CRONOLOGIA “CASO GLADIO”: fatti e misfatti!

 

  23/10/96


 

SENATO DELLA REPUBBLICA                   CAMERA DEI DEPUTATI

 

XIII LEGISLATURA - DISEGNI DI LEGGE E RELAZIONI · DOCUMENTI

2º SEDUTA

MERCOLEDÌ 23 OTTOBRE 1996

Presidenza del Presidente PELLEGRINO

La seduta ha inizio alle ore 20,20.

COMUNICAZIONI DEL PRESIDENTE

PRESIDENTE. Comunico che è in distribuzione l'elenco dei docu-
menti pervenuti dopo la ricostituzione della Commissione.

Comunico altresì che in data 23 ottobre 1996 il Presidente del Senato
ha chiamato a far parte della Commissione il senatore Angelo Staniscia
, in
sostituzione della senatrice Silvia Barbieri, dimissionaria. Il senatore Sta-
niscia è
con noi e gli do il benvenuto.

DIBATTITO SULLO STATO DELLE INCHIESTE, CON RIFERIMENTO ALL'IPOTESI DI
RELAZIONE CONCLUSIVA

PRESIDENTE. La seduta di questa sera è stata «funestata» da un in-
crocio dei lavori parlamentari del Senato, che sono terminati poco fa, e
dalla modifica dei lavori della Camera che è impegnata addirittura in
un voto di fiducia. Avremmo anche potuto sconvocare questa riunione,
ma dato il pochissimo tempo che abbiamo prima della scadenza del ter-
mine previsto dalla legge, dopo essermi sentito con i membri dell'Ufficio
di Presidenza, si
è concordato uno svolgimento diverso di questa riunione.
Farò una breve esposizione orale che non sarà una relazione, ma una serie
di
flash sulle ragioni che hanno spinto la Commissione nella scorsa legi-
slatura a mettere allo studio una relazione di sintesi e conclusiva su quelle
che possono essere considerate le linee portanti che ispirarono la proposta
di relazione, che fu in tale prospettiva redatta.

Di quel che dirò distribuiremo poi a tutti i colleghi, anche ai non pre-
senti, il resoconto stenografico, in maniera che dalla prossima seduta i
commissari e i Gruppi presenti in Commissione diventino i protagonisti
della vicenda, pronunciandosi innanzitutto sul destino della Commissione.
Pertanto vorrei che i Gruppi esprimessero con chiarezza se a loro giudizio
(che
è un giudizio ovviamente anche politico) la Commissione è, entro il

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31 dicembre, in condizione di chiudere in tutto o in parte i propri lavori e
se quindi si ritiene possibile che la Commissione rassegni, almeno per una
parte degli oggetti che le sono stati assegnati dalla legge, delle conclusioni
definitive (almeno nei limiti del significato di definitività che è proprio
delle conclusioni di Commissioni parlamentari d'inchiesta).

Dicevo nella seduta dell'altra volta che, se oggi dovessimo fare una
rivisitazione anche in sede di inchiesta parlamentare della
P2, probabil-
mente finiremmo per dire una serie di cose che sono in parte diverse da
quelle scritte nella relazione Anselmi, perché c'è stata una serie di nuove
acquisizioni, un processo si è celebrato (anche se non ancora interamente,
perché quel processo è ancora in corso). Quindi è evidente che quando
dico definitive lo dico come conclusione di un'inchiesta parlamentare
che non ha la sacralità del giudicato, ma semmai partecipa dell'intrinseca
possibilità di mutamento nel tempo di un giudizio politico e dello stesso
giudizio storico.

Pertanto vorrei che i Gruppi si pronunciassero su questo con chia-
rezza, e cioè se noi abbiamo la possibilità, almeno su una serie di punti,
di consegnare al Parlamento conclusioni definitive; occorre individuare
poi i punti su cui non siamo ancora in grado di farlo e per i quali neces-
sariamente è opportuno che continui un'attività di inchiesta parlamentare
da parte di una Commissione nuova.

Io escludo, almeno a mio parere, che la Commissione sia in condi-
zione di chiudere complessivamente tutte le inchieste che ha aperto. Ad
esempio, sulla vicenda di Ustica non siamo in condizioni di esprimere an-
cora un giudizio conclusivo, che vada al di là di quelli già espressi dalla
Commissione sotto la presidenza del senatore Gualtieri.

