CRONOLOGIA “CASO GLADIO”: fatti e misfatti!

 

  22/4/98


 

SENATO DELLA REPUBBLICA                   CAMERA DEI DEPUTATI

 

XIII LEGISLATURA - DISEGNI DI LEGGE E RELAZIONI · DOCUMENTI

UFFICIO DI PRESIDENZA ALLARGATO

l" Incontro seminariaIe con i collaboratori della Commissione

Mercoledì 22 aprile 1998

 

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e un sì: abbiamo stabilito un ordine di lavori che sostanzialmente va nella
direzione da lei indicata nel suo intervento.

MANCA. D'accordo, signor Presidente. In questo modo, viene certa-
mente soddisfatta anche la mia esigenza.

PRESIDENTE. Il primo gruppo di quesiti, come i colleghi possono
constatare dalla nota distribuita, riguarda la situazione nell'immediato do-
poguerra: anzitutto, la gradualità del disarmo delle formazioni partigiane
,
un disarmo che per i partigiani bianchi avviene soprattutto nel 1948. I col-
leghi ricorderanno quanto ci hanno riferito i senatori Taviani e Cossiga.
Per quanto riguarda invece le formazioni partigiane rosse, il disarmo è
più lento. Questa domanda poi ritorna in qualche modo nel quesito C
,
su cui interverrà anche il professor Ilari.

Quindi, si fa riferimento al quadro complessivo dell'immediato dopo-
guerra, con la costituzione di strutture paramilitari segrete, che furono
operative nel settentrione e soprattutto nella parte nord-orientale del paese
e che avevano collegamenti e legami con i vertici istituzionali degli appa-
rati militari e del Ministero dell'interno.

Si chiede se a queste organizzazioni furono assegnati compiti non
solo difensivi e di resistenza in caso di invasione militare del territorio na-
zionale, ma anche informativi, di prevenzione e di contro insorgenza.

Si chiede inoltre se corrisponde al vero la contestuale creazione nel
no
stro paese di organizzazioni completamente civili, non ufficiali, in fun-
zione anticomunista
, che utilizzarono probabilmente risorse finanziarie
provenienti anche dagli USA. Si vuole anche sapere se, in relazione all
'i-
stituzione nel medesimo arco temporale dell'Ufficio affari riservati del
Ministero dell
'interno (nelle sue varie denominazioni che si sono succe-
dute nel tempo), tale ufficio disponeva di strutture informative articolate
nel territorio nazionale
.

Si chiede anche se il complesso di strutture ed associazioni di cui ai
precedenti quesiti operava nell'ambito di un disegno strategico comples-
sivo caratterizzato dalla partecipazione di organi e/o ambienti istituzionali
.

Do la parola al professor De Lutiis, che invito ad intervenire in ma-
niera succinta
, dal momento che credo questo sia uno dei punti su cui vi è
meno possibilità di contrasto e di polemica.

DE LUTIIS. Signor Presidente, non mi dilungherò sulle motivazioni
di natura internazionale che tutti conosciamo, che sono state alla base
del mancato scioglimento di organizzazioni partigiane di vario orienta-
mento. Sappiamo bene che immediatamente dopo la conclusione del con-
flitto
, la situazione internazionale cambiò repentinamente con la suddivi-
sione nel mondo in due sfere di influenza
, che furono ufficializzate a
Yalta e che successivamente si trasformarono in una vera e propria divi-
sione fisica, tanto che si parlò dell'esistenza di una «cortina di ferro». Tale
situazione influisce sulla realtà delle organizzazioni partigiane armate. Ri-
cordo ad esempio l'organizzazione Osoppo: come
è noto, essa operava

 

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nella zona del Friuli e aveva una connotazione di difesa dell'italianità in
una po
sizione polemica nei confronti dei partigiani che in quella zona
e
rano in parte legati all'area jugoslava. L'organizzazione Osoppo fu rego-
larmente
sciolta nel maggio del 1945, ma già ai primi di gennaio del 1946
si decise la ricostituzione di questa organizzazione che, nel giro di un
anno o poco più, raggiunse la consistenza di circa 2.000 persone, passando
a 4.000 e attestando
si su una consistenza media di 5.000-6.000 persone,
al
meno questo è quello che risulta dalla documentazione giacente presso
l
'Arcivescovado di Udine, dove è conservata un'ampia documentazione
ma non l
'elenco degli aderenti. Questo è un punto specifico da tenere pre-
sente, cioè i nomi dei 6.000 aderenti all'organizzazione Osoppo, che poi
cambierà nome in due succe
ssive occasioni; assumerà denominazioni di-
v
erse ma in realtà è la stessa organizzazione che sopravviverà fino al
1956, e la data sembra abbastanza credibile alla luce del fatto che un
mese dopo lo scioglimento dell'Osoppo è nata l'organizzazione «Gladio».

Su questa organizzazione vi sono molti documenti conservati nell'ar-
chivio presso l'Arcivescovado di Udine ma, ripeto, non conosciamo il
nome degli aderenti.

Vi è poi un altro punto che ci sfugge: il suo passaggio, secondo al-
cuni documenti, sotto la Presidenza del Consiglio nel 1949 e poi
, dall'a-
prile 1950
, la sua trasformazione in un'organizzazione segreta. Quindi,
mentre negli anni fino al 1950, non erano stati rivelati i nomi degli ade-
renti
ma l'esistenza della struttura era, almeno localmente, nota, successi-
vamente, secondo la documentazione la struttura diventa segreta. Tra l'al-
tro
, di un rapporto di circa quaranta pagine vi sono due edizioni: una che
si arresta a pagina 13, dove vi è una nota del curatore che afferma di aver
visto le pagine successive ma di non essere stato ammesso alla sua lettura;
l'altra edizione arriva invece regolarmente fino alla fine.

Tuttavia, pur conoscendo le linee generali di questa struttura, noi non
cono
sciamo le attività particolari che sono state svolte dall'organizzazione.
D
ai documenti disponibili sembra che siano esistite altre strutture, ad
e
sempio una denominata Giglio e un'altra Fratelli d'Italia, delle quali
però non conosciamo alcunché ad eccezione del nome.

PRESIDENTE. Ricordo il testo di un documento relativo a Fratelli
d
'Italia, conservato presso il Ministero dell'interno, dal quale sembra
che
si trattasse di una organizzazione di tipo paramilitare.

DE LUTIIS. È esatto: il Presidente ha indicato l'unico documento di
cui siamo in possesso relativo a tale organizzazione.

PRESIDENTE. Se non ricordo male risultava anche che Fratelli d'I-
t
alia aveva rapporti particolari con l'intelligence inglese più che con
quella americana.

DE LUTIIS. , è vero.

 

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Ancora meno nota è la possibile attività riservata svolta per conto del
Ministero dell'interno che ufficialmente
è inesistente. Esistono invero al-
cune dichiarazioni, una in particolare rilasciata dal ministro Scelba, al
giornalista Antonio Gambino e riportata nel volume dello stesso intitolato
«Storia del dopoguerra dalla liberazione al potere DC» nella quale si af-
ferma che: «Già nei primi mesi del 1948 era stata messa a punto una strut-
tura capace di far fronte a tentativi insurrezionali comunisti e l'intero
paese era stato diviso in una serie di grosse circoscrizioni ...
». Vi è poi
una spiegazione, contenuta in non più di
quindici righe, relativa a questa
possibile struttura di
cui non conosciamo altro.

Vi è inoltre una lettera inviata da Edgardo Sogno al ministro degli
esteri Moro nel 1969 al fine di rivendicare una maggiore attenzione alla
sua carriera. Egli infatti afferma che, avendo ricoperto incarichi di
natura
riservata, aveva perso, nella progressione di
carriera, delle promozioni che
erano state date a colleghi che lo seguivano nella graduatoria. Da questa
lettera apprendiamo che l'ambasciatore Sogno ha rivestito incarichi fin dal
1949; la missiva recita testualmente «L'allora ministro degli interni Scelba
mi interpellò per sapere se avrei accettato un incarico, che avrebbe com-
portato il distaccamento presso il Ministero dell'interno, relativo al proget-
tato servizio di difesa civile dell'interno».

