CRONOLOGIA “CASO GLADIO”: fatti e misfatti!

 

11/04/97


 

SENATO DELLA REPUBBLICA                   CAMERA DEI DEPUTATI

 

XIII LEGISLATURA - DISEGNI DI LEGGE E RELAZIONI · DOCUMENTI

 

13º SEDUTA

VENERDÌ 11 APRILE 1997

Presidenza del Presidente PELLEGRINO
indi del Vice Presidente GRIMALDI

La seduta ha inizio alle ore 10,45.

 

 

PRESIDENTE. Dichiaro aperta la seduta.

Invito 1'onorevole Gnaga a dare lettura del processo verbale della seduta precedente.

GNAGA, segretario f.f., dà lettura del processo verbale della seduta
del 20 marzo
1997.

PRESIDENTE. Se non vi sono osservazioni, il processo verbale si in-
tende approvato.

COMUNICAZIONI DEL PRESIDENTE

PRESIDENTE. Comunico che, dopo l'ultima seduta, sono pervenuti
alcuni documenti, il cui elenco
è in distribuzione, che la Commissione ac-
quisisce formalmente agli atti dell'inchiesta.

Comunico altresì che il generale Maletti ed il dottor Salvini hanno
provveduto a restituire, debitamente sottoscritto ai sensi dell'articolo 18
del regolamento interno, il resoconto stenografico delle loro audizioni
svoltesi rispettivamente il 3 ed il 20 marzo scorso, dopo avervi apportato
correzioni di carattere meramente formale.

Informo che, in data 8 aprile 1997, il Presidente della Camera ha
chiamato a far parte della Commissione il deputato Giuseppe Detomas,
in sostituzione del deputato Karl Zeller, dimissionario.

INCHIESTA SU STRAGI E DEPISTAGGI: AUDIZIONE DEL SENATORE GIUUO
ANDREOTTI

PRESIDENTE. Onorevoli colleghi, è qui presente il senatore a vita
Giulio Andreotti, che ringrazio per la sua disponibilità. L'audizione ha ini-

 

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degli eventi della storia nazionale che ho provato a dare nella proposta di
relazione. La riassumerò comunque brevemente.

Nell'immediato dopoguerra, in una logica direi occidentale ed atlan-
tica
, si sviluppano nel nostro paese reti segrete che avevano vertici istitu-
zionali sia nel Ministero dell'interno sia nelle istituzioni militari. Si tratta
di reti clandestine che in qualche modo costituiscono gli antenati, l'albero
genealogico di Gladio, ma che con la costituzione di Gladio non cessano
di esistere. I colleghi presenti in Sudafrica, e comunque quanti hanno letto
l’interrogatorio del generale Maletti, ricorderanno che quanto al rapporto
tra Gladio e queste altre reti clandestine, nella proposta di relazione avevo
formulato due ipotesi che muovevano da un fatto che mi sembrava incon-
testabile: 622 gladiatori diluiti nell’arco di vita della struttura Gladio rap-
presentano un numero risibile; non si poteva organizzare una rete di re
si-
stenza interna, uno «stare dietro», con duecento o trecento operatori attivi
,
visto che alla fine dei quarant’anni della vita di Gladio i primi gladiatori
avevano circa 75 anni e quindi erano poco adatti a minare ponti o a tenere
una stazione radio clandestina. Avevo quindi formulato due ipotesi: che vi
fosse un livello di Gladio sotterraneo, che non ci è stato rivelato, o che
questa fosse stata pensata nella prospettiva di attivazione di strutture pa-
rallele. La risposta venuta dal generale Maletti è stata che le due ipotesi
convivono e cioè che vi fossero sia altre strutture clandestine sia un livello
di Gladio che non è ancora conosciuto.

Negli anni '60 è documentato uno stringersi del rapporto tra questo
mondo delle reti clandestine e settori di estremismo politico, prevalente-
mente ma non esclusivamente della destra radicale. Così come è provato
anche documentalmente come questo mondo fosse attraversato prevalente-
mente da un'ideologia autoritaria ed in qualche caso anche golpista. Gli
atti del convegno dell'Istituto Pollio che si tenne nel maggio 1965 sono
la prova documentale di questa ideologia.

FRAGALÀ. Che era velleitaria!

PRESIDENTE. Realistica o velleitaria, ciò non toglie che fosse il
pensiero quasi ufficiale dell'Istituto Pollio, che era emanazione del vertice
delle Forze armate. In quel convegno parlano generali, parlano alti uff
i-
ciali e dicono le cose che hanno detto. Che poi fossero dei progetti vellei-
tari è una valutazione che condivido, ma ciò non toglie che chi li ascol-
tava poteva pensare che quei progetti non fossero fino in fondo velleitari.

CALVI. E anche chi li finanziava.

PRESIDENTE. Comunque, colleghi, avremo tempo di discutere di
questi aspetti; ne ho parlato perché il senatore Andreotti era allora mini-
stro della difesa e quindi ci dovrà dire qual è la sua valutazione di quegli
atti dell’Istituto Pollio.