Un'ulteriore prospettiva potrebbe essere quella di dire che in realtà,
in tempi abbastanza brevi, su moltissimi oggetti di inchiesta potremo
avere una serie di novità importanti perché, per esempio, si chiuderanno
tutte le istruttorie fatte con il vecchio rito, non soltanto quella di Ustica,
e questo potrebbe consentirci, diciamo entro un altro anno, una rivisita-
zione complessiva di tutta la materia di cui la Commissione si è occupata
nelle scorse legislature. Si potrebbe allora chiedere una proroga, però
breve, per esempio di un anno, che avvenga nella logica di una proroga
in senso proprio, cioè con oggetti inalterati. Comunque questa non è
una decisione che può prendere la Commissione. La Commissione può
soltanto fare una valutazione complessiva dello stato delle inchieste. Sui
risultati del dibattito io poi riferirei ai Presidenti di Camera e Senato. Do-
vrebbero essere quindi le forze politiche a valutare i risultati del dibattito
in Commissione per assumere le iniziative parlamentari più opportune.

Detto questo, come avevo ricordato brevemente l'altra volta, per due
legislature la Commissione sotto la presidenza del senatore Gualtieri ha
proseguito nella logica delle inchieste separate, secondo le linee tracciate
da un'evoluzione normativa che ha finito nel tempo per ampliare gli og-
getti di inchiesta della Commissione. Non vorrei sbagliare, ma la Commis-
sione era già nata quando sorse il caso Gladio, che fu poi attribuito alla
competenza della Commissione stessa.

 

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Ad un certo momento, però, nasceva il problema di quale esito dare
ad una serie di relazioni che la Commissione aveva prodotto, che avevano
tutte la caratteristica di essere relazioni non definitive. Infatti, molte di
queste inchieste erano legate a vicende giudiziarie che sono ancora in
corso e che è difficile prevedere che possano approdare all'esito finale
del giudicato se non fra moltissimi anni, al di là di questa legislatura, pro-
babilmente della prossima.

Sorse quindi, all'interno prima dell'Ufficio di Presidenza e poi della
Commissione nella scorsa legislatura, la volontà di esplorare una strada
diversa e cioè di provare a fare dei vari oggetti di inchiesta un esame
complessivo, che tenesse conto soprattutto di un fatto: moltissime delle vi-
cende su cui la Commissione indagava avevano avuto uno svolgimento so-
stanzialmente contemporaneo, in un periodo che noi possiamo datare dalla
fine degli anni '60 (penso alla strage di piazza Fontana), alla strage del
treno 904, quindi al 1984. Terrorismo, parte centrale delle vicende Gladio,
stragi insolute, sono tutte vicende che si situano nello stesso ambito tem-
porale e quindi all'interno dello stesso contesto storico-politico che ha in-
teressato tragicamente il Paese. Questo perché già in relazioni precedenti e
ancor più nel dibattito svoltosi in Commissione, vi erano numerosi spunti
che dimostravano come i singoli oggetti di inchiesta tendevano ad illumi-
narsi l'uno con l'altro e che mettendo insieme tessere che, considerate una
per una, non davano un risultato chiaro, le stesse, ove inserite nella logica
di un esame complessivo, consentivano perlomeno il delinearsi per grandi
lineee di uno schema abbastanza preciso. Questa prospettiva di lavoro fu
esplorata con la nomina di uno staff di consulenti che hanno lavorato in
sinergia; è stata poi esplorata ulteriormente con una serie di atti di inchie-
sta specifici, che però obbedivano sempre a questa prospettiva di insieme.

Il risultato di questo lungo lavoro è stato la proposta di relazione che
il Presidente, su incarico della Commissione, ha redatto alla fine della
scorsa legislatura. Mi auguro che voi l'abbiate già letta.

Lo schema di insieme mi sembra abbastanza chiaro. Tutte le vicende
che fanno parte di quel periodo difficile della storia del Paese - si è par-
lato a proposito di «notte della Repubblica» - non sono facilmente com-
prensibili se non tenendo conto della particolare situazione interna e inter-
nazionale che ha caratterizzato la storia d'Italia. Voglio dire subito che
questo non è un tentativo di trovare a tutti i costi delle giustificazioni o
di escludere che ci siano state delle responsabilità di tipo politico, oltre
alle evidenti responsabilità penali, ma è un modo per cercare anzitutto
di capire perché molti fatti, secondo me, non sono comprensibili se non
proiettati nella dimensione di una situazione internazionale, che natural-
mente risale ad un' epoca anteriore a quella degli eventi di cui parlavo
prima
, e cioè all'immediato dopoguerra. Occorre infatti risalire all'imme-
diato dopoguerra, in un momento in cui il mondo andava dividendosi in
due. Come emerge ormai da basi documentali abbastanza precise, alcune
delle quali acquisite dalla Commissione nella scorsa legislatura, quando
effettivamente abbiamo avuto dal Mi
nistero dell'interno una collabora-
zione che ha consentito a nostri consulenti di accedere ad archivi riservati,

 

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in questo periodo si sono costituite una serie di strutture, a vertice militare
ma a base civile, che in qualche modo possiamo considerare l'albero ge-
nealogico di Gladio. Della realtà storica di questi episodi non si può du-
bitare
, perché sono ormai in gran parte documentalmente provati.