L'ambasciatore Sogno fa altri riferimenti a questa sua attività affer-
mando che l'attività delle strutture alle quali aveva partecipato si fece pro-
gressivamente più riservata nel corso degli anni, fino a raggiungere il mas-
simo della riservatezza intorno agli anni 1955-1956. Anche su queste pos-
sibili strutture non conosciamo altre informazioni ad eccezione del fatto
che nel 1950 fu avanzata una proposta di
legge per l'istituzione di un'or-
ganizzazione di
difesa civile che non si tramutò in legge a causa del fatto
che il testo normativo fu approvato da un solo ramo del Parlamento. È
ipotizzabile che il progetto di
legge abbia rappresentato un tentativo di uf-
ficializzazione di
una struttura esistente, ma di ciò non abbiamo prove. Vi
furono poi ulteriori tentativi di varare organizzazione della difesa civile,
nessuno dei quali ebbe una conclusione parlamentare positiva.

Altri singoli episodi possono far pensare all'esistenza di una struttura,
come ad esempio un carteggio tra Ministri oppure alcune lettere indiriz-
zate a dirigenti politici stranieri. Tali missive fanno riferimento a Pace e
Libertà che, come
è noto, è ufficialmente un'organizzazione privata. Dal
testo e dal tenore delle lettere emerge quanto meno un forte interessa-
mento da parte del Governo all'esistenza e all'attività di
Pace e Libertà
che, come
è noto, fa riferimento alla figura dell'ambasciatore Sogno. Esi-
ste un'amplissima documentazione presso il Ministero dell'interno relativa
a Pace e Libertà che era un'organizzazione pubblica e si può ipotizzare
che essa abbia esercitato un'attività riservata diversa da quella ufficiale,
ma non sussistono prove certe.

Tornando al punto di partenza, poiché Pace e Libertà non fa riferi-
mento, almeno ufficialmente, a strutture della Resistenza, vi
è soltanto
da aggiungere che, negli stessi mesi durante i quali si dibatteva in Parla-
mento la possibile istituzione della difesa civile, si tenne a Roma un con-

 

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vegno della Federazione italiana dei volontari della libertà. Come è noto,
detta organizzazione era presieduta dal generale Cadorna che fu anche il
promotore dell' organizzazione Osoppo. Nel corso di questa riunione,
alla quale partecipò anche l'ingegner Mattei, uno dei dirigenti della Fede-
razione italiana volontari della libertà, si parlò della difesa civile. L'inge-
gner Mattei enunciò un decalogo dell'attività richiesta agli aderenti a tale
organizzazione. Tra i dieci punti ve ne sono alcuni che fanno riferimento
al controllo interno relativo ad uffici pubblici in funzione antisabotaggio e
anticomunista che sembra delineare un'attività di tipo riservato.
È questa
per grandi linee la realtà che emerge dalle carte in possesso della Com-
missione. Sarebbe possibile diffondersi ampiamente e approfondire i docu-
menti relativi alla Osoppo che, come ho accennato, sono conservati presso
l'arcivescovado di Udine. In riferimento ad altre strutture gli sforzi di ri-
cerca dei collaboratori non sono stati coronati da successo, almeno allo
stato attuale, né per quanto concerne l'Archivio di Stato né in ordine al-
l
'archivio del Ministero dell'interno, sebbene esistano altri documenti o
perlomeno accenni.

Seguendo il suggerimento del Presidente, concludo la mia esposi-
zione, essendo disponibile a rispondere a quesiti relativi a particolari
meno rilevanti.

CORSINI. Non porrò domande in ordine alla ricostruzione dell'iden-
tità e delle finalità delle organizzazioni cui prima il professor De Lutiis ha
accennato e neanche in ordine alla relazione che egli ha appunto presen-
tato, ma in ordine a un problema che è sotteso a tutta la sua ricostruzione
rispetto alla quale lo stesso professore fornisce alcune indicazioni di tipo
descrittivo, riferendo anche l'interpretazione che il presidente Pellegrino fa
nella sua bozza di relazione.

Mi piacerebbe conoscere la valutazione personale del professor De
Lutiis in ordine a due categorie. L'ambito di tipo eversivo che qui viene
ricostruito può essere rapportato a una categoria che qui viene definita del
contesto unico o del disegno unico, cioè è ipotizzabile che sotto sigle di-
verse e facenti capo a realtà, movimenti, ispirazioni, filoni culturali e ideo-
logici diversi si persegua un disegno unico o, invece, all'interno di questo
contesto unitario i disegni sono molteplici, si accavallano, si ostacolano e
si distinguono? Qual è la raffigurazione complessiva che viene data nel-
l'ambito della ricostruzione che il professore ha qui proposto?

È una categoria che ha una qualche valenza euristica e che può con-
sentire di darei una spiegazione dei fenomeni quella del disegno unico o
invece è più consona una più adeguata raffigurazione della realtà l'idea di
un contesto unitario dentro il quale si muovono disegni che non sempre
sono sovrapponibili o comunque riconducibili ad un unico intento e a uni-
che matrici anche di soggetti istituzionali, oltre che di soggetti che si auto
organizzano?

 

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MANCA. Vorrei porre delle domande e non tanto formulare delle in-
terpretazioni
, che farò eventualmente dentro di me come considerazioni
person
ali.

Dagli incartamenti di cui siamo in possesso, risultano rapporti tra la
formazione Osoppo e gli organi informativi che c'erano allora? Credo che
allora si chiamasse SIFA.

C'erano rapporti tra la Osoppo e le Forze armate regolari? In quel
periodo già ero nell
'ambito di quelle istituzioni.

PRESIDENTE. È più grande di quello che sembra, allora.

MANCA. Signor Presidente, è una caratteristica di alcune persone di-
mo
strare molti anni di meno. Altri ne dimostrano molti di più.

PRESIDENTE. Mi fa piacere. Touché. Riconosco: sembro più vec-
ch
io (Ilarità).

MANCA. Il professore ha usato spessissimo il termine «difesa ci-
vile
». Sinceramente, pur essendo del mestiere, non conosco il termine.
Cosa significa difesa civile?

Poi vorrei sapere qualcosa di più sul decalogo di Mattei. Da 1ì potrei
ricostruire i compiti e gli scopi di quelle organizzazioni.

TARADASH. Premesso che questa parte delle relazioni ha un inte-
re
sse storiografico, mi pare però poco legata al momento al compito della
Commissione; vorrei sapere queste organizzazioni cosa hanno fatto in
r
ealtà.

Capisco che in una fase politica come quella del dopoguerra ci fos-
s
ero delle organizzazioni anticomuniste che, preoccupate, credo anche ab-
ba
stanza giustamente, del fatto che ci fosse un rischio di invasione comu-
ni
sta in questo paese, hanno inteso mantenere una struttura riservata. Mi
riesce anche facile comprendere che in quella fase politica il Governo ab-
bia mantenuto con queste organizzazioni un rapporto di controllo ed even-
tu
almente, forse, anche di strumentalizzazione. Il problema è: cosa hanno
eventualmente fatto di illecito formazioni come la Osoppo, Fratelli d'ita-
l
ia, Pace e Libertà?

Se vogliamo vedere uno svolgimento nel tempo e capire se da queste
radi
ci è nato qualcosa che è entrato permanentemente e in modo distorsivo
all'interno della vita repubblicana, sarebbe bene capire cosa di quel mo-
mento così particolare si sia potuto trasferire nella vita normale della Re-
pubbl
ica una volta finito il momento della presunta, possibile e potenziale
minaccia dell
' intervento sovietico o di una sovversione di matrice sovie-
t
ica nel nostro paese. Fino a che punto questi protagonisti possono essere
vis
ti come dei patrioti che hanno scelto una strada particolare, segreta, oc-
culta e fino a che punto possono essere visti come mestatori?

Queste strutture erano riservate e anche illegali, ma perché erano se-
grete o erano illegali perché compivano degli atti illeg
ali?

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PRESIDENTE. Nel rispondere a questa domanda, prego il professor
De Lutii
s di distinguere tra compiti assegnati e compiti svolti.

All'onorevole Taradash vorrei dire che, osservando i quesiti succes-
sivi, si capisce perché ci stiamo occupando di questo. È l'evoluzione suc-
ce
ssiva di queste strutture che acquista, in una certa ricostruzione, rilievo
nel
la logica della strategia della tensione.

TARADASH. Visto che è ancora vivo e vegeto, e in questo periodo è
anche autore di memoriali, vorrei suggerire di ascoltare quanto prima
l'ambasciatore Edgardo Sogno, che è stato un protagonista.

