CRONOLOGIA “CASO GLADIO”: fatti e misfatti!

 

26/03/95     Relazione per la stampa dell'Assemblea della "Associazione Italiana Volontari Stay Behind"


 

Relazione all’Assemblea della

Associazione Italiana Volontari Stay Behind

Francesco Gironda - Portavoce

RELAZIONE PER LA STAMPA

Mandanti, esecutori, reti di complicità, obiettivi delle azioni di disinformazione, intossicazione e depistaggio dell’opinione pubblica in merito al “Caso Gladio”.

Nell’estate del 1990 venne rivelata all’opinione pubblica l’esistenza della “Organizzazione Militare Gladio”.

Era la struttura segreta italiana anti e post invasione, coordinata con identiche funzioni e obiettivi con altre strutture similari, esistenti in ogni paese aderente all’Alleanza Atlantica

Era coperta dal massimo livello di segretezza.

Singolari, oggi più facilmente comprensibili, coincidenze di interessi tra il Presidente del Consiglio Giulio Andreotti e di una parte delle allora forze di Governo ed il gruppo dirigente del partito Comunista Italiano, furono alla base di questo avvenimento.

Fu necessario, per determinarlo con modalità funzionali agli obiettivi di tutti gli interessati, la partecipazione attiva, non sappiamo se completamente consapevole, di un consistente numero di Magistrati inquirenti ed il consenso della maggioranza dei direttori e dei giornalisti dei più importanti mezzi di comunicazione stampa e radio televisivi. Vi fu inoltre la contiguità di opinionisti e uomini di cultura realizzata sia assumendo specifiche posizioni, sia ostentamente disinteressandosi al “caso”.

Il Presidente del Consiglio Andreotti “tradì” i patti dell’Alleanza Atlantica, vincolanti per i governi di tutti gli stati membri che lo avrebbero obbligato a consultarsi con gli altri paesi prima di rivelare “segreti militari” di interesse comune.

Il Presidente del Consiglio Andreotti “tradì”, autorizzando la pubblicazione dei nomi dei “gladiatori”, gli impegni assunti dallo Stato Italiano, con gli stessi, all’atto del loro arruolamento.

Limitò, su questo argomento, ad una sola difesa d’ufficio, di tipo formale, il suo intervento di massimo responsabile dell’esecutivo nazionale. Impedì contemporaneamente qualsiasi dichiarazione di dissenso sa parte degli specialisti militari contrari alla distruzione di un efficace strumento di difesa della comunità nazionale. D fatto non permise alcuna reazione di tutela,da parte delle autorità dello Stato, della onorabilità dei “gladiatori”, travolti sa una campagna di intossicazione informativa, tra le più incredibili della storia repubblicana.

Se si eccettuano le interviste televisive del generale Inzerilli e le straordinarie pubbliche prese di posizione dell’allora Presidente della Repubblica Francesco Cossiga, i “gladiatori” rimasero soli e, a causa della stretta compartimentazione della loro organizzazione separati tra di loro, di fronte all’opinione pubblica.

Ministri della Difesa, Capi di Stato Maggiore, uomini politici (da sempre “atlantici”), tranne la lodevole eccezione del senatore Taviani, mormorarono poche espressioni di sostegno alla tesi di legittimità istituzionale della nostra organizzazione, facendo chiaramente intendere con successivi “infastiditi silenzi”  come in qualche misura loro non “c’entrassero”.

Il Presidente del Consiglio Andreotti consentì la consultazione e il successivo sequestro dell’archivio della “gladio”, ad uno sbalordito giudice Casson, congelò e poi sciolse la struttura.

Solo la lettera di ringraziamento firmata dal Direttore del Sismi Ammiraglio Martini ricordò ai gladiatori che in qualche misura la Patria doveva loro qualche gratitudine.

Il Presidente del Consiglio Giulio Andreotti sperò, offrendo il “caso Gladio” alla benevola attenzione del P.C.I. poi P.D.S., di riceverne un possibile sostegno ad un’eventuale sua candidatura alla presidenza della Repubblica, nel caso le dimissioni del Presidente Cossiga, spontanee o obbligate, fossero avvenuta con largo anticipo rispetto alla scadenza naturale del suo mandato.

Il P.C.I.  P.D.S vide aprirsi una nuova stagione consociativa e maturare concrete speranze di un contemporaneo ingresso nell’area del Governo.