Un ulteriore fatto certo è che molti di questi operatori estremi, uo-
mini dell’estremismo politico di cui sono ormai provati i rapporti con que-

 

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dottor Priore affermò in questa sede, e sono le sue testuali parole, che se si
fosse arrivati tempestivamente a via Gradoli forse la storia del paese sa-
rebbe stata diversa, non solo il destino di Moro. Però io le ho fatto un
esempio concreto
. In tre settimane il generale Dalla Chiesa arriva a via
Monte Nevoso. Un uomo come lui in cinquantacinque giorni sarebbe ar-
rivato a via Montalcini?

ANDREOTTI. Abbia pazienza ma questo non ha fondamento. La
struttura era stata creata per combattere il terrorismo e la criminalità del-
l'Italia meridionale. Quindi, Dalla Chiesa fa questa operazione, ma non è
che ci arriva in tre settimane, perché probabilmente lui aveva una serie di
precedenti.

PRESIDENTE. Questo voglio dire. Probabilmente c'erano fonti in-
formative e capacità operative e istituzionali, come quella di Dalla Chiesa,
che sono state utilizzate tardi. Se fossero state utilizzate prima gli esiti po-
tevano essere diversi. Questa non è una mia valutazione ma è una valuta-
zione che ha fatto lei quando poi lo ha reinvestito di quella responsabilità.

ANDREOTTI. No. A mio parere, quando nella relazione si dice, ad
esempio, che il generale Dozier è stato poi trovato, si fa riferimento a
due episodi del tutto diversi. Adesso non so cosa abbia detto Cazora e
questa è poi una delle cose più strane, lui tra l'altro è una bravissima per-
sona, ma non capisco perché se veramente la mafia voleva attivarsi per
salvare Moro tramite questo Carboni, occorreva proprio prendere come re-
ferente Cazora, che mi sembra fosse già ex deputato.
È strano però che lui
abbia detto alla polizia di via Gradoli, a me ciò non risulta; poiché dovete
anche ascoltare il senatore Cossiga, potrete domandarlo a lui. È la prima
volta che sento dire che la polizia aveva saputo per altra fonte. Ho sempre
saputo questa storia, che ritenevo fosse di copertura, di chi parlava di Gra-
doli, che cioè veniva da Bologna e che avesse inventato il fatto della se-
duta spiritica. Noi abbiamo sofferto in quel momento; abbiamo fatto tutto
ciò che si poteva fare, salvo naturalmente cedere sulla questione di prin-
cipio, cioè quella di liberare dei brigatisti in prigione, e si sa poi perché
erano in prigione, o di dare riconoscimenti di carattere politico. Su ciò
vi è stata una linea di grande fermezza, purtroppo dolorosa, ma a mio av-
viso non potevano fare diversamente.

Volevo dire un'ultima cosa prima di affrontare la questione centrale.

Per quanto riguarda Gladio deve essere chiaro un fatto: non ha importanza
che nella sua struttura vi fossero anche soggetti anziani. Rimane poi un
unico punto non chiaro, che apparirebbe dai vostri atti - d'altronde io
non posso fare indagini dirette - cioè che in quel periodo avrebbero bru-
ciato o distrutto del materiale di archivio. Quando è emersa la questione
Gladio, sia pur incidentalmente, io ritenni che fosse non solo un dovere
ma un atto maturo il chiarire questo aspetto. La presenza cioè di una strut-
tura che serviva nell'ipotesi di un'occupazione dell'Italia a porre in essere
manifestazioni in parte informative, in parte di piccolo sabotaggio. Non si

 

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trattava di operazioni grandiose e naturalmente analoga struttura era pre-
sente negli altri paesi. Si
è parlato molto se essa fosse della Nato o nella
Nato. È
comunque una struttura più che riconosciuta. L'ammiraglio Mar-
tini, poi
, si è lamentato molto sostenendo che io non avrei dovuto dirlo.

PRESIDENTE. In effetti lei ha fatto un gesto coraggioso, perché è il
primo uomo politico investito di responsabilità istituzionali che ne parla in
tutta Europa.

ANDREOTTI. La situazione era tale che non c'era più bisogno di
questa organizzazione
. Non c'era più il timore di un'occupazione dell'Ita-
lia
, era quindi più che giusto chiarire. Per me queste persone sbagliano e
adesso hanno anche creato una specie di associazione polemica
.