Il caso più eclatante è quello della divisione Osoppo, che poi conflui-
sce addirittura in Gladio
, sia pure probabilmente in maniera parziale. Le
finalità di queste strutture erano chiare nella loro duplicità. Avevano un
fine che era quello dello «stare indietro»; cioè nell'ipotesi di una probabile
invasione da Est del territorio nazionale queste strutture si sarebbero do-
vute attivare con compiti di controinsorgenza, di
intelligence e di organiz-
zazione di una resistenza alle spalle dell' esercito invasore. Ma, nella lo-
gica del mondo diviso in due, avevano anche una chiara e abbastanza do-
cumentata finalità di contrasto interno all'espansionismo del Partito comu-
nista. In una situazione che secondo me va valutata storicamente per
quello che era e cioè, almeno fino all' attentato Pallante
, una situazione
di potenziale guerra civile. Infatti, probabilmente solo con l'attentato Pal-
lante all'interno dell'allora Partito comunista si attiva un confronto poli-
tico
, anche alto ed aspro in sé, e probabilmente soltanto da quel momento
in poi quella parte del Pci che non aveva ancora fino in fondo introitato
gli istituti e i valori della democrazia parlamentare finisce per diventare
recessiva. Queste strutture, questo albero genealogico di Gladio
, conti-
nuano a segnare praticamente tutta la vita della nostra Repubblica fino al-
l'esplodere del caso Gladio. La loro storia, però, è stata a mio avviso
, al-
meno fino alla fine degli anni ' 60 quella di una sostanziale potenzialità
operativa. Cioè, queste strutture erano pronte ad entrare in azione. Ave-
vano ovviamente una loro vita, però non risulta che si siano mai effettiva-
mente attivate sia perché non c'è stata un'invasione dell'esercito straniero
sia perché anche la situazione politica italiana di quegli anni non determi-
nava allarmi democratici che giustificassero l'entrata in attività di queste
strutture. Ciò però non significa che non abbiano influito sulla storia del
paese. A mio avviso
, tutte le vicende del generale De Lorenzo e del Piano
Solo sono esemplari in questo senso
. La struttura non si attiva ma la sua
presenza
, il fatto stesso che ci fosse, influisce in qualche modo sulla vita
delle istituzioni. Cioè
, quella crisi politica del 1964 si conclude in un certo
modo perché questa potenzialità operativa finisce comunque per essere
percepita ed avvertita. Quindi, non si attiva ma incide.

È evidente che in questo tipo di ricostruzione la proposta di relazione
utilizza una serie di categorie che fanno ormai parte
del bagaglio culturale
della storiografia contemporanea. Penso alla categoria del doppio Stato o a
quella della sovranità limitata. Cioè, tutte queste categorie con cui chi in-
daga sulla storia recente del mondo tenta di spiegare la complessiva feno-
menologia di un mondo che viveva diviso in due, sotto l'influsso di due
imperi diversi e dove probabilmente una serie di fenomeni si replicavano
da una parte e dall' altra della cortina di ferro. Penso ad esempio al grande
sviluppo dei servizi segreti e degli apparati di sicurezza, alla forte autono-
mia anche politica che gli apparati di sicurezza hanno avuto e quindi alla
capacità di questi di finire per svolgere alla fine una politica propria.

 

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Penso che questa sia stata una caratteristica non solo del blocco occiden-
tale, ma che fenomeni dello stesso tipo si sono verificati anche dall' altra
parte. Certo, nel dare come è nostro dovere un giudizio, noi dobbiamo am-
mettere che alcuni fenomeni che si sono verificati anche in altri paesi di
democrazia occidentale, nel nostro paese hanno avuto un carattere più in-
tenso. Penso, ad esempio, al problema del limite della sovranità, al pro-
blema della sostanziale indipendenza degli apparati di sicurezza. Questi
che possono essere stati per larghe linee fenomeni non solo italiani, hanno
avuto nel nostro paese indubbiamente un' accentuazione maggiore.