Il gruppo dirigente del P.C.I. era in fase di grande difficoltà, dovendo affrontare le conseguenze di una necessaria rapida trasformazione, dopo che la caduta del muro di Berlino, a seguito degli avvenimenti in atto nell’Unione Sovietica aveva bruscamente accelerato il processo di una sua più precisa e definitiva collocazione nell’area dei partiti coerenti al modello di democrazia occidentale. Frattanto l’opinione pubblica italiana registrava l’immenso disastro, insospettato nelle proporzioni, della applicazione del modello economico sociale comunista nei paesi dell’Est.

Il gruppo dirigente del P.C.I. decise di approfittarne, con estrema disinvoltura dell’offerta di un comodo “argomento” per costruire e propagandare l’ipotesi che una gigantesca congiura di cui la Gladio era la struttura portante, avesse in Italia bloccato la democrazia ed impedito al P.C.I. il raggiungimento per naturale via elettorale del governo del Paese.

Sembrò al gruppo dirigente del P.C.I. un’ottima “cortina fumogena” per distrarre l’opinione pubblica italiana che proprio in quel periodo vedeva riemergere le testimonianze dei delitti del “triangolo della morte”, le complicità del P.C.I. per nascondere e far espatriare i colpevoli, le tracce evidenti di un progetto in cui alla Resistenza al nazifascismo avrebbe potuto succedere l’ipotesi di una lotta di classe in subalternità all’egemonia sovietica sull’Europa.

Il gruppo dirigente del P.C.I. potè sperare inoltre che l’attenzione suscitata dalla “montatura” del caso Gladio potessi ridurre gli eventuali effetti negativi di possibili “rivelazioni” provenienti dagli archivi dell’Est europeo. Forte era il pericolo che questi documenti potessero dimostrare quale livello di complicità e fino a quale data legami clandestini avessero vincolato il P.C.I. nel sostegno degli interessi di influenza di un’Unione Sovietica divenuta improvvisamente così poco presentabile anche ai suoi più fedeli sostenitori.

Consentite, a me che vi parlo, da sempre definito come liberale democratico di sinistra e che ho sempre sperato in una evoluzione positiva del maggiore partito della sinistra italiana, di considerare questa decisione del P.C.I. come terribilmente deludente e purtroppo perfettamente in linea con una continuità di tradizione leninista di alterazione della verità giustificata da supposti fini di superiori interessi di partito.

Per realizzare questa incredibile trasformazione della verità oggettiva dei fatti, delle dimensioni, della organizzazione “Gladio” era indispensabile che le indagini della Magistratura si orientassero a costruire un teorema spendibile di fronte all’opinione pubblica suffragato almeno dall’apertura di eclatanti inchieste.

Doveva essere suggerito agli Italiani che si era finalmente ritrovato il contenitore, la “Gladio”, da cui partivano o comunque passavano vicini i fili, che collegavano stragi, attentati, deviazioni.

Contemporaneamente i dirigenti del P.C.I. più specializzati negli studi costituzionali tenevano sotto pressione il Presidente Cossiga fino ad ipotizzarne la sua messa in stato di accusa davanti alle camere. Il Governo Andreotti provvedeva sostanzialmente ad isolarlo nelle sue proposte di rinnovamento delle istituzioni e nella sua difesa della “legittimità” della Gladio.

Autorevoli dirigenti del P.C.I. con un passato in magistratura, con facili rapporti con gli ex colleghi, soprattutto aderenti alle correnti della Magistratura più contigue culturalmente alla Sinistra, “tutelavano” l’attività dei Magistrati dagli attacchi di chi contestava iniziative giudiziarie tendenti ad accreditare il nuovo teorema.

Esplose così la catena dell’allargamento alla Gladio di indagini già in corso, di apertura di nuove indagini: una, due, quattro, nove, dieci ecc. Indagini su Gladio e Peteano, Gladio e la strage di Bologna, Gladio e la mafia, Gladio e l’omicidio di Pier Santi Mattarella, Gladio e gli attentati in Alto Adige, Gladio e mitra ritrovati in Toscana, Gladio e il piano solo, Gladio e l’occultamento dei veri e feroci gladiatori, Gladio e i delitti della uno bianca, Gladio e l’illecita costituzionalità della Gladio, ecc.

Non ho voluto usare in questo elenco le corrette definizioni giudiziarie per l’apertura di questi procedimenti: è con questi accostamenti e subendo il fascino di una diffamatoria contiguità tra i peggiori delitti della storia repubblicana che l’opinione pubblica ha infatti recepito il significato di questa azione di intossicazione e depistaggio.