Le persone erano poche o molte? Naturalmente quando ho dovuto ri-
ferire in Parlamento ho indetto una riunione
, presenti il Capo della polizia
e i direttori dei Servizi, nonché il Comandante dei carabinieri, nella quale
ho affermato che doveva essere chiaro che si doveva dire tutto e che se vi
erano delle cose che si riteneva dovessero essere coperte dal segreto que-
ste ci andavano precisate in modo che potessimo assumerei tale responsa-
bilità. Ci vennero quindi dati questi elenchi e, a seguito di un controllo
,
risultò che non vi era alcuna contro indicazione, non vi era nessuno di
quei nomi che fanno parte delle trame nere che sono un po' dietro tutta
questa vicenda. Dopodichè abbiamo dato tale comunicazione alle Camere.
La co
sa stranissima è che alla mia domanda se queste persone, a parte la
preparazione
, avessero mai avuto un ruolo, mi si rispondeva «assoluta-
mente no». Poi l'ammiraglio Martini, udito dal Comitato parlamentare
di controllo sui Servizi di informazione e sicurezza, affermò che lui aveva
fatto una circolare, non essendo necessario dirlo al Ministro, affinché que-
sti si occupassero di droga e di antimafia, tutte cose che hanno creato la
sensazione che non si fosse detto il vero al Parlamento
. Invece non vi era
assolutamente niente da dire, né
è vero che vi siano state lamentele da
parte straniera, almeno a mia conoscenza. Quando poi è
venuto a Roma
in visita il primo Ministro ungherese Antall, ci ha detto che l'esercitazione
dell'anno in cui fece il servizio di leva in Ungheria aveva come tema «oc-
cupazione della Val padana».

Quindi non era un timore del tutto cervellotico e questa ne era la di-
mostrazione
.

Per quel che riguarda le connessioni con le stragi, ho letto natural-
mente le ultime acquisizioni della Commissione. Viene toccato un argo-
mento di grande delicatezza, ma poiché non so chi abbia messo le bombe
non posso scagionare questo o quello. Certo mi lascia stupito l'ipotesi che
una struttura istituzionale responsabile, italiana o estera, abbia potuto
come tale assumere iniziative criminose ed organizzare attentati
, addirit-
tura in una evoluzione che l
'avrebbe vista partire da funzioni di controllo
per arrivare alla corresponsabilità in tali fatti. Per coerenza logica, però
,
non posso dire che non è vero: posso solo dire che, allo stato, non ci
credo
.

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Pare chiarito che non sarebbe stata la Cia. Anche su tale argomento
vorrei dire una parola. Per una ragione di principio non ho mai voluto
avere niente a che fare con i Servizi stranieri. Ritengo infatti che un Mi-
nistro non debba assolutamente avere simili rapporti. L'unico che ho co-
nosciuto
è stato un capo servizio della Cia a Roma al momento del suo
commiato: il generale Mino mi invitò a casa sua e mi presentò questo si-
gnor Stone, che stava per lasciare il Servizio e che poi, se non ricordo
male, è andato ad organizzare i servizi di sicurezza dell’Eni o della Mon-
tedison (non posso precisarlo perché non ricordo bene se in quel momento
Cefis era all'Eni o alla Montedison).

È un argomento però sul quale vanno dette parole chiare, specie in
relazione al passo che si ritrova nelle carte di Moro, laddove dice: «Spe-
riamo che l'Amministrazione Carter smetta di finanziare i partiti». Qui
dobbiamo essere molto chiari. Ho portato con me dei documenti che
, se
il Presidente vuole, posso lasciare agli atti della Commissione. Quando
nel 1976 un ex ambasciatore a Roma, Martin, affermò in una dichiara-
zione che loro avevano dovuto fare grandi operazioni per salvare la demo-
crazia in Italia, riferendosi in particolare al periodo elettorale del 1972
,
feci due cose: mandai un telegramma a questo signore ed all'ambasciatore
americano in quel momento in carica, nel quale scrivevo che
, siccome io
nel 1972 ero stato Presidente del Consiglio, avrei voluto sapere esatta-
mente chi avevano dovuto aiutare per salvare la democrazia, perché, se
non gli dispiaceva
, qualcuno di noi aveva fatto il suo dovere senza biso-
gno di aiuto da nessuno; in secondo luogo feci approvare dalla Direzione
del nostro partito un ordine del giorno con il quale si invitava il Governo a
chiedere al Presidente degli Stati Uniti di togliere qualunque segreto su
questo argomento, proprio perché occorreva fare un chiarimento.

Quest’ultima possibilità forse è tuttora aperta vista la disponibilità de-
gli archivi e credo che un chiarimento sia un atto dovuto dal punto di vista
storico.
È un argomento che può essere considerato marginale rispetto al
tema delle stragi, ma l'ho richiamato perché ho visto che non si attribui-
scono più responsabilità dirette alla Cia ma ad una organizzazione del ser-
vizio segreto militare americano
. Su questo non sono in condizione di for-
nire alcun elemento
, perché non ho mai seguito simili attività, né ho sen-
tito parlare della struttura presso Shape cui si fa riferimento. Posso parlare
solo di quello che so e non di quello che non so
, ma credo che non man-
chino le sedi opportune per fare ogni chiarimento in materia.

Presidenza del Vice Presidente GRIMALDI

ANDREOTTI. Avrei concluso, perché o si fa una specie di storia del-
l'Italia, ma allora ci vuole molto più tempo; o si fa una ricerca piuttosto
sommaria. La prima conclusione che posso trarre, però,
è che tutti noi,
come cittadini, siamo interessati al raggiungimento della verità. Ma, a