PRESIDENTE. Abbiamo chiesto l'acquisizione degli atti di un re-
cente processo che è stato celebrato a Torino, nel corso del quale ha par-
la
to moltissimo. In questo processo il professor De Lutiis, io ed altri siamo
stati sentiti addirittura come testimoni. Quando avremo acquisito questi
att
i vedremo se è il caso di risentire Sogno. Penso che quanto ha detto
a Torino chi
arisca completamente il problema.

TARADASH. La sede politica è diversa.

PRESIDENTE. Mi aggancio alle due domande di Taradash, ponendo
due domande a De Lutii
s.

Quali erano le strutture ufficiali di cui allora noi disponevamo e che
potremmo chiamare in termini larghi Servizi segreti? Avevamo allora ap-
parati di intelligence? Se non li avevamo, non è normale che l'impossibi-
lità che avevamo di poter svolgere una funzione tipica di qualsiasi Stato
moderno abbia poi
spinto alla creazione di queste strutture perché adem-
pi
ssero a quei compiti che non riuscivamo a svolgere con gli apparati isti-
tuzionali
? Sicuramente all'epoca non avevamo il Servizio segreto civile,
a
nche il Servizio segreto militare credo non sia nato immediatamente
nel dopoguerra.

Per quel che riguarda il profilo della legalità, non c'è dubbio che con
l
'entrata in vigore della Costituzione repubblicana queste strutture non po-
trebb
ero dirsi legali, ma - se mi è consentito - per quel che riguarda lo
specifico del mio mestiere, direi che tutta la Costituzione italiana acquisi-
sce effettività con qualche anno di ritardo. I valori della Costituzione ac-
qui
stano effettività non immediatamente dopo l'entrata in vigore. Il dottor
Mancu
so ricorderà la vecchia polemica fra norme programmatiche e
no
rme precettive della Costituzione.

Questa è una parziale risposta all'onorevole Taradash: non penso af-
f
atto che fossero mestatori. Per lo meno questa è la mia opinione perso-
nale
.

DE LUTIIS. La domanda dell'onorevole Corsini riguarda un inter-
vento che avevo programmato dopo.

PRESIDENTE. Allora la rinviamo a dopo.

 

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DE LUTIIS. Il senatore Manca chiede se esistevano rapporti fra la
Osoppo e le Forze armate regolari. Certamente c'erano ed erano molto in-
tensi perché in pratica gli equipaggiamenti, tutto il materiale, il vestiario e
- presumo - anche le armi provenivano dalle Forze armate regolari.
Quindi il rapporto era estremamente stretto, se non addirittura di dipen-
denza.

Per quanto riguarda i rapporti tra la Osoppo e il SIFAR, ricordo che
il SIM (Servizio di informazioni militare) è stato sciolto (secondo una in-
terpretazione, perché ce ne sono varie) il 31 dicembre 1945; da allora è
esistito un Ufficio informazioni dello Stato maggiore che era un ufficio
più piccolo dei normali Servizi segreti; la decisione di ricostituire il Ser-
vizio segreto nella sua interezza intervenne nel marzo 1949 ed ebbe decor-
renza dal lº settembre 1949 con la sigla iniziale di SIFA (Servizio infor-
mazioni forze armate), poi fu aggiunta la R, con una continuità del diret-
tore dell'Ufficio informativo dello Stato maggiore che fu nominato primo
direttore del Sifar. Rapporti, quindi, con l'ufficio informazioni dello Stato
Maggiore esistevano certamente anche se la documentazione non è così
evidente: non esistono infatti documenti diretti ma solo qualche accenno
a tale aspetto. Vi erano, peraltro, rapporti tra gli alleati e la Osoppo perchè
la ricostituzione, come accennato, è del gennaio 1946, quando era ancora
in corso l'occupazione alleata diretta non ancora costituita in territorio li-
bero di Trieste.

Nella documentazione e nel disegno di legge, per il termine «difesa
civile» si intende una struttura costituita, oltre che in parte da professioni-
sti anche da volontari che intervengono sia in situazioni di disastri natu-
rali, sia di guerra o di guerra civile. In un documento redatto in lingua in-
glese si specifica inoltre quanto segue «in seguito a bombardamenti».

Teniamo presente che si tenta di varare la difesa civile nell'estate del
1950; due mesi dopo lo scoppio della guerra in Corea; quindi, è compren-
sibile la preoccupazione di creare una struttura da utilizzare anche in caso
di bombardamento o, comunque, in una situazione di sabotaggio. Inoltre
,
il termine «intervento antisabotaggio» può essere inteso in senso ampio,
che può comprendere i sabotaggi o pretesi sabotaggi di natura politica.

La forte e durissima opposizione della sinistra in quel periodo nasce
dal timore che questa struttura potesse essere utilizzata in manifestazioni
di piazza o in occasioni di scioperi sia per sostituire gli scioperanti sia
per contrastare eventuali manifestazioni di piazza. Questa fu la ragione
della durissima opposizione della sinistra e di qualche perplessità anche
nell'ambito della sinistra democristiana che portò ad un faticosissimo
iter legislativo ed all'approvazione di un solo ramo del Parlamento, la de-
cadenza per scioglimento regolare della legislatura e la ripresentazione del
progetto lievemente cambiato. Siamo nell'anno 1956; anche in questo caso
si è in occasione di una situazione di emergenza (Suez
, Ungheria).

Il decalogo dell' ingegner Mattei è in nota alla proposta di relazione
del senatore Pellegrino
. In generale, dei dieci punti alcuni sono assoluta-
mente tranquillizzanti; alcuni sono stati considerati in quel momento ed in

 

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quella situazione storica come un'ulteriore ragione di perplessità. Vi è poi
chi ha visto una concomitanza da non considerare casuale.

Nell'intervento conclusivo dell'ingegner Mattei, egli dice una frase
molto interessante che riporto testualmente: «voi siete i volontari della di-
fesa civile». Ecco quindi che il termine entra nel contesto del convegno
della Federazione italiana volontari della libertà.

Poiché ho in questo momento difficoltà ad individuare alcuni dei
dieci punti di Enrico Mattei per leggerli, rilevo che ve ne sono alcuni
che accennano al controllo di eventuali atti di sabotaggio all'interno di
fabbriche, di strutture statali.

Non dico affatto che l'ingegnere Mattei abbia organizzato una strut-
tura occulta e parallela, ma la concomitanza di questo fatto con la presen
-
tazione presso la Camera del disegno di legge portò alcuni parlamentari ed
esponenti del mondo politico di allora a vedere anche in questo convegno
un possibile pericolo.

PRESIDENTE. Se lo desidera posso intervenire per riportare i punti
in questione:

1) «Sorvegliare nelle fabbriche e negli uffici ogni nucleo promo-
tore della disobbedienza, che è un larvato sabotaggio degli attentati alla
libertà di associazione e di lavoro, delle minacce contro l'efficienza e la
produttività delle imprese».

2) opporsi all'attuazione dei temi politici di disobbedienza civile
sia aperta sia mascherata dai fini sindacali.

3) scoprire e sventare tentativi di creare organizzazioni clandestine,
abbiano o no carattere militare.

4) sorvegliare e segnalare tutte le fonti di finanziamento dell'av-
versario e prendere adeguate misure in merito.

5) prevenire e concorrere a reprimere i rilievi e le segnalazioni
clandestine di centri nevralgici della Nazione sia civili che militari

6) concorrere con le forze dell' ordine alla scoperta di nascondigli
di armi e munizioni, a svelare le fonti, i metodi e i mezzi sovversivi, i
rifornimenti e di ogni altra attività connessa.

7) opporsi all'avvelenamento sistematico delle coscienze ed impe-
dire che i più deboli soggiacciano alla propaganda avversaria specialmente
se accompagnata da forme di coercizione.

8) ostacolare la scalata comunista ai posti e alle posizioni di co-
mando e di responsabilità, da dove al momento propizio essi possono tra-
sformarsi in altrettanti Pontecorvo.

DE LUTIIS. Signor Presidente, in questo frattempo sono riuscito ad
individuare la frase dell'ingegner Enrico Mattei: «voi dovete assolvere
un incarico arduo e aspro se volete, ma degno del vostro passato di pa-
trioti e dare un contenuto politico alle nostre associazioni e contro i cosid-
detti partigiani della pace proclamarci partigiani della difesa civile». Con
questo non ho affatto voluto dire che l' ingegner Mattei abbia organizzato
una struttura occulta o, peggio ancora
, illegale o sovversiva.

