CRONOLOGIA “CASO GLADIO”: fatti e misfatti!

    19/06/91                                Audizione Senatore Taviani in Commissione Stragi
 

 SENATO DELLA REPUBBLICA

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CAMERA DEI DEPUTATI

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X LEGISLATURA - DISEGNI DI LEGGE E RELAZIONI - DOCUMENTI

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84a SEDUTA

MERCOLEDÌ 19 GIUGNO 1991

Presidenza del presidente GUALTIERI
indi del vice presidente CASINI

La seduta ha inizio alle ore 9,20.

COMUNICAZIONI DEL PRESIDENTE

PRESIDENTE. Constatato il numero legale apriamo la seduta. Data la presenza del senatore Taviani, il quale alle 11,30 deve abbandonare la Commissione per impegni già assunti, metto a disposizioni dei commissari il processo verbale della seduta del 12 giugno scorso la cui lettura comporterebbe un eccessivo impiego di tempo. Se non saranno avanzate osservazioni alla fine della seduta il processo verbale si intenderà approvato.

Informo che presso l'ufficio del giudice Priore martedì 25 giugno prossimo, alle ore 12, avrà luogo una proiezione riservata ai componenti della Commissione delle diapositive dei relitti del DC9 scattate sul fondale marino dalla società che sta svolgendo la seconda campagna di recupero.

I commissari interessati sono pregati di comunicare alla segreteria la loro adesione. Comunico inoltre che, come vi avevo informato l'altra volta, mi sono rivolto ai Presidenti della Camera dei deputati e del Senato perchè si facessero presenti al Presidente del Consiglio superiore della magistratura le difficoltà da noi incontrate in quanto privati dei consulenti che avevamo avuto finora, sia di quelli che avevamo mantenuto sia dei quattro nuovi. I1 Presidente del Senato, per conto anche anche della presidente Iotti, si è rivolto alla Presidenza del Consiglio superiore della magistratura e ci ha trasmesso la risposta dell'onorevole Galloni che ora vi leggo: «Caro Presidente, con riferimento alla richiesta formulata dalla Commissione parlamentare da te presieduta, ti comunico che la Seconda Commissione referente del Consiglio, nella seduta del 13 giugno 199 1, ha deliberato di propone all'Assemblea plenaria di autorizzare i magistrati Giancarlo Caselli, Presidente di Sezione del tribunale di Torino, Loreto D'Ambro-

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sio, magistrato fuori del ruolo organico della magistratura perchè addetto al Ministero di grazia e giustizia, Luigi Gennaro, sostituto procuratore generale della Repubblica presso la Corte di appello di Roma, Domenico Labozzetta, sostituto procuratore della Repubblica presso il tribunale di Treviso, a collaborare con la Commissione parlamentare di inchiesta sul terrorismo in Italia e sulle cause della mancata individuazione dei responsabili delle stragi. La proposta sarà discussa nella prossima settimana e mi riservo di farti avere ulteriori informazioni. Colgo l'occasione per inviarti i più cordiali saluti».

La questione è all'ordine del giorno dei lavori del plenum del Consiglio superiore della magistratura di questa mattina. Poichè dai giornali sono state riportate le difficoltà di funzionamento di tale organo, vedremo come verrà ripristinata la normalità.

INCHIESTA SULLE VICENDE CONNESSE ALLA OPERAZIONE GLADIO:
AUDIZIONE DEL SENATORE PAOLO EMILIO TAVIANI

PRESIDENTE. La nostra Commissione è riunita questa mattina per ascoltare il senatore Paolo Emilio Taviani, che ringrazio per aver accettato il nostro invito. Desideriamo ascoltarlo in merito a due interviste che egli ha rilasciato ai giornali, apparse esattamente il 4 giugno sul «Secolo XIX» e il 10 giugno su «La Stampa» di Torino.

