dirigenti - avrebbe interrotto ogni contatto fin dal 1971. "Unica spiegazione - annota il giudice - è quella che "qualcuno" in epoca recente abbia avuto bisogno di trovare i dati del Bertoli di Portogruaro o di contattarlo"(78).

Sempre riguardo a quanto accertato dai magistrati padovani, è da rilevare che essi hanno posto in evidenza una abbastanza nutrita serie di incongruenze e contraddizioni alcune delle quali, per semplicità e brevità di esposizione, sono di seguito menzionate.

Esiste un documento, datato 14 marzo 1967, costituito da una informativa redatta dall'allora capo dell'Ufficio R, colonnello Pasquale De Marco, per il capo del Servizio Eugenio Henke, concernente una esercitazione denominata LAZIO 1\67, svolta da alcuni elementi esterni della struttura. Secondo quanto riferito nell'informativa, all'esercitazione presero parte sette soggetti, "tutti di Roma, che da tempo sono nell'organizzazione". I nomi di questi elementi sono indicati come "Armando", "Sandro", "Maurizio", "Filippo", "Vincenzo", "Gianni". "Giulio". Di fianco a ciascun nominativo è indicata l'attività lavorativa svolta dagli stessi. Peraltro, dall'esame dei nominativi della cosiddetta lista dei 622, che è stata ripetutamente definita dai responsabili della struttura come sicura ed immune da manipolazioni, risultano venticinque "gladiatori" laziali, nessuno dei quali si chiama Maurizio e Sandro, ed egualmente non risultano le professioni attribuite a questi. Gli altri elementi partecipanti all'esercitazione sono stati invece positivamente identificati(79).

Nel tabulato denominato stampa matricolare generale, fornito dal SISMI con i nominativi di tutti i soggetti reclutati nell'organizzazione o anche solo segnalati a tal fine, mancano le indicazioni nominative relative ai soggetti contrassegnati dalle seguenti sigle numeriche: 0550; 0551; 0553; 0554; 0556; 0557; 0591; 0596; 0755; 0895; 1046 e 1314. Nell'elenco fornito dal SISMI mancano quindi almeno dodici nominativi. Una ricerca diretta effettuata negli archivi ha permesso di constatare la mancanza dei fascicoli personali contrassegnati dalle relative sigle numeriche.

Non sono peraltro ipotizzabili sviste o fortuite omissioni, poiché esiste la prova che alle sigle numeriche corrispondono soggetti in carne ed ossa. Esiste infatti un documento che riporta l'indicazione delle sigle numeriche di sei "gladiatori" che dal 10 al 22 luglio 1972 effettuarono un corso al Centro di Alghero. Tra essi vi erano il "gladiatore" 0553 e quello 0556. Da altro documento emerge che esisteva in Friuli Venezia Giulia un "settore di esfiltrazione" i cui addetti erano, tra gli altri, i "gladiatori" 0554, 0553, 0550, 0557, 0591(80).

Da un esame incrociato dei diversi elenchi di personale segnalato per l'arruolamento, nonché dal riscontro del contenuto dei fascicoli personali, è stato poi possibile accertare che almeno dieci persone sono state inserite, nel corso degli anni, in Gladio, pur non risultando nell'elenco dei 622 "gladiatori" ufficiali. Più precisamente, sono stati individuati sedici soggetti, tutti sentiti a verbale sul punto. Dieci di essi hanno confermato la loro appartenenza all'organizzazione, mentre i rimanenti sei hanno negato di essere stati reclutati.

I magistrati della Procura militare di Padova hanno sentito, in qualità di testimoni, un centinaio degli appartenenti a Gladio, i cui nominativi erano compresi nell'elenco dei 622. Di questi, circa il dieci per cento ha negato di aver mai fatto parte dell'organizzazione e alcuni di loro hanno fornito spiegazioni convincenti, come, ad esempio, il mancato ricevimento della "lettera di congedo e ringraziamento" inviata a tutti gli appartenenti al momento dello scioglimento di Gladio.

Nell'elenco dei 622 componenti di Gladio figurano 45 elementi in realtà deceduti da tempo, come annotato sul registro e sui fascicoli relativi. I giudici, peraltro, hanno accertato che altri 25 soggetti erano deceduti senza che di ciò figurasse alcuna annotazione o memorizzazione sulla documentazione, di modo che in buona sostanza, secondo il SISMI, essi erano in vita e pronti ad essere utilizzati.

Può quindi essere ritenuto pacifico il verificarsi di un'attività, probabilmente anche assai complessa ed articolata, mirata a sottrarre alla conoscenza dell’Autorità giudiziaria e degli organismi parlamentari di inchiesta e di controllo, dati, notizie o altri elementi che evidentemente non potevano essere rivelati.

Ciò costituisce un aspetto inquietante. Non vi è stata da parte dei dirigenti del SISMI la collaborazione che ci si sarebbe dovuti attendere.

Recentemente, in data 11 febbraio 1995, l'Autorità giudiziaria di Roma, nell'ambito dei procedimenti penali a carico di Invernizzi Gianantonio ed altri, per delitti relativi a soppressione continuata di documenti attinenti alla sicurezza dello Stato, e a carico di Inzerilli Paolo e altri per i delitti di cospirazione politica mediante associazione, banda armata e altro, tutti fatti connessi con la vicenda Gladio, ha disposto gli arresti domiciliari nei confronti dell'ex direttore della I Divisione del SISMI, colonnello Bartolomeo Lombardo, attualmente in servizio presso lo stesso organismo.