 

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Quanto al quesito posto dall'onorevole Taradash, egli domandava
cosa hanno fatto in realtà queste organizzazioni. Si sa con certezza che
la Osoppo è stata mobilitata - ma è stata una decisione del Governo -
sia in occasione delle elezioni del 1948 sia in occasione degli incidenti
avvenuti a Trieste nel 1953. Dalla documentazione in nostro possesso -
che però è la loro documentazione - ovviamente non emergono gravi at-
tività illegali, se non un controllo della popolazione di origine slovena.

L'anno scorso è stato pubblicato un libro cattolico che è di difficilis-
sima reperibilità. Ho girato inutilmente quattro librerie di Trieste e alla
fine ho dovuto fare ricorso al monsignore che dirige la casa editrice.
Dal libro non emerge nulla di gravissimo, però certamente emerge una at-
tività piuttosto marcata contro la minoranza slovena. Che vi siano stati al-
cuni incidenti tra la minoranza slovena e la maggioranza italiana, con
qualche morto, sembra emergere sia da accenni nella documentazione
Osoppo sia in questo libro. Comunque non si va al di là dello scontro
aspro al confine, con qualche sopruso nei confronti della minoranza slo-
vena.

Mi chiedeva poi l'onorevole Taradash se queste organizzazioni riser-
vate sono illegali perché segrete o perché hanno svolto attività illegali.
Dalla documentazione che abbiamo potuto avere non sembrano emergere
gravi atti illegali. C'è da aggiungere che si tratta di un periodo molto teso,
quindi - ma questa è una mia valutazione personale - forse è più perdo-
nabile la Osoppo rispetto all'esistenza, in anni molto vicini
, di organizza-
zioni similari.

Per quanto riguarda «Pace e Libertà», si tratta di una organizzazione
privata alla quale aderiscono cittadini di ogni origine; non c'è un legame
con ambienti governativi - per quello che noi si sappia - a parte queste
due o tre lettere che appaiono più che altro come raccomandazioni.

PRESIDENTE. Lettere di autoraccomandazione.

DE LUTIIS. Sì, di autoraccomandazione, oppure la lettera di un Mi-
nistro che raccomanda: «Aiutali, perché anche nell'ambito internazio-
nale ... ».

C'è da dire, per chiarire, che è sicura l'esistenza di una organizza-
zione analoga in Francia «Paix et Liberté». Almeno in alcuni dei docu-
menti provenienti dal Ministero dell'interno sono citate strutture analoghe
in altri paesi europei, però i documenti non si dilungano. C'è un elenco
dal quale sembrerebbe che organizzazioni analoghe siano esistite addirit-
tura in sette, otto paesi europei.

TARADASH. L'organizzazione italiana era un po' rustica, quelle in-
ternazionali erano più strutturate?

DE LUTIIS. Non ho conoscenza sulle altre; quella francese era diretta
da un deputato, Paul David; in quella italiana vi erano persone di diversa
estrazione. Il collega mi ricorda che vi è un legame di questa organizza-

 

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zione con i servizi inglesi, originato forse dalla circostanza che Edgardo
Sogno era legato all'ambito inglese.

L'ufficialità di «Pace e Libertà» emerge solo da queste lettere, non-
ché - anche in questo caso casualmente - da una ulteriore lettera in cui
Sogno si rivolge al Ministro degli esteri a proposito di una querela sporta
contro una cooperativa di Modena o comunque dell
'Emilia Romagna e
sollecita un intervento governativo affinché detta querela non vada avanti,
domandando: «Ma è possibile che la necessità di tenere tutelata l'attività
di "Pace e Libertà" non venga tenuta presente in questo caso?». Ecco
, da
questi accenni, si può dedurre che vi sia stato un rapporto ufficiale con
organizzazioni governative. Dalla documentazione del Ministero dell'in-
terno, invece, sembra trattarsi di una organizzazione privata come esiste-
vano molte organizzazioni anticomuniste in quel periodo.

Il Presidente mi chiedeva quali erano le strutture ufficiali. Come ac-
cennavo prima, con il 1º gennaio 1946, comunque dopo lo scioglimento
del SIM
, negli anni 1946, 1947 e 1948 e nei primi otto mesi del 1949,
è esistito in Italia un Ufficio informazioni dello stato maggiore, abba-
stanza limitato come numero di persone impiegate. Su questa organizza-
zione sappiamo pochissimo: come è noto i documenti dei servizi segreti
sono soggetti a segreto «eterno»
, quindi in base alla legge non vi sarà
un giorno nel quale noi sapremo l'attività svolta dall'Ufficio informazioni
dello stato maggiore. Se il Parlamento lo riterrà
, dovrà varare una legge
apposita
, mentre in altri paesi c'è un termine oltre il quale tutto o quasi
tutto diventa pubblico.

L'ipotesi del Presidente, cioè se la struttura dei servizi segreti era suf-
ficiente a svolgere l'attività regolare è legata a questo: non abbiamo allo
stato documenti che comprovino
l'estensione, la consistenza del servizio
segreto militare.

Per quanto riguarda l'Ufficio affari riservati - e con questo penso di
concludere - in realtà esso esisteva fin dal 1916 o comunque intorno a
quella data, anche se durante il fascismo ha perso notevolmente impor-
tanza
, data l'esistenza dell'OVRA. Il primo dirigente del dopoguerra del-
l
'Ufficio affari riservati, Gesualdo Barletta, fu scelto dal ministro Scelba,
era un ex funzionario dell'OVRA, come il suo vice, di nome Rotondano.

Poi Scelba ha giustificato questa sua scelta con il fatto che queste
persone - ed è vero -, sottoposte a processo per epurazione sono state pro-
sciolte.

PRESIDENTE. La ringrazio, professor De Lutiis. Passerei adesso al
quesito C
, sul quale dirò poche parole, e poi darei la parola al professor
Ilari, che potrà unire le osservazioni che voleva fare su questo periodo
a quanto ci dirà in risposta a tale quesito. Il quesito C era
: «Valutino i
consulenti se nel medesimo arco temporale» - quindi siamo nell'imme-
diato dopoguerra - «siano esistite in Italia reti clandestine di opposto se-
gno, politicamente legate al P.C
.I. e/o a centrali di intelligence del blocco
orientale» .

 

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T ARADASH. Questo riassume anche il quesito Ab.

PRESIDENTE. Sì, certo. La risposta della maggior parte dei collabo-
ratori è nel senso che al quesito si debba dare una risposta positiva
, anche
se mancano basi negli atti di indagine, nei documenti in possesso della
Commissione, per poter fondare su elementi concreti questa valutazione
che un poco però emerge dalla logica complessiva del periodo, almeno
nel senso che sicuramente il PCI ebbe un proprio apparato; un apparato
che originariamente è molto legato alla posizione dell' onorevole Secchia
e che - qui c'è un po' di non concordanza tra i vari collaboratori - len-
tamente si sarebbe andato assottigliando, sciogliendo, in epoche sempre
più vicine a noi
. La valutazione complessiva, però, dei collaboratori è
che questo apparato aveva sicuramente una funzione difensiva; non era
cioè un qualcosa che era pensato nella logica di poter provocare un sov-
vertimento, ma un qualcosa che era stato pensato nella logica di una pos-
sibile difesa, soprattutto dei dirigenti del PCI, o di sostituzione dei diri-
genti del PCI nell'ipotesi in cui ci fosse stato in Italia un sovvertimento
di segno opposto.

Su questo però do la parola al professor ilari, che potrà quindi unire
una sua valutazione sul punto alla richiesta che aveva formulato di inter-
venire su quello che fino adesso ha affermato il professor De Lutiis.

ILARI. Signor Presidente, vorrei precisare il senso del mio intervento.

Intervengo su quello che ha detto il professor De Lutiis soltanto perché
siamo entrati molto nel dettaglio e quindi abbiamo affrontato quello che
forse avevamo pensato di evitare, cioè una ricostruzione storica detta-
gliata; ovviamente le cose sono molto complicate.