Tali interviste sono riportate nella nostra rassegna stampa distribuita fin dalla scorsa seduta. Inizierò io stesso a porre alcune domande al senatore Taviani, dopo di che ciascun membro della Commissione potrà richiedere altre informazioni. Quando in questa sede si è decisa la sua audizione, presidente Taviani, abbiamo stabilito di concentrarci su quella parte delle sue interviste che ha attinenza con i nostri lavori, quindi su Gladio. Innanzi tutto vorrei sapere se si riconosce nelle due interviste citate, che - ripeto - sono quella apparsa il 4 giugno sul «Secolo XIX» e quella apparsa il 10 giugno su «La Stampa» di Torino.

TAVIANI. Nelle interviste c'è soltanto un errore che si trova in quella rilasciata al «Secolo XIX». Secondo quanto riportato dal giornale, ho affermato che, quando ero Ministro dell'interno, a Napoli moriva una persona al giorno. In realtà ho detto che a Napoli moriva una persona al mese. Questo e l'unico errore.

PRESIDENTE. Vorrei leggerle un brano tratto dall'intervista rilasciata a «La Stampa»: «Non esisteva una Gladio rossa. Esisteva però un documentabile apparato paramilitare del vecchio Pci che è stato smontato man mano nel corso degli anni e finalmente da Berlinguer. Però ci sono stati tempi in cui la "vigilanza rivoluzionaria" - come si chiamava quell'organizzazione - disponeva di un corpo di armati, armati di armi corte, che conosceva il luogo in cui erano sepolte le armi lunghe. Quell'organizzazione è stata uno dei motivi per cui creammo la nostra rete anti-invasione. Sapevamo che una parte di

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quegli armati era in costante contatto con i servizi segreti cecoslovacchi e avevamo messo le mani sui piani che documentavano le direttrici di invasione in Italia puntando su Bergamo. Un ministro ungherese ha recentemente raccontato come lui e i suoi uomini si addestrassero in un certo tratto del Danubio che era identico a un certo tratto del Po». Il giornalista Paolo Guzzanti a questo punto le rivolge la seguente domanda: «Quanto sono stati reali i "rischi reali"? e lei risponde: «Molto. Abbiamo corso il rischio di essere realmente invasi nel 1950 con la crisi coreana, e poi nel 1956 per quella ungherese e di Suez; ancora nel 1962 per quella dei missili a Cuba e infine nel 1968 con l'invazione cecoslovacca». Questo è il brano dell'intervista. Da questo brano si ricava che secondo lei esistevano informazioni documentabili, e quindi documentate, sull'esistenza di un apparato militare del Partito comunista, pronto ad appoggiare l'invasione del nostro paese da parte degli eserciti del Patto di Varsavia, qualora questa invasione si fosse verificata. In secondo luogo, si ricava che la rete italiana anti-invasione, come la definisce lei, o Stay behind o Gladio, come la chiamiamo noi sulla base dei documenti, è stata creata anche per fronteggiare questo apparato militare del Partito comunista. Vogliamo sapere da lei se conferma il contenuto del brano che lo ho letto e se si ritrova nell'interpretazione che di esso noi diamo.

TAVIANI. Se permette, inizierò a rispondere proprio dall'interpretazione che del brano viene data, un'interpretazione che non ritengo esatta. Non ho detto che la Gladio o la Stay behind sia stata costituita allo scopo di contrastare queste organizzazioni paramilitari: ho detto che è stata costituita «anche» per quel motivo. In altre parole, questa è stata una ragione concomitante. In seguito spiegherò il motivo per cui ho usato quell'«anche». Escludo che obiettivo della Stay behind fosse quello di attaccare queste organizzazioni paramilitari, e del resto questo concetto mi pare sia emerso piuttosto chiaramente anche nell'audizione del 5 dicembre 1990 in questa Commissione. A tale proposito desidero rileggere quanto contenuto a pagina 56 del resoconto stenografico di quella seduta. In quell'occasione dissi: «Oltretutto sarei stato veramente ridicolo, perchè quando pensiamo che nel 1956 - stavo rispondendo alla domanda se l'organizzazione era stata costituita per affrontare il nemico interno - «certe organizzazioni, - parlo sempre di organizzazioni e non di Partito comunista - «disponevano di migliaia e migliaia di persone nella sola città di Torino e così via in tutto il resto d'Italia. Pensare di bloccarle con 500 persone mi sembra una siocchezza. Quando si pensa al «non partito», che diventò partito d'ordine e fu partito d'ordine già dal 1973 [...] in quel momento c'era una frangia, la ben nota «frangia secchiana» che tutti davano esistente per lo meno al 20 per cento degli iscritti. Quindi, pensare ad una struttura di questo genere per questioni interne era assolutamente fuori di qualunque mia idea o supposizione. Pertanto, escludo senz'altro l'interpretazione che è stata data delle mie parole. A questo punto è opportuno spiegare perchè ho usato quell'«anche». Se i colleghi permettono, vorrei fare un discorso piutto-