E parlo,  a ragion veduta, di depistaggio, perché la conseguenza di aver voluto inventare contiguità inesistenti contribuì all’oggettivo determinarsi di una deviazione, nelle ricerche dei veri colpevoli, che aumentò la possibilità per questi di sottrarsi alla identificazione e alla punizione.

E per rendere tutto questo più credibile i Magistrati parteciparono a tavole rotonde, rilasciarono interviste, pianificarono tempi mirati di intervento e richieste di supplementi di indagini. Magistrati si arrogarono funzioni di esperti di tattica e strategia e si improvvisarono interpreti dell’opinione pubblica, che non avrebbe sentito, a loro parere, il bisogno della creazione di “questa Gladio”.

Magistrati, dimenticando di dover giudicare reati, si avventurarono in improbabili giudizi sulle ipotesi di possibili invasioni del nostro paese, contrastando il parere di tutti gli stati maggiori dei paesi occidentali che oltre al resto ricevevano, proprio in quell’epoca dai nuovi alleati e antichi nemici militari, come i cechi e gli ungheresi, i piani dettagliati di questi, non troppo antichi, progetti militari.

Ma la contiguità degli interessi di un Presidente del Consiglio (Andreotti) desideroso di anticipare le elezioni al Presidente della Repubblica, la volontà di un gruppo dirigente di partito (P.C.I.), ansioso di evitare di confrontarsi seriamente con gli episodi più oscuri della sua storia passata e recente e la collaborazione di una Magistratura in un ruolo di sostegno a “azioni politiche” non di sua competenza non sarebbero state sufficienti a convincere l’opinione pubblica della validità del “teorema” senza la complicità del mondo dell’informazione.

Mondo dell’informazione che fu determinante per l’affermarsi,presso larghi strati dell’opinione pubblica, della credibilità di quanto veniva attribuito alla “Gladio”, senza esercitare, colpevolmente, la sua funzione di controllo sulle notizie, al contrario spesso ulteriormente distorcendole. Salvo pochissime coraggiose eccezioni, a contribuì a rafforzare la sostanza di questo disegno disinformativo.

Nel libro “Gladio: la verità negata” del generale Paolo Inzerilli sono pubblicate una straordinaria serie di tabelle illustrative, che denunciano l’ampiezza della campagna di disinformazione.

Nei primi quattro semestri a partire dall’ormai storico servizio di Marcella Andreoli su Panorama, che riportava le prime notizie sulle indagini del giudice Casson, i nove più importanti settimanali nazionali trattarono l’argomento “Gladio” con oltre duecentocinquanta servizi giornalistici.

I dieci più importanti quotidiani italiani pubblicarono sull’argomento nello stesso periodo oltre duemila articoli, senza parlare delle decine di pubblicazioni diverse, dagli instant-book, come quello del generale Serravalle, alle faziose cronologie del settimanale Avvenimenti.

Meno dell’8% di questi articoli e servizi hanno riportato nostre testimonianze a confronto, proposto le nostre affermazioni di essere stati solo legittimi e addestrati potenziali difensori del nostro paese in caso di invasione. In tutti gli altri articoli eravamo definiti: illegittimi istituzionalmente, in maggioranza estremisti di destra, comunque tutti anticomunisti viscerali.

Nelle migliori delle ipotesi eravamo: finti guerrieri della domenica, arzilli vecchietti reclutati a copertura inconsapevole di ogni delitto perpetrato da servizi segreti deviati agli ordini di assassini professionisti americani (con la K) alle volte suggeriti all’opinione pubblica come possibili teste calde sfuggite al controllo dei nostri istruttori, alle volte presentati come ingannati e strumentalizzati  da astutissime volpi dei nostri servizi segreti nostrani. Potevamo essere contigui, di volta in volta, alla mafia siciliana, ai movimenti neonazisti nel Veneto, ai terroristi neri in Friuli Venezia Giulia.

Non c’è da stupirsi che esponenti delle associazioni delle vittime delle stragi abbiano chiesto di costituirsi parti civili in eventuali processi contro di noi, dalla richiesta fatta da Secci, a nome delle vittime della strage di Bologna, al recentissimo appello rivolo al giudice Di Pietro, che appena assunta la sua nuova funzione presso la commissione parlamentare “stragi” si è sentito richiedere da Luigi Passera, a nome delle vittime di Piazza Fontana, di “togliere qualsiasi impedimento di ordine politico (sic!) alle indagini in corso, in particolare per quanto riguarda la Gladio”.