A quanto è dato finora sapere (le indagini sono attualmente in corso e l'Autorità giudiziaria procedente ha fatto riserva di comunicare eventuali informazioni utili) il colonnello Lombardo era stato sentito dall'Autorità giudiziaria in qualità di "persona informata sui fatti". L'esame concerneva la corrispondenza intercorsa tra la I e la VII Divisione del SISMI nel novembre 1990 circa le informazioni sulla struttura Stay behind Gladio da trasmettersi al CESIS e quindi alla Presidenza del Consiglio. Come ha segnalato al Comitato la Procura della Repubblica di Roma, "Poiché dall'esame emergevano contrasti con fatti accertati, in un quadro di generale reticenza, si chiedeva la misura cautelare; lo stesso giorno il giudice per le indagini preliminari disponeva gli arresti domiciliari del Lombardo, con divieto assoluto di comunicare con persone non conviventi".

Il provvedimento è da porre in relazione ad un insieme di accertamenti condotti dal magistrato su atti richiesti in esibizione al SISMI e riguardanti la soppressione, avvenuta alla fine del luglio 1990, di documenti concernenti l'addestramento ricevuto da personale civile e militare nella base di Gladio di Alghero, nonché di altri atti inerenti ad interrogazioni, effettuate dal SISMI, sul CED del Ministero dell'interno relative a nominativi collegati alla struttura Gladio ma non indicati nell'elenco comunicato al CESIS, alla Presidenza del Consiglio e all'Autorità giudiziaria.

Il 21 febbraio scorso il Direttore del SISMI ha riferito, in esito a specifica richiesta del Comitato, che nei confronti del colonnello Lombardo è stata adottata la "sospensione cautelare obbligatoria dal servizio", ai sensi delle disposizioni vigenti.

Quest'ultimo episodio fornisce anche ulteriori elementi a sostegno dell'ipotesi che i nomi dei "gladiatori" ufficialmente comunicati siano solo una parte, e presumibilmente la meno importante e significativa, dell'aliquota del personale inserito nella struttura Gladio.

Inoltre, esso solleva interrogativi seri, perché mostra ancora oggi una continuità di atteggiamenti e, all'interno del SISMI, tuttora uno scarso impegno a favorire l'accertamento della verità.

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X. LE PRIORITA’ POLITICHE

78. Ciò che emerge dalla ricognizione

Il Comitato segnala al Parlamento l'urgenza di una riforma del sistema di informazione e di sicurezza.

In base alla ricognizione condotta sui diversi apparati e sulle loro deviazioni, precedenti e successive alla legge del 1977, il Comitato indica come obiettivi prioritari:

un complessivo ricambio del personale e, per il futuro, una selezione più rigorosa. Il principio base deve essere quello della temporaneità dell'impiego all'interno dei Servizi. Dopo un ragionevole periodo i funzionari di questi apparati devono essere sostituiti e passare ad altre amministrazioni;

la informatizzazione degli archivi;

la conservazione della memoria di tutte le operazioni, la temporaneità del segreto;

una nuova disciplina legislativa dei Nulla osta di segretezza, della struttura e della funzione dell'Ufficio centrale per la sicurezza;

una più precisa responsabilizzazione dell'autorità politica di governo (anche attraverso l'istituzione di un Sottosegretario che assuma su di sè per delega del Presidente del Consiglio - le funzioni di Autorità nazionale per la sicurezza);

una previsione di garanzie funzionali per l'attività dei Servizi, che consentano l'autorizzazione di determinate deroghe alla legge, con rigorosi controlli e per la realizzazione di legittime finalità istituzionali;

una estensione del controllo parlamentare che giunga fino ad una verifica delle operazioni compiute e del rapporto fra i costi e risultati.

note:

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(35) Sentenza del G.I. di Venezia Casson. nel p.p. n. 1\89 A G.I., in data 29 gennaio 1993, pp. 22-26.

(36) Cfr. la Relazione della Commissione parlamentare d'inchiesta sul terrorismo in Italia e sulle cause della mancata individuazione dei responsabili delle stragi del 22 aprile 1992 relativa all'inchiesta condotta sulle vicende connesse all'operazione Gladio, Doc. XXIII, n. 51, p. 23.

(37) Sentenza del G.I. di Venezia Casson, nel p.p. n. 1\89 A G.I., in data 29 gennaio 1993, p. 27.

(38) Si vedano i documenti citati nella Relazione della Commissione parlamentare d'inchiesta sul terrorismo in Italia e sulle cause della mancata individuazione dei responsabili delle stragi, cit., p. 22 ss.

(39) Sentenza di primo grado della Corte di assise di Venezia del 25 luglio 1987, pp. 324-359.

(40) Sentenza cit., pp. 324-330.

(41) Sentenza, pp. 662.-686, cfr. La strategia delle stragi - dalla sentenza della Corte d'assise di Venezia per la strage di Peteano, con un saggio introduttivo di G. Salvi, Roma 1989, p. 331.

(42) Sentenza cit., pp. 748-788, cfr. La strategia delle stragi, cit., p.230 ss.

(43) Sentenza cit., pp. 510-520, cfr. La strategia delle stragi, cit., p.119 ss.

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(76) Tribunale di Bologna - Ufficio istruzione. Relazione di perizia, p-p. n. 219/A\86 RGGI e n. 1329\A\84 RGGI, del prof. Giuseppe De Lutiis del 1 luglio 1994, p. 3.

(77) Ibidem, p. 21.

(78) Tribunale civile e penale di Venezia. Ufficio istruzione. Sentenza dei GI Felice Casson del 29 gennaio 1993, p. 72.

(79) Procura militare della Repubblica presso il Tribunale militare di Padova, L'operazione Gladio, a cura di Sergio DINI e Benedetto ROBERTI, documento acquisito dal Comitato, p. 9.

(80) Ibidem. Tutte le citazioni successive sono tratte dal citato documento della Procura militare della Repubblica di Padova.

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