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sto lungo sull'intera strategia e sul contesto nel quale si inserisce il piccolo tassello della Stay behind. Quando assunsi l'incarico di Ministro della difesa, la linea strategica difensiva dell'Italia era già stata definita da altri Consigli supremi della difesa ai quali personalmente non avevo partecipato. Partecipai invece a quelli successivi, nei quali ho potuto convincermi che quanto mi era stato riferito in un primo momento dal generale Marras e poi dal generale Mancinelli corrispondeva al reale orientamento dei componenti questi Consigli. Fino al 1948 era esistito il pericolo, o per lo meno c'era la paura, probabilmente immotivata, di un attacco o di una invasione esclusivamente ai danni dell'Italia. Dopo il 1948 l'ipotesi di un'invasione dell'Italia al di fuori di un attacco all'intera Europa occidentale fu abbandonata. Non so dire se questo cambiamento d'ipotesi sia maturato subito nel 1949 oppure negli anni 1950-1951 in coincidenza con l'applicazione del Trattato Nato. Certo si è che quando assunsi la carica di Ministro della difesa, nell'agosto del 1953, si ritenesse valida solamente l'ipotesi di una invasione che, prima d'investire l'Italia, avrebbe sicuramente investito la Germania. C'è stato un anomalo periodo di crisi nel settembre-ottobre 1953 alla frontiera: si trattò di problemi limitati fra l'Italia e la Jugoslavia. Se allora fosse scoppiata una guerra sarebbe durata poco più di otto giorni perchè si sarebbe conclusa per l'arrivo di Bemadotte o per l'esaurimento del materiale da fuoco da una parte e dall'altra. Credo comunque che di quella crisi sia inutile parlare, sebbene in essa entri quasi come co-protagonista l'organizzazione «Osoppo» e proprio, in essa avvenne il fatto eccezionale della divisione in due schieramenti contrapposti degli ex appartenenti alle Brigate Garibaldi: da una parte quelli a favore dei titini», dall'altra quelli disponibili a schierarsi con l'Italia. Pregherei i colleghi di una maggiore attenzione, altrimenti accade che, come l'altra volta, le mie parole non vengono comprese.

PRESIDENTE. Non può dire che non l'abbiamo ascoltata il 5 dicembre: la verità è che allora non ci ha detto quello che poi è comparso nell'intervista. Poteva dircelo allora!

TAVIANI. Se intende riferirsi alle organizzazioni, ebbene anche nella precedente occasione ne ho ricordato l'intera storia. Probabilmente non mi avete ascoltato. Quindi l'ipotesi che veniva fatta era quella della difesa da un'invasione contemporanea per tutta l'Europa. Da qui è derivata una concezione di una linea di difesa sulla frontiera e non invece di una linea che, presupponendo una invasione parziale, sarebbe stato più utile per l'Italia porre la difesa sulla vecchia linea gotica. Avevamo la quasi certezza che, una volta sfondato il fronte del Veneto le armate nemiche sarebbero venute avanti puntando verso Bergamo e, varcato il Po, avrebbero disceso la penisola fino alla Calabria. Si pensava di tenere lo zoccolo della provincia di Reggio Calabria, oltre alla Sicilia e alla Sardegna. Tutto questo è stato già detto. Da questa ipotesi derivò la riflessione sul genere di opposizione che si potesse attuare contro una simile invasione. A tale proposito, mi rifaccio a quanto detto dall'onorevole Bellocchio nell'altra audizione in

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questa Commissione: egli disse che bisognava tener presente che cosa fosse stata la Resistenza come movimento popolare. Egli ci ha detto di non aver tenuto conto, di non aver capito quello che era stato un movimento popolare come la Resistenza. Richiamando anche la circolare n. 300, l'onorevole Bellocchio disse che «impostare i problemi della difesa sulla controguerriglia significa non aver capito la grande lezione venuta dalla seconda guerra mondiale attraverso la lotta partigiana».