Una prima osservazione da fare è la seguente: le organizzazioni clan-
destine esterne agli apparati di polizia o agli apparati di sicurezza o segreti
dello Stato sono sempre esistite. Sono esistite prima ancora dell'unità d'I
-
talia e sono state usate per realizzare l'unità d'Italia durante il Risorgi-
mento: le varie alleanze nazionali, le varie organizzazioni che hanno sov-
vertito i vecchi Stati preunitari erano pilotate e dirette da Torino, così
come in precedenza, all' epoca dell' invasione napoleonica, organizzazioni
giacobine e così via dicendo dipendevano da questi altri organismi. Questo
nella esperienza nazionale italiana, ma si tratta di una questione univer-
sale
. L'Italia ha poi utilizzato organizzazioni di questo tipo per destabiliz-
zare altri paesi: lo abbiamo fatto nei confronti del Regno dei Serbo-Croati-
Sloveni e poi della Jugoslavia, lo abbiamo fatto nei confronti dell
'impero
etiopico. Strutture clandestine o con livelli vari di ufficializzazione sono
sempre esistite, quindi non sono una novità.

Nel caso delle organizzazioni che sono state citate, bisogna differen-
ziare abbastanza le cose. Noi abbiamo varie organizzazioni - non soltanto
la Osoppo, ma anche la Divisione Gorizia e l'organizzazione Giglio che
opera a Trieste, come è evidente dal segno che ne individua la denomina-
zione - che sono organizzazioni armate clandestine dipendenti dal servizio
segreto italiano e che agiscono in nome e per conto dello Stato italiano
,

 

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nell'interesse nazionale, nei confronti di una situazione molto particolare
che è quella del confine orientale. Si tratta di questione estremamente
complessa che va esaminata nel suo sviluppo; addirittura dovremo esami-
narla partendo da prima della Prima Guerra mondiale, poi nella politica tra
le due guerre, poi in quanto è avvenuto nella Seconda Guerra Mondiale tra
il 1940 e il 1943 e in quello che è avvenuto durante la Resistenza. Se noi
non collochiamo l'analisi della questione in questo contesto è meglio che
non ne parliamo proprio, perché altrimenti non ne capiamo niente. L' orga-
nizzazione Osoppo non è costituita dalle formazioni Osoppo nate nel 1943
su un progetto politico abbastanza preciso, e cioè l'incontro tra una com-
ponente di giellini, «Giustizia e libertà», ed una componente cattolica ed
in particolare incentrata sull' organizzazione dei parroci. L'organizzazione
Osoppo riprende il nome della Osoppo, ma nasce dalla iniziativa di alcuni
ufficiali della Osoppo che provengono dall' esercito regolare e sono stati
protagonisti della Resistenza, i quali raccolgono l'eredità morale dei 17
partigiani osovani, incluso il fratello di Pier Paolo Pasolini, che furono bru-
talmente assassinati a Porzùs nel febbraio del 1945 da un commando di
partigiani «gappisti» - quindi non quelli che stavano normalmente in mon-
tagna, ma quelli di città - guidato da un certo Toffanin, con il nome di
battaglia di «Giacca», il quale - in una vicenda che poi fu oggetto di
un processo molto delicato e controverso, con sentenze varie compì
quel massacro perché quei 17 partigiani si opponevano alla slovenizza-
zione del territorio della Venezia (che arriva sostanzialmente fino al Na-
tisone), che era stata accettata dal Partito comunista e anche dallo stesso
Togliatti. Questa ormai è storia, sono fatti, sono cose provate, vi sono libri
su queste vicende, quindi non c'è bisogno di Commissioni, perché c'è
un'ampia storiografia su tali fatti.

Questa vicenda che evidentemente aveva esacerbato molto gli animi
e in cui le questioni ideologiche si scontravano con quelle nazionali ....
guardate, lì la Resistenza ... in tutte le altre parti d'Italia la Resistenza fu
anche un fenomeno regionale; in quella zona c'era da una parte la que-
stione morale - politica dell' antifascismo e dello scontro, della guerra ci-
vile tra fascisti e antifascisti - e dall'altra c'era anche una guerra nazio-
nale. Molti erano partigiani perché erano contrari ai tedeschi, di cui le for-
mazioni fasciste erano in quella zona sostanzialmente i Serbi dal punto di
vista dell'autonomia politica; e molti combattevano dalla parte dei fascisti
perché erano anti-slavi; così le stesse formazioni garibaldine, comuniste
ma non soltanto comuniste, perché tra i garibaldini era comunista la diri-
genza ma non erano comunisti i militanti. Anzi, i garibaldini erano tra i
partigiani quelli che cercavano di reclutare anche gli ex-fascisti, quelli
che si erano in qualche modo arresi o consegnati, ed hanno continuato
a farlo anche nel dopoguerra; abbiamo documenti che dimostrano come
un numero molto rilevante di ex-repubblichini apparteneva alle organizza-
zioni armate clandestine del partito comunista nel dopoguerra. Questo per-
ché l'idea di fondo delle fondazioni garibaldine era di combattere non una
guerra comunista,
bensì una guerra nazionale antifascista unitaria; questa
era l'ideologia di fondo, ideologia che poi rimane, e ci dovremo tornare

 

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per forza perché su questa, secondo me, c'è il nodo di interpretazione
della storia anche del terrorismo.

In questa vicenda le formazioni Osoppo furono costituite essenzial-
mente come forza di guerriglia per l'occupazione avanzata di parti del ter-
ritorio italiano che erano state cedute prima ancora del trattato di pace -
poi la cosa fu ratificata nel trattato di pace - in caso di guerra con la Ju-
goslavia, ed anche in caso di attacco praticamente da Est, perché la difesa
che doveva essere svolta doveva svolgersi possibilmente sul territorio iu
-
goslavo; anche perché una delle strutture difensive previste a quell'epoca
era l'impiego delle mine atomiche da demolizione, che dovevano essere
predisposte - erano una trentina circa - in fornelli di mina che dovevano
sbarrare i valichi principali possibilmente in territorio iugoslavo. Questa
era la ragione d'essere della cosa. Su questa vicenda e su quanto è acca-
duto lì
, occorrerebbe fare chiarezza una volta per tutte. In questo caso oc-
correrebbe però che anche i Governi facessero chiarezza perchè le posi-
zioni dei partiti politici e quindi dei Governi stessi sono variate moltissimo
sulla questione orientale.

Nel novembre del 1951 è stato stipulato un accordo militare segreto
tra l'Inghilterra e gli Stati Uniti, che disponevano di proprie truppe sia in
Austria che a Trieste e quindi avevano il problema del collegamento ter-
ritoriale - in linea d'aria ci sono settanta chilometri tra Trieste ed il con-
fine austriaco - e la Iugoslavia. Era un tentativo per realizzare il patto bal-
canico che poi non si fece. Tra l'altro il fallimento di questo progetto fu
determinato negli anni successivi dall'ingresso della Grecia e della Tur
-
chia nella Nato.

La posizione italiana fu spiazzata da questo fatto. Bisogna andarci
piano - questo lo sottolineo quando si parla del concetto di sovranità li-
mitata - perchè la risposta italiana fu durissima. Mettemmo in crisi il
primo comando militare integrato della Nato, quello della FTASE di Ve-
rona, perchè era accaduto questo fatto. Costituimmo il Nucleo Comando,
che poi divenne Comando, della Terza Armata a Padova e i comandi del
quarto e del quinto corpo d'armata a Bolzano e poi a Padova e Vittorio
Veneto per una ragione molto semplice, vale a dire per poter disporre
di un comando nazionale per impiegare in modo razionale le nostre Forze
armate
. Nel primo piano di riarmo dell'Italia questo, però, non era previ-
sto
. Le forze italiane dovevano dipendere direttamente da un generale ita-
liano ma appartenente alla catena di comando della Nato. Per poter usare
le nostre truppe in maniera autonoma dalla Nato e, possibilmente, anche
contro la Nato abbiamo costituito una serie di comandi nazionali, circo-
stanza sulla quale poi non si è enfatizzato troppo per ovvie ragioni.

MANCA In che anno?

ILARI. Questo avviene nel 1951. Tenete conto che la posizione del-
l
'Unione sovietica, contraria all'ammissione dell'Italia alle Nazioni Unite,
cambiò radicalmente per l'abiura di Tito, il suo passaggio nel campo av-
verso
. Sorse l'interesse dell'Unione sovietica ad aiutare l'Italia sulla que-

 

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stione di Trieste. Fu questo a determinare il cambiamento della linea po-
litica del partito comunista in Italia.