E mentre la maggioranza assoluta dei mezzi di informazione ha sottolineato ogni deliberazione o commento o parere che potesse essere a noi sfavorevole (basta verificare l’enorme diffusione data alla relazione Gualtieri, senza mai sottolineare che in realtà era stata votata solo dalla minoranza di quattordici componenti su quarantuno, a camere già sciolte con un colpo di mano esclusivamente propagandistico) sono sempre stati sottaciuti gli atti formali e di rilevanza istituzionali a noi favorevoli come la relazione del comitato parlamentare dei servizi segreti (Copaco) e il parere di legittimità dell’Avvocatura Generale dello Stato e per ultimo, e questo è veramente incredibile, la sentenza di assoluzione da ogni incriminazione, relativa alla costituzione dell’organizzazione Gladio, di Francesco Cossiga, sentenza questa che sancisce definitivamente e inappellabilmente la legittimità istituzionale dell’organizzazione speciale Gladio, respingendo in termini assoluti proprio le conclusioni della relazione Gualtieri e il dispositivo della sentenza del giudice Casson.

Ma quale vantaggio potevano avere gli organi di informazione oltre quello di vendere più copie o di aumentare l’ascolto, come sempre avviene quando si uniscono racconti a tinte fosche, misteri, e rivelazioni? Solo un’analisi approfondita ci da una credibile risposta, certamente non lusinghiera per l’intero sistema dell’informazione in Italia.

Una serie di poteri forti economico-industriali, politico-finanziari, burocratico- amministrativi, agli inizi degli anni novanta, preoccupati che la crisi della prima Repubblica scardinasse troppo rapidamente equilibri di mediazione, ritenuti funzionali alla tutela di propri interessi, anche legittimi di fronte a un’opinione pubblica che con sempre maggiore decisione richiedeva cambiamenti sostanziali alla classe politica italiana, ritennero necessaria la costruzione di un nuovo accordo polito e sociale. Per questo obiettivo la cooptazione al governo del P.C.I. , trasformato in una formazione politica più accettabile, dalle scelte che i suoi dirigenti si preparavano a fare, era estremamente auspicabile, mentre in parallelo sarebbe potuta iniziare la liquidazione di quella parte della classe politica italiana più scopertamente corrotta ed ormai inaccettabile dall’opinione pubblica. Ai poteri forti facevano e fanno riferimento i maggiori gruppi editoriali italiani e sostanzialmente dipendono le carriere burocratiche – amministrative del sistema Italia.

Se il P.C.I. , se il suo gruppo dirigente aveva bisogno di un nemico a cui attribuire, di fronte ai suoi elettori la funzione di bersaglio e di schermo, ai poteri forti, ad Andreotti e ai suoi sostenitori, alla Magistratura e al mondo dell’informazione, non potevano venire che vantaggi, nell’annegare le frustrazioni dell’opinione pubblica, sconcertata dalla impossibilità di conoscere la verità sui “misteri d’Italia”, nelle emozioni suscitabili da una campagna di demonizzazione contro un mostro inventato a tavolino: la Gladio era lì!

A questo fine il gruppo dirigente del P.C.I. mobilitava e scopriva le sue riserve più importanti, quelle costruite con una paziente raccolta di consensi, in decennali azioni di “infiltrazioni” nel mondo della giustizia, delle informazioni, dell’editoria, delle istituzioni culturali, di ogni struttura dello stato e della società.

In questo contesto noi ex gladiatori ci siamo ritrovati assolutamente soli, in questo contesto abbiamo cominciato a ricercarci e ad incontrarci nel tentativo di organizzare, in assenza di chi avrebbe dovuto farlo per noi, per far emergere la verità.

Per questo motivo ci siamo costituiti in associazione a Redipuglia il 14 novembre 1993 e ne abbiamo ratificato, con l’atto costitutivo del 4 febbraio 1994, gli obiettivi e le strutture.

Ad altri più autorevoli di me in questo congresso spetta il compito di illustrare quelle che sono state le nostre risposte giudiziarie e organizzative. Io voglio ricordare che la controinformazione da parte nostra, per limitare i danni della campagna di intossicazione e depistaggio, è stata condotta nell’assoluta mancanza di mezzi, sostegni, referenti politici o istituzionali.