Invece è proprio il contrario; per lo meno chi è qui - e prima di me Pacciardi, come altri che avevano fatto la Resistenza in qualità di ufficiali - sapeva benissimo che la situazione era ben diversa negli anni '50 rispetto al settembre 1943. A quell'epoca fu possibile una Resistenza largamente popolare. Infatti, ho sempre sostenuto e continuo a sostenere che a quella Resistenza si contrapponeva solo una sparuta minoranza di italiani, salvo forse nella zona padana, dal Monferrato fino al Po. Per il resto, dalla Liguria alle Prealpi, dalla Lombardia settentrionale al Veneto, all'Emilia e alla Toscana, la grande massa della popolazione era concorde contro l'occupazione tedesca. Quel genere di organizzazione che avevamo creato dal settembre all'ottobre 1943 non era pensabile negli anni 1953-54-55. Dobbiamo dire chiaramente che la classe dirigente della Resistenza si era divisa sulla politica estera: una parte di essa guardava ad Est e un'altra parte ad Ovest. Per quanto riguarda la popolazione, il 55-60 per cento guardava ad Ovest ed il 30-35 per cento guardava ad Est. Pensare quindi a una guerriglia partigiana, ad una Resistenza partigiana come quella organizzata negli anni 1943-45 era una pia illusione. C'erano inoltre le organizzazioni (non dissi mai «Partito comunista») collegate in parte ad elementi comunisti, anche se certamente una gran parte degli stessi comunisti non sapeva neppure della loro esistenza.

Di queste organizzazioni parlai a pagina 101 della mia precedente testimonianza, laddove facevo riferimento alla frangia secchiana di Torino; ne parlai inoltre a pagina 119. Qualcuno ha osservato che non l'avevo detto, ma al contrario avevo lanciato dei messaggi molto precisi.

PASQUINO. Ma quali messaggi? Lei doveva riferire dei fatti precisi.

TAVIANI. E lei che li chiama solo messaggi.

PASQUINO. Veramente è stato lei.

TAVIANI. In realtà si tratta di cose precise. Al Ministero dell'interno - come già dissi in quell'occasione - risultava alla Fiat Mirafiori e alla Fiat Motori la presenza di numerose persone armate, sempre pronte e organizzate con legami continui e frequenti con i servizi segreti cecoslovacchi; legami che continuarono anche dopo la svolta del Partito comunista con la segretaria di Berlinguer. Della frangia secchiana ho parlato a pagina 209, affermando che, anche quando definii il Partito comunista come partito d'ordine, in quello stesso momento a Torino dei secchiani alloggiavano Curcio e la Cagol. Tutto questo era già stato detto l'altra volta.

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La suddetta organizzazione risultava presente a Torino, in Emilia, in Toscana, probabilmente a Sesto San Giovanni e in altri luoghi e di essa non si poteva non tenere conto; si doveva perciò affermare che sarebbe stata impossibile una Resistenza popolare. Ecco allora l'idea della Stay behind, già sorta in altri paesi e già da noi esistente in uno Stato artigianale nel Friuli. Ecco l'idea di utilizzare piccoli gruppi di sabotaggio che avevano il compito di ritardare l'avanzata di eventuali invasioni. Cinquecento uomini non potevano certo svolgere un'azione
contro le organizzazioni interne; potevano però condurre un'azione anche molto efficace sul piano dei sabotaggi. Non dissi l'altra volta (ma comunque l'ho scritto e l'ho dichiarato certamente ai giudici Casson e Mastelloni) che quando obiettai a Mancinelli l'impossibilità per cinquecento uomini di compiere azioni efficaci egli mi rispose che ne sarebbero bastati anche meno se abilmente organizzati. Mi portò allora un esempio molto significativo dicendomi che per far saltare il ponte sul Tagliamento significava ritardare l'invasione di nove ore, perchè quello era il tempo necessario al Genio sovietico e ungherese per ricostruire il medesimo ponte; mentre invece far saltare alcuni ponticelli e gallerie tra Spoleto e Terni era possibile mediante abili sabotaggi compiuti da poche persone e questo avrebbe ritardato l'avanzata su tale direttrice anche di quattro o cinque giorni. I sabotaggi erano dunque il compito principale della Stay behind. Esisteva poi l'altro scopo di restare nel Paese dopo l'occupazione. Personalmente non ho mai avuto molta fiducia in questa organizzazione di reparti per il periodo della post occupazione. L'esperienza della Resistenza del 1943, con tutte le discussioni tra chi voleva un'organizzazione sul modello jugoslavo e chi preferiva il modello francese (alla fine scegliemmo il modello all'italiana e andò bene), mi rendeva scettico di fronte alla teorizzazione di una organizzazione post occupazione.
Questa era una scelta adottata all'epoca particolarmente in Danimarca, in Olanda e in altri Paesi, ma non le davo molto peso.