Quello che è successo dal 1952 al 1954, data del ricongiungimento,
con un tripudio popolare, della zona A di Trieste alla madrepatria - fatto
sul quale non credo dovrebbero esserci controversie perché si tratta di un
fatto evidente, specialmente in questo momento in cui si discute del valore
dell'unità nazionale -, credo possa ritenersi un fatto storico positivo. Que-
sto evento segnò profondamente le posizioni dei vari partiti politici. In
quel quadro le elezioni del 1953 segnarono un grande successo relativo
per le destre su posizioni nazionaliste, antiatlantiste, su posizioni di forte
polemica con gli alleati che non volevano riconoscere i nostri diritti e con
una posizione nazionale assunta dal Partito comunista italiano. Ci fu qual-
cosa di più
, vale a dire una spedizione clandestina di persone, tra cui lo
stesso Giacca, per assassinare Tito. Quelli che facevano parte di questa
spedizione
, tutti comunisti italiani, finirono in un lager dell' isola di
Brioni. Queste persone non fecero la suddetta spedizione per motivi pa-
triottici - forse anche per questo -, bensì sostanzialmente perché c
'era
uno
schieramento congiunto contro Tito e contro l'eresia titoista.

Le posizioni si invertirono. Esistevano dei gruppuscoli che prende-
vano il nome di «stella rossa» in cui erano coinvolti anche i famosi
«Cuc-
chi
» e «Magnani», detti anche «Magnacucchi». Queste formazioni, da
quanto risulta dalle informative, e quindi non si tratta di notizie che si
possono affermare con certezza, sembra che godessero dell
'appoggio degli
Stati Uniti e facevano propaganda anti-italiana, essendo al tempo stesso
gruppi comunisti dissidenti.

All'interno del territorio libero di Trieste si formò una polizia parti-
colare - è la famosa vicenda della «banda dei triestini» che fu tra l
'altro
utilizzata dallo stesso Tambroni - legatissima ovviamente all'amministra-
zione del territorio libero di Trieste che all'epoca era angloamericana.

Molto verosimilmente esisteva una Gladio americana e quindi la for-
mazione - questo non posso dirlo con certezza evidentemente ma tutto
sembra farlo pensare - di una Gladio nazionale, lungi dall'essere una
forma di subaltemità nei confronti degli Stati Uniti
, fu invece la riappro-
priazione della sovranità nazionale su un'organizzazione clandestina che
aveva la sua logica in quel territorio.

La difesa civile non è vero che non sia stata attuata perché la sinistra,
che non aveva la maggioranza, faceva fuoco e fiamme
. Nel clima dell'au-
tunno 1950-inverno 1951, tale questione non interessava a nessuno per
una ragione molto semplice. C'era il terrore della guerra imminente
,
coma ha ricordato anche il professor De Lutiis. C'era un clima spaventoso
su cui tutta la letteratura di quegli anni era ampiamente documentata
. La
ragione per cui non si fece fu invece perché il generale Cerica (l'uomo
che arrestò Mussolini e che fu nominato Comandante generale dell' Arma
dei carabinieri pochi giorni prima del 25 luglio - perchè il vecchio coman-
dante morì durante il bombardamento di Roma e quindi in una situazione
anche non del tutto priva di qualche ambiguità -, eletto poi senatore nella
Democrazia Cristiana ed esponente della destra democristiana - il cosid-

 

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detto gruppo dei «vespisti», della destra agraria e quindi certamente non
un uomo di sinistra) fece l
'opposizione contro questa legge, tra l'altro,
in maniera anche abbastanza strana. Risulta dagli atti parlamentari che
si presentò al Senato ed accusò Scelba
, che in quel momento aveva anche
proposto la legge che vietava la ricostituzione del Partito nazionale fasci-
sta, di aver finanziato il Movimento sociale e sottolineò che quelle infor-
mazioni le aveva avute dai carabinieri.

Tutto sembra delineare un'opposizione nei confronti della istituenda
difesa civile anche da parte dell' Arma dei carabinieri. Sapete chi era il
capo della difesa civile in pectore? L'uomo che era stato proposto per
il cosiddetto servizio antincendi di protezione civile, con sede alle Capan-
nelle, non era il generale Vittorio Sogno, ma il generale
Pièche, che poi fu
consulente dell'ufficio Affari riservati e che rimise in piedi tutte le sche-
dature.

PRESIDENTE. Nella mia proposta di relazione c'è una lunga nota di
relazione su questa figura.

ILARI. Questa era la ragione di fondo perchè evidentemente nessuno
aveva intenzione di creare una terza struttura oltre al Ministero dell
'in-
terno e all'Arma dei carabinieri.

PRESIDENTE. Non poteva esserci il solito e spesso ricorrente con-
trasto tra gli apparati militari e quindi tra questi carabinieri, che ambivano
ad essere il riferimento istituzionale di questo complesso di reti, che si op-
ponevano quindi al fatto di passare alle dipendenze del Ministero dell'in-
terno?

ILARI. È lo stesso contrasto che si verifica quando la «Osoppo» viene
sciolta e viene creata «Gladio». La Osoppo dipendeva dal Sifar, dall'Uf-
ficio monografie che poi era l'ufficio «O», anche se, ai fini operativi, in
realtà dipendeva dal quinto comando militare territoriale e, in particolare
,
dal deposito dell'ottavo reggimento alpini. Questo fatto, l'essere cinque-
mila - un numero poi ridotto -
, e l'avere un certo tipo di armamento de-
signa chiarissimamente qual era la loro funzione: operazioni offensive di
guerriglia da condursi in territorio jugoslavo e naturalmente anche di con-
troguerriglia in territorio italiano in caso vi fosse stata necessità.

PRESIDENTE. D'accordo, ma ora passiamo al PCI, professor Ilari.

ILARI. Prima però, signor Presidente, vorrei aggiungere un'altra os-
servazione: quando si tira in ballo la FIVL (Federazione Italiana Volontari
della Libertà), bisogna pensare che essa è nata da una scissione dell' ANPI
(cioè l'associazione partigiana, che era unitaria); la prima scissione ci fu il
14 aprile 1948, quindi quattro giorni prima delle elezioni.

PRESIDENTE. Non a caso.

 

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PRESIDENTE. Parleremo di tale questione in risposta al quesito Fb.

PADULO. Vorrei fornire precisazioni in ordine alla difesa civile che
fu costituita e fu effettivamente operante come risulta d
alle carte dell'ar-
ch
ivio centrale dello Stato presso il fondo della Presidenza del Consiglio
dei Min
istri. Vi è una lettera del generale Pieche del 1953 indirizzata al
capo di gab
inetto della Presidenza del Consiglio Bortolotti.

PRESIDENTE. Nel corso del dibattito presso la Camera dei Deputati
sul progetto di legge relativo alla difesa civile, Scelba affermò che in
so-
stanza la proposta normativa non faceva altro che legalizzare parzi
almente
uno
stato di fatto creatosi negli ultimi anni al fine di potenziare una
branca importante dell'attività
statale.

PADULO. Nella lettera del 1953, acquisita agli atti della Commis-
sione, il generale Pieche chiede per se stesso e per il suo vice il rilascio
di un libretto di libera circolazione
sui treni per le incombenze della difesa
ci
vile che opera in ambito Nato.

La proposta legislativa relativa all'organizzazione della difesa civile
non fu approvata
, ma la struttura si costituì ed operò di fatto senza una
copertura legale
. Ciò merita una riflessione, che spetta naturalmente ai
componenti della Commissione
, che ci riconduce, dal mio punto di vista,
a
lla teorizzazione di Fraenkel sullo stato discrezionale che, in questo caso,
non si rapporta alla volontà del capo ma al contesto specifico di cui ci
s
tiamo occupando.

Un secondo aspetto mi sembra pertinente rispetto ad un interesse
dell
a Commissione, che ho sempre percepito, relativo all'organizzazione
Osoppo e al suo raccordo con Gladio in cui ad un certo punto confluì
. En-
rico Mattei fu presidente della Federazione italiana volontari della libert
à.
E
siste un quindicinale, «Europa libera» organo della Federazione italiana
volontari della libertà, che, letto in controluce sulla base dei nomi degli
a
derenti negli anni dal 1958 al 1960, alla prima formalizzazione di Gladio,
s
ulla base delle carte in nostro possesso, è praticamente un giornale in fi-
ligrana. Per fare un esempio, il capo del circolo Bisagno della Federazione
it
aliana volontari della libertà, che muore in un incidente stradale nel
1964
, è anche capo del gruppo Gladio di Genova e Savona. Il quindicinale
è l
'organo legale e pubblico, ma letto sulla base delle carte di Gladio, die-
t
ro c'è questa sedimentazione. Al punto che appare sul giornale, che fa
direttamente capo a Taviani e Mattei, un articolo, quando il Governo
p
ensa di finanziare l' ANPI per un milione di lire, con una ferma presa
di po
sizione non firmata. Nell'articolo si dice che se si finanzia l'ANPI
pr
aticamente si esce fuori dal quadro occidentale. L'articolo è perentorio.