Siamo stati soli, trovando qualche consolazione nel pensare che il nostro eventuale impiego operativo, che la Storia ha per fortuna evitato al nostro paese, sarebbe avvenuto in condizioni ben più terrificanti di quelle connesse a una pur gradevolissima ma pacifica battaglia per il ristabilimento della verità storica. E a questo proposito, non dobbiamo dimenticare che malgrado le distorsioni, le strumentalizzazioni, la disparità delle forze, le garanzie democratiche in Italia ci hanno consentito e ci consentono margini sufficienti per ottenere giustizia.

Con  la costituzione della nostra associazione siamo riusciti a rendere visibile la nostra azione di contrasto della disinformazione contro di noi.

La nostra azione in sede giudiziaria, con le querele contro il giudice Macrì per respingere l’equazione da lui sostenuta Mafia=Gladio=stragi, contro il giornalista Barbacetto e il settimanale “Il mondo” per respingere l’attentato all’onorabilità dei nostri consoci Lampronti e Tommasini, contro l’onorevole Cossutta da parte dei gladiatori, ex partigiani combattenti, Buliani, Brusin e Tiberti per respingere l’insulto di “traditori della patria”, contro i dirigenti della provincia di Udine di Rifondazione Comunista da parte di tutti noi per respingere lo stesso insulto riportato sui manifesti diffusi nella provincia, è stata, anche se non con grande evidenza riportata dai giornali.

La nostra recente assistenza ai figli di Giulio Pauer, gladiatore deceduto, nelle querele contro “La Repubblica”, il “Messaggero” di Roma, e altri giornali e nella causa civile contro il “Corriere della Sera” per l’incredibile insinuazione di una sua partecipazione alla morte di Enrico Mattei.

La nostra solidarietà alla vedova del maresciallo Leopardi caposcorta di Aldo Moro vergognosamente ipotizzato come compartecipe dell’uccisione dello stesso, hanno avuto una marcata sottolineatura nei quotidiani e alla televisione.

Complessivamente possiamo rilevare che gli organi di informazione cominciano a percepire in misura crescente la necessità morale di ascoltare anche la nostra voce.

Dovremmo darci comunque capacità più incisive nel portare all’opinione pubblica gli elementi necessari a correggere i guasti prodotti dalla intossicazione a cui è stata sottoposta per quasi un quinquennio.

Non possiamo comunque esimerci dal denunciare, come anche questo ultimo tentativo di accreditare presso l’opinione pubblica che dietro la morte di Mattei e l’assassinio di Moro ci potesse essere la partecipazione di uomini della “Gladio” in una supposta funzione di braccio esecutivo della CIA, fosse funzionale agli interessi di difesa nelle recenti inchieste che lo riguardano, dell’ex Presidente del Consiglio Andreotti, in perfetta coerenza con l’uso strumentale da lui fatto della questione Gladio dall’atto della sua rilevazione.

Abbiamo continuato e con crescente determinazione dovremmo continuare a richiedere un pubblico confronto con i nostri “avversari” in un contesto che ci consenta il tempo e lo spazio necessario per contestare il loro teorema.

Dobbiamo denunciare comunque che gli autori della campagna di disinformazione, fino a oggi, rifiutano questo confronto con noi. Noi peraltro ci dichiariamo, e lo facciamo con la massima pubblicità che questa nostra assemblea consente, disponibili a qualsiasi dibattito, sempre pronti a fornire ogni delucidazione con la massima trasparenza e desiderio di verità, con chiunque e in qualsiasi momento, convinti come siamo che sia importante non solo per noi ma per tutti gli italiani che nei nostri confronti sia ristabilita al verità.

Se l’opinione pubblica non tornerà a credere stimabile la scelta di coloro che si erano impegnati a contrastare, in un territorio occupato da eserciti stranieri la prepotenza di una dominazione imposta, l’intera società italiana perderà un valore che è tanto più forte quanto più è universalmente condiviso. E questo aldilà e al di sopra dei legittimi confronti politici interni che in democrazia consentono di discutere su tutto e di confrontarsi su tutto.

Una società è tanto più forte tanto è più capace nel confronto democratico di porre rimedio all’errore nell’accertamento delle verità della sua storia.

 

Francesco Gironda, portavoce uscente dell’Associazione Italiana Volontari Stay Behind.

 

Udine, 26 marzo 1995 – Assemblea annuale.