PRESIDENTE. Stiamo lavorando su dichiarazioni e documenti ufficiali che vengono sistematicamente confermati in tutti questi mesi e in base ai quali la rete Stay behind o Gladio sarebbe stata creata nel presupposto di una invasione esterna, con lo scopo quindi di creare reti informative via radio e di garantire la fuga ai militari che rimanevano dietro le linee del nemico. Questa era la filosofia iniziale della Stay behind. Possiamo inoltre ammettere, in base ai documenti ufficiali, che fossero state create unità di pronto intervento con compiti di sabotaggio e di guerriglia. Da tali dichiarazioni ufficiali dunque risulta che la rete avrebbe dovuto operare contro eserciti nemici provenienti dall'esterno, mentre non era stata studiata o preventivata un'azione all'interno.

TAVIANI. Lo confermo.

PRESIDENTE. Però lei dice che è stata creata la rete Stay behind sapendo dell'esistenza di forze dell'ex Partito comunista, definite Vigilanza rivoluzionaria, pronte ad appoggiare gli eserciti invasori. Ma questo motivo contrasta con le dichiarazioni ufficiali.

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TAVIANI. Credo di avere già spiegato questo punto. Abbiamo dovuto rinunciare all'idea di una organizzazione partigiana di tipo jugoslavo o di tipo italiano nel periodo 1943-45. Più chiaro di quello che ho detto? Comunque ora lo specificherò in termini più precisi: la strategia italiana, cosciente di quella che era la situazione del paese, non ha potuto, di fronte al pericolo di un'invasione - concomitante con quella alla Germania - prevedere una resistenza del genere di quella realizzata nel 1943-45. Questa sarebbe stata un'illusione. Quindi, l'unica cosa che si poteva fare era ciò che Lei chiama guerriglia, ma che io definirei sabotaggio.

PRESIDENTE. Lei ha sostenuto nelle dichiarazioni che ha reso presso la nostra Commissione che con cinquecento uomini non si poteva fare neanche la guerriglia ...

TAVIANI. Infatti, non la chiamo guerriglia, ma sabotaggio.

PRESIDENTE. Le devo fare presente che noi non disponevamo di cinquecento uomini in base ai documenti ufficiali. Il primo arruolamento è avvenuto nel 1958 è stato di ventotto uomini. Nel 1959 erano in servizio sessanta uomini, nel 1960, centodieci. Quindi la Stay behind non ha mai avuto in servizio più di centocinquanta uomini in quegli anni. Si aveva una rete che al massimo era dimensionata per la parte sommersa. Se voi avevate la sensazione che delle forze interne (non voglio dire del partito A o del partito B) potessero aiutare un'invasione esterna e ne misuravate la forza in migliaia e migliaia di uomini, come lei dice nel suo intervento (sostiene «ce n'erano anche decine di migliaia nel solo Piemonte»), se avevate l'informazione che c'era una possibile rete interna che avrebbe potuto aiutare un esercito invasore, uno Stato che deve difendersi commisura a questa esigenza ...

TAVIANI. C'era tutta l'organizzazione del Ministero dell'interno, la polizia.

PRESIDENTE. Non ritiene di dover dire che la Stay behind non aveva questa funzione di intervento sulla parte interna?