Enrico Mattei farà la fme che conosciamo, ma in realtà è uno degli
organizzatori di Gladio, che non credo sia nata per controassicurazione e
riappropriazione nazionale di una struttura di difesa
. Enrico Mattei, a leg-
gere in chiave biografica tutta questa vicenda, prima di scontrarsi con le
«sette sorelle» ha la piena fiducia degli americani nel senso che Rossi è

 

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un uomo di Taviani; quest'ultimo, Mattei e Rossi costituiscono questa
Gladio con aiuti finanziari americani. Ha detto Cossiga che i soldi per
comprare la base di Capo Marrargiu li hanno forniti gli americani.

Dicevano gli antichi che aes alienum certa servitus. Non voglio sot-
tolineare il concetto, perché è piuttosto chiaro. Sono fatti.

STANISCIA. Vorrei capire se gli interventi dei consulenti si basano
solo sui documenti acquisiti dalla nostra Commissione e dalle Commis-
sioni precedenti, oppure se si basano anche su ricerche di archivio o sulla
pubblicistica, su riviste, su giornali e su bibliografica pubblicata. Mi pare
che molto spesso non si indichino le fonti e si faccia riferimento a docu-
menti che sono presso la Commissione.

La seconda domanda. Le organizzazioni di diverso colore di cui
stiamo parlando erano difensive e
, al limite, per la difesa delle istituzioni
democratiche da una parte e dall' altra, oppure erano organizzazioni che
cercavano di non garantire la libertà e la dialettica politica e democratica?

PRESIDENTE. Da parte mia voglio solo dire che i quesiti facevano
riferimento alla documentazione acquisita agli atti della Commissione e
alle risultanze degli atti di inchiesta. Naturalmente un riferimento biblio-
grafico preciso ci è comunque utile, perché ci consente di andare a veri-
ficare l'attendibilità della fonte, anche se fa parte del sapere diffuso e non
degli atti allegati all'inchiesta della Commissione.

Durante l'intervento del professor Ilari, anche io mi chiedevo quanto
poi esplicitato dal senatore Staniscia. Professor Ilari potrebbe provare a
dare risposta al quesito C
. con una più precisa indicazione delle fonti?

ILARI.  La distinzione tra arma offensiva o difensiva è assolutamente
impossibile. È difensivo quel che ho io ed è offensivo quel che ha il ne-
mico: questa è l'unica definizione che lei troverà nei trattati e nei manuali
di strategia.

PRESIDENTE. La distinzione sta nel fatto di accettare o meno la re-
gola romana che chi «mena» per primo «mena» per tre. Se accetto questa
regola sono offensivo, se accetto di ricevere il primo schiaffo per poi ri-
spondere probabilmente sono difensivo.

Penso che questo sia il senso della domanda del senatore Staniscia.

ILARI. Nel negoziato sul disarmo quel che gli occidentali volevano
che i sovietici smantellassero era l'organizzazione difensiva, era la difesa
antiaerea, la difesa nucleare, perché loro ritenevano che possedere la ca-
pacità di sopravvivere al primo colpo nucleare significava disarmare l
'oc-
cidente
. Evidentemente il concetto dipende dai punti di vista.

Sicuramente avere rifugi antiatomici non è aggressivo, però nella lo-
gica nucleare lo può diventare.

Per quanto riguarda l'indicazione delle fonti, siamo all'inizio in que-
sta materia
, se vogliamo approfondire: è un lavoro tutto da svolgere. Bi-

 

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della Nato. La questione a mio avviso rilevante sotto il profilo giuridico è
quella della titolarità del segreto. Ci siamo trovati in una situazione molto
delicata in Italia perchè gli accordi Internazionali coperti da segreto deb-
bono essere rispettati da tutte le parti che li sottoscrivono. Se stipulo un
accordo con uno Stato mi sento danneggiato se l'altro Stato pubblica ....

PRESIDENTE. Non dispongo più della riservatezza.

ILARI. In termini giuridici lo Stato non rinuncia alla sua sovranità na-
zionale quindi può rivelare una certa informazione, ma poi ne paga le con-
seguenze. Si assume la responsabilità delle conseguenze giuridiche a li-
vello internazionale e non interno dell' eventuale difformit
à dall' accordo
preso
.

Tale questione fu oggetto di una specifica domanda del senatore An-
dreotti
. La decisione del Presidente del Consiglio, che era l'autorità nazio-
nale di sicurezza e quindi l'unica che poteva disporre del segreto di Stato,
di ritirare il segreto di Stato sulla vicenda in ottemperanza non tanto ad un
obbligo quanto ad un'esigenza politica generale che si era verificata nel
paese per l'asserito collegamento
....

Perché stiamo parlando di Gladio? Perché nel corso del 1990 si era
verificata un'ipotesi inquisitoria.

PRESIDENTE. Perché Casson ci stava arrivando.

ILARI. Perché l'ipotesi era precisa: l'esplosivo usato nella strage di
Peteano, una delle stragi di cui noi ci occupiamo, veniva da lì. Confesso
che nel libro che ho dedicato a queste vicende, un po' affrettatamente
scommisi che la prima Repubblica stava finendo, per cui lo intitolai «Sto-
ria militare della prima Repubblica». L'ho scritto nel 1993.

PRESIDENTE. Era già finita.

ILARI. Ma non tutti erano d'accordo su questo punto. Quello che
avrebbe dovuto essere il mio editore, Laterza, non era tanto d'accordo
al riguardo
. Il mio libro uscì il 27 marzo 1994, quindi non sapevo se
avevo azzeccato o no. In quel libro, e devo farne ammenda
, ho dato per
scontato che l'esplosivo di Peteano venisse dal Nasco. Invece poi, leg-
gendo gli atti di questa Commissione
- che, ahimé, ho letto più seriamente
quando ho fatto il collaboratore rispetto a quando ho fatto in qualche
modo il critico, e me ne scuso - ho appreso che è praticamente certo
che l
'esplosivo di Peteano non veniva dal Nasco.

Quindi, il collegamento attuale giustifica il fatto di avere scandagliato
in maniera così forte una struttura dello Stato, non clandestina ma segreta
,
e quindi avere in qualche modo compromesso un bene dello Stato, cioè il
segreto, per un altro bene, che è l'accertamento della verità ma che sol-
tanto in un caso, solo eccezionalmente in relazione alle stragi può essere
violato, perché non può essere violato come regola generale; non vi è as-

 

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solutamente una prevalenza del segreto istruttorio sul segreto di Stato per
l'esigenza di giustizia, in via generale questo non è stato assolutamente
affermato, potrebbe esserlo, ma non è stato fatto. Semmai il contrario.

In ogni caso, la rimozione del segreto di Stato su Gladio era giusti-
ficata da questo aggancio. Natur
almente le cose sono andate molto avanti
perché
su Gladio è emersa una tonnellata di roba, anche se non sono
emer
si i nomi di tutti i gladiatori. Alcuni dei collaboratori ritengono che
vi siano state delle alterazioni. Quindi, vi sono delle questioni ancora
sub iudice
, però è anche vero che noi disponiamo di una montagna di do-
cumenti su Gladio. Quanti poi di questi sono risultati effettivamente atti-
nenti
alla commissione di stragi? Direttamente mi sembra nessuno.

Invece, dal punto di vista della ricostruzione di un clima, certamente
per uno
storico questo è il migliore dei paesi possibili. È vero che, a dif-
ferenza degli altri paesi, non esiste un limite fisso; non è che la legge sia
etern
a sugli archivi militari: è illimitata ma può essere limitata. È vero che
fino ad ora sono stati ammessi alla consultazione soltanto gli atti fino al
1926, quindi fino a 72 anni fa. È vero che a tutt' oggi, ad esempio, non
cono
sciamo la lista dei confidenti dell'OVRA, anche se è un po' strano
visto che si riferisce ad un sistema passato
, però è ancora segreta perché
evidentemente riveste un qualche interesse
, potrebbero esservi dei nomi
s
trani, sgraditi. Tuttavia, è anche vero che la questione del segreto di Stato
è di un certo rilievo politico
sia interno che internazionale.