TAVIANI. L'ho già detto. La funzione sulla parte interna l'aveva la Direzione generale di polizia (ci sono tutte le circolari di emergenza), compresa anche la Guardia di finanza.

TOTH. Finchè c'era la sovranità italiana , ciò è chiaro.

TAVIANI. Ma anche quando ci fosse stata una invasione, finchè c'era la polizia e la Guardia di finanza, quella era la controguerriglia. Comunque, l'osservazione del Presidente è anche più profonda: mi ha chiesto che cosa si poteva fare con duecento o centocinquanta uomini (perchè non sono mai arrivati a cinquecento). Questa è una realtà di cui ho preso atto e devo dire che lo scopo iniziale, quando noi partimmo,

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era quello di arrivare a reperire cinquecento uomini. Non ci si arrivò e di ciò io non sono responsabile perchè avvenne dopo ...

PRESIDENTE. La mia domanda è un'altra. Lei ha parlato di un documentabile apparato militare. Queste informazioni da chi provenivano e da chi furono fornite?

TAVIANI. Dall'ufficio del capo della Polizia, dalla Guardia di finanza e, in minor grado, dai Carabinieri.

PRESIDENTE. Allora lei ritiene che la documentazione dell'epoca ...

TAVIANI. Andando a vedere al Ministero dell'interno la dovreste trovare: oppure chiamando i Prefetti che sono ancora vivi o coloro che stavano accanto al capo della Polizia. La potreste trovare anche andando a reperire sui luoghi le testimonianze di coloro che in quel momento si trovavano in quella situazione.

PRESIDENTE. Riassumo la sua risposta. La rete Stay behind, che aveva uno scopo limitato di guerriglia o di sabotaggio (limitato per il numero degli uomini), non è stata creata inizialmente ...

TAVIANI. Nella maniera più assoluta, perchè c'era già.

PRESIDENTE. Tuttavia voi avevate l'informazione che c'era una potenziale rete interna che avrebbe potuto aiutare un esercito invasore. Di ciò avevate conoscenza.

TAVIANI. Non c'è dubbio.

PRESIDENTE. La documentazione di tale conoscenza deve essere acquisibile.

TAVIANI. Credo che sia acquisibile se voi andate a fondo su tale vicenda, come siete andati a fondo su Gladio.

PRESIDENTE. Noi non facciamo un'inchiesta sulla situazione, ma su Gladio e sulla rete Stay behind. Dalla sua intervista risulterebbe che Gladio era stata creata anche in funzione interna.

TAVIANI. Questo lo escludo.

PRESIDENTE. Adesso lei lo esclude?

TAVIANI. Il punto è questo: se avessimo potuto contare su una resistenza popolare, così come è successo nel 1943, io certamente non avrei pensato alla Stay behind. Sapendo di non poter contare su una situazione come quella del 1943 ho pensato alla Stay behind. Quando mi è stata offerta, l'ho accettata anche per questa ragione.

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Sono sotto giuramento; desidero parlare sotto giuramento e dire cose precise. A parte le notizie che avevo avuto prima di essere Ministro della difesa in quanto ero Segretario del partito quando venne costituita la Nato e quindi conoscevo quanto avveniva nei Consigli supremi della difesa (sia pure indirettamente e non precisamente), quando arrivai alla Difesa il generale Musco mi illustrò in 3-4 ore questa organizzazione che -  preciso - non era il Pci: era collegata a questo partito. C'era una confusione tra gli orientamenti ideologici che si riferivano a Pietro Secchia e l'attività concreta che consisteva in uomini armati di arma corta con la possibilità di adire rapidamente all'arma lunga. Di tutto ciò poi c'è una ulteriore prova su cui posso dare giuramento. Tra il 1953 e il 1954 è cominciata una certa smobilitazione di tale organizzazione. Pullularono casi di ritorno di armi: si presentava alla Questura un tizio che diceva che c'erano armi sulla collina di Santa Tecla di Genova.

PASQUINO. È un nome scelto a caso oppure è vero? Cioè sostiene che li c'erano armi?