Il senatore Andreotti ha dato peraltro una risposta molto articolata.

Ora non sono in condizione di riassumerla, anche perché non l'ho più
mol
to presente. È comunque agli atti. Ricordo che ci ragionai a lungo.
Mi sembrò abbastanza ben articolata, non mi sembrò affatto un escamo-
tage,
una banalità: fu invece un ragionamento serio perché si riferiva ad
una que
stione seria, di fondo, che a mio avviso investiva una responsabi-
lità
non soltanto politica di un organo; sicuramente una responsabilità po-
l
itica, che può essere anche postuma (si può configurare tale responsabilità
anche quando uno non è più in carica, titolare di un ufficio), ma forse ve
n'è una anche di carattere giudiziario.

Comunque quella risposta è agli atti e quindi può essere valutata.

PRESIDENTE. Ma il senso sostanziale di quella risposta - vado a
memoria - era
: ne parlai anche perché non serviva più, cioè era una strut-
tura che
aveva un senso fino al 1989, ma che, con la caduta del Muro di
Berlino, sopravviveva alla sua funzione.

ILARI. Signor Presidente, non era lui comunque che poteva fare una
dichiarazione di questo tipo. Del resto, gli atti dei servizi segreti conti-
nuano ad essere coperti da segreto.

Noi abbiamo tutelato e continuiamo a tutelare gli informatori dell'O-
VRA
. I nomi dei gladiatori sono stati pubblicati.

 

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ad esempio, in certi momenti significa anche essere anticomunisti; ma si
tratta di priorità diverse. Così l'anticomunismo viene accettato dalla de-
stra, o meglio dai fascisti, dai neofascisti, che
è cosa diversa ...

PRESIDENTE. Diciamo dalla destra radicale.

ILARI. La forziamo: perché non si consideravano cosi. Michelini
stava fuori dell' MSI perché non era di destra e aveva tradito il fascismo.
Il MSI di Michelini era lo stragismo del ventennio; invece questi si senti-
vano gli eredi della Repubblica Sociale Italiana, erano repubblichini
. A un
certo punto accettano l'anticomunismo, non per essere legittimati - a dif-
ferenza dell'MSI che trae da questo una legittimazione parlamentare, an-
che se non piena e contestata duramente nel 1960 (non dimentichiamolo)
- ma perché in questo modo comunque si inseriscono in una internazio-
nale, trovano finanziamenti, spazio che cercano di sfruttare. Il loro obiet-
tivo, il loro nemico fondamentale è il sistema democristiano, che deve es-
sere abbattuto dai militari: l'idea del golpe c'era già in testa.

GIANNULI. Il mio giudizio è convergente con quello del professor
Ilari, con alcune aggiunte.

Vero è che Ordine Nuovo e Avanguardia Nazionale nascono su po-
sizioni estreme ideologizzate, questo però non significa che siano rimasti
sempre su certe posizioni. Abbiamo tutta la documentazione relativa ai
rapporti tra Aginter Press e Ordine Nuovo, mediati da Mortilla, dirigente
di Ordine Nuovo ma anche informatore (l'informatore Aristo) del Mini-
stero dell'interno, in cui si capisce molto bene lo slittamento di Ordine
Nuovo, probabilmente dovuto a valutazioni di natura opportunistica, di op-
portunità politica che si apriva. lo non credo che abbiano granché cam-
biato la propria filosofia politica: colgono semplicemente una opportunità
che gli si apre davanti e vi si inseriscono; qui c'entra quello che diceva
Ilari, la doppia strumentalizzazione per cui ciascuno pensa che poi alla
fine sarà lui a tirare le fila del gioco. In questo senso abbiamo dei docu-
menti per Ordine nuovo; per Avanguardia nazionale, per esempio, ab-
biamo il documento sequestrato a Enrico De Boccard sull 'Istituto Pollio,
dove c'è l'organigramma del Pollio, il Pollio al centro e tutte le organiz-
zazioni collegate, fra cui ... per la precisione lui scrive «Avanguardie na-
zionali», ma il riferimento ad Avanguardia Nazionale di Delle Chiaie
è
abbastanza trasparente. Quindi non mancano documenti per sostenere
tale tesi
.

Le precisazioni brevissime sono le seguenti: per quanto riguarda Gla-
dio, ritengo che la questione concernente la sua pretesa legalità o illegalità
sia definitivamente risolta almeno da tre considerazioni. In primo luogo,
dal 1956 al 1964, Gladio non è coperta dalla NATO perché entra in am-
bito NATO solo nel 1964 e quindi, almeno per gli otto anni precedenti,
non può essere invocato l'articolo 3 dell'accordo. In secondo luogo, ab-
biamo il giudizio, dato da questa stessa Commissione in precedenti occa-
sioni, sulla progressiva illegittimità costituzionale determinata dal venir

 

Senato della Repubblica

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Camera dei deputati

 

XIII LEGISLATURA - DISEGNI DI LEGGE E RELAZIONI - DOCUMENTI

meno delle ragioni di necessità che avrebbero dovuto in qualche modo
giustificare l'esistenza di Gladio e che invece, venendo meno, avrebbero
dovuto portare al suo scioglimento. Gladio invece rimaneva in piedi. In
terzo luogo, vorrei ricordare una sentenza del Tribunale di Roma secondo
cui Gladio è una «banda armata» fino al 1972, reato per il quale si è de-
ciso di non procedere solo per intervenuta prescrizione. Sotto questo
aspetto, quindi, direi che la questione è abbastanza definita
. Viceversa
sono d'accordo per quanto riguarda la sostanziale estraneità di Gladio
alla vicenda di Peteano anche dal punto di vista oggettivo dell' esplosivo
usato; anzi, abbiamo ottenuto la prova che quell'esplosivo aveva tutt'altra
provenienza e che anche uno dei postulati - che detonatori a strappo non
ce n
'erano - è annullato dal fatto che abbiamo un rapporto della questura
di Udine che ci dice che tre mesi prima a un gruppo di neofascisti erano
stati sequestrati 50 detonatori a strappo. Anche quest'altra faccenda,
quindi, direi che
è pacifica.

Ho delle perplessità sulla questione della Brigata d'Ardimento, ri-
spetto alla quale si può ipotizzare la rilevanza di argomentazioni di tipo
corporativo come la difesa del posto di lavoro dei generali; credo però
che non si possa ridurre tutto solo a questo. Ad esempio, l'indottrinamento
ideologico non era autoindottrinamento: a fare i corsi di formazione ideo
-
logica andava il maggiore Magi Braschi, inviato dallo Stato Maggiore.
Non erano loro che andavano a leggersi certi testi: Magi Braschi andò
al convegno dell'Istituto Pollio con tanto di autorizzazione del Capo di
Stato Maggiore Aloja, abbiamo i documenti, e quindi non
è esattamente
co
sì. Così come la campagna scandalistica sulla questione dei carri armati,
Leopard o M60, non è condotta solo tramite «Paese Sera» e «L'Unità», a
cui gli articoli vengono dati da Aloja
, ma anche tramite l'agenzia D, che è
1'agenzia stampa di estrema destra coordinata da Beltrametti e De Boc-
card, gli stessi che poi danno vita all'istituto Pollio, a conferma del rap-
porto stretto di cooperazione tra civili e militari realizzato dai militari
stessi
.

Ultima questione: per quanto riguarda il golpe De Lorenzo, condivido
il giudizio sulle responsabilità della Presidenza della Repubblica più che
del generale De Lorenzo in quel momento; esiste però un problema che
è rimasto largamente insoluto. Una parte della cultura giuridica e politica
italiana, infatti, ha sostenuto la possibilità di superamento dei vincoli co-
stituzionali quando si prospetti una situazione di emergenza e sia in peri-
colo la sovranità dell'ordinamento, concezione sostanzialmente schmid-
tiana che presuppone la possibilità di un sostanziale stato di assedio
.
Un'altra parte - e mi sembra che questa seconda posizione sia invece
maggioritaria nella dottrina - ritiene che ciò non sia possibile, per lo
meno stante l'attuale ordinamento costituzionale
.

PRESIDENTE. La ringrazio, professor Giannuli.

Onorevoli colleghi, mi sembra che il lavoro svolto questa sera dimo-
stri che, per lo meno per gli aspetti che abbiamo esaminato, rispetto allo
svolgimento dei fatti vi sia una sostanziale convergenza. Le valutazioni