TAVIANI. È un nome vero e c'erano armi. Queste persone tagliavano i biglietti da mille lire in due ...

PRESIDENTE. La storia del taglio delle monete è stata utilizzata fino al 1972 dalla stessa Gladio per poter recuperare le armi.

TAVIANI. In questo modo si ritrovavano le armi. Tuttavia, tale ritrovamento di armi è stato talmente diffuso che non può essere casuale e non può essere merito del Governo (di chi stava al Governo in quel momento e precisamente il governo Scelba); ciò evidentemente è stato interpretato come ordine di cominciare uno smobilizzo, ordine che di fatto coincise anche con la condanna della linea Secchia all'interno del Partito comunista.

PRESIDENTE. Stiamo facendo il controllo di una sua osservazione che esce da una sua dichiarazione precedente, che lei ha avuto la cortesia di leggere prima. Quando venne interrogato da noi per la prima volta disse: «Non mi è mai passato neppure per l'anticamera del cervello l'utilizzazione di questa struttura per questioni di carattere interno». Lei oggi conferma questo?

TAVIANI. Sì.

PRESIDENTE. Allora la rete Stay behind non è stata creata per questa ragione.

TAVIANI. Non è stata creata per la guerriglia contro l'organizzazione, ma solo per il sabotaggio entro l'eventuale invasione.

PRESIDENTE. Successivamente ella ha chiarito che nelle quattro occasioni di crisi in cui avrebbero dovuto essere invasi, le truppe nemiche non avrebbero attaccato solo l'Italia e molto probabilmente avrebbero innescato una guerra generalizzata, ed io ritengo che se

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avessero invaso tutta l'Europa avrebbero provocato anche un conflitto molto grave.

TAVIANI. Non vi è dubbio.

PRESIDENTE. Allora questo gruppo di uomini (poco più di un centinaio) avevano il compito, che ufficialmente ci viene esplicitato, di rete Stay behind: dovremo comunque compiere una valutazione in relazione al contesto che stiamo esaminando, .comunque essi non avevano il compito di eliminare l'eventuale quinta colonna interna. Ho chiarito bene il suo pensiero?

TAVIANI. Sì, è così.

PASQUINO. Vorrei rivolgere al presidente Taviani una prima domanda alla quale desidererei che egli rispondesse seccamente, senza raccontarci di nuovo l'audizione dell'altra volta. Nell'incontro precedente che ha avuto con noi non ci ha parlato delle possibili invasioni dell'Italia alle quali invece ha fatto riferimento nelle due interviste rilasciate a «I1 Secolo XIXn e a «La Stampa.. Perchè?

TAVIANI. Certo che ne ho parlato!

PASQUINO. Dove ne ha parlato?

TAVIANI. Nella seduta del 5 dicembre 1990, come risulta dallo stenografico, ho dichiarato: «Come loro ricorderanno, al momento di Suez vi fu un nutrito passaggio di aeroplani sulla Turchia che generò il panico, con riflessi anche nelle Borse, tanto che si aveva l'impressione che da un momento all'altro potesse scoppiare la guerra. Tra l'altro, sempre in quel periodo, alla frontiera orientale stazionavano numerosi divisioni sovietiche, non soltanto di fanteria, ma anche corazzate, che erano a poche ore da Gorizia, mentre negli aeroporti di Pécs, di Siofok e di Szombately vi erano centinaia di aerei con truppe aviotrasportate ed aviotrasportabili pronti ad intervenire. Ricordo questi fatti per chi avesse dimenticato i rischi che all'epoca esistevano».

PASQUINO. Presidente Taviani, ma lei nell'intervista ha dichiarato che l'Italia ha corso il rischio di essere realmente invasa nel 1950, nel 1956, nel 1962 e nel 1968. Nella audizione ella si è riferito soltanto al caso del 1956.

TAVIANI. No, senatore Pasquino, ho parlato anche del 1950 ed a tale proposito ho portato con me un articolo scritto nel 1950 che illustra quale fosse la situazione in quell'anno; è un articolo sul periodico «Civitas»...

PASQUINO. Ma non interessa quello che ha dichiarato nel 1950 ...

TAVIANI. Anche nell'audizione ho parlato della situazione del 1950.

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