Questo richiama il problema delle responsabilità politiche. Vorrei
dire sul punto che la relazione è scritta in modo da aprirsi ai contributi
che verranno da parte della Commissione. Non volevo precostituire una
posizione netta, cioè esprimere già un giudizio definitivo rispetto al quale
la Commissione era poi tenuta a dialettizzarsi
. Ma nel momento in cui ho
detto che il profilo della responsabilità politica in qualche modo si stem-
pera nella prospettiva di un giudizio storico non intendevo ovviamente con
questo escludere il profilo della responsabilità politica. Volevo soltanto
dire che ad un giudizio di responsabilità politica che segue a tanta distanza
di anni dal fatto fonte della responsabilità medesima, è difficile far seguire
l'aspetto della sanzione politica, tipico di ogni giudizio di responsabilità.
Attribuire la responsabilità politica ad un Ministro significa, innanzi tutto,
chiederne le dimissioni o sfiduciarlo se è ancora in carica; se non lo è,
significa esprimere un giudizio di responsabilità politica sul Gruppo o
sul partito cui egli appartiene.

Ma rispetto a fatti degli anni '60, quali sarebbero gli aspetti sanzio-
natori del giudizio di responsabilità politica? E non perché le responsabi-
lità politiche non ci siano state (poi farò alcuni esempi), ma perché oggi
possono essere soltanto affermate, ma non più sanzionate.

Per riprendere il mio excursus, vi è quindi questo sistema di strutture
clandestine che precede Gladio e in parte vi confluisce, ma in parte con
ogni probabilità continua ad esistere al di fuori di Gladio: penso alle re-
centi indagini sui Nuclei per la difesa dello Stato, struttura che ormai pos-
siamo affermare essere esistita e che aveva dimensioni enormemente più
ampie della stessa Gladio. Su quest'ultima, poi, anche i recenti risultati
dell' istruttoria in corso da parte della Procura di Roma, che hanno portato
ad un limitato rinvio a giudizio, mi sembra combacino perfettamente, con-
fermino il giudizio che questa proposta di relazione dà, recuperando peral-
tro in pieno il giudizio che in due precedenti relazioni aveva dato la Com-
missione sotto la presidenza del senatore Gualtieri. Questa idea di una
Gladio che progressivamente nel tempo si allontana sempre più da un pa-
rametro di legittimità (tanto che con espressione innovativa nelle relazioni
Gualtieri si parlava di una «illegittimità costituzionale progressiva») mi
sembra sia condivisa dalla Procura di Roma che giunge allo stesso tipo
di risultato, anche nei limiti in cui ritiene di non poter più tradurre in re-
sponsabilità penali questa illegittimità costituzionale, anzi questo scarto
progressivo da un parametro di legittimità che anche in sede giudiziaria
è emerso con chiarezza. Non spetta certo a noi domandarci se quella va-

 

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lutazione di rilevanza penale sia giusta o meno, perché questo è un ambito
proprio della magistratura; ma dobbiamo prendere atto che c'è una coin-
cidenza di valutazioni tra quello che la Commissione ha già indicato nelle
due relazioni Gualtieri (e indica ora nella parte della proposta di relazione
che è relativa a Gladio), e le conclusioni, anche se non definitive, matu-
rate in sede giudiziaria.

Durante gli anni '60, però, due sono i fatti che mi sembrano merite-
voli di essere sottolineati e che secondo me possono affermarsi in termini
di tranquillante certezza. Il primo è che questo tipo di struttura viene pro-
gressivamente ad essere innervata da elementi appartenenti all'area poli-
tica della destra radicale. Il secondo è che, mano a mano che una serie
di tensioni sociali cresceva nel Paese, la tendenza di questo sistema a pas-
sare ad una fase operativa si accentua. Ci è sembrato (uso il plurale perché
ovviamente il lavoro di stesura della relazione l' ho fatto avvalendomi
della collaborazione dello staff di consulenti) che il punto nodale di questa
fase sia da individuare nel convegno che si tenne a Roma nell'hotel Parco
dei Principi nel maggio del 1965, organizzato dall 'Istituto Pollio, che era
un istituto di cultura storico-militare, espressione di ambienti ai massimi
vertici delle Forze armate. Oggetto di questo convegno organizzato dall'I-
stituto Pollio era la «guerra rivoluzionaria»: il presupposto del convegno
era che nel mondo si stesse combattendo una guerra non convenzionale,
che il nemico da battere fosse il comunismo e che bisognasse in qualche
modo organizzare una strategia di contrasto contro l'offensiva rivoluziona-
ria già in corso.

Al convegno partecipano i vertici militari ed ambienti politici non
esclusivamente di destra, questo va sottolineato: ci sono esponenti di
quella che oggi chiameremmo un'area di centro. Però vi partecipano an-
che Rauti, Giannettini, Merlino, Delle Chiaie, cioè molti di quelli che sa-
ranno i protagonisti foschi della stagione successiva. Se si analizzano gli
atti di quel convegno, che sono pubblici (c'è un libro che per un certo pe-
riodo si poteva trovare nelle librerie e che oggi si può trovare nelle biblio-
teche), si scopre che viene in gran parte ipotizzato e descritto quello che
sarà lo scenario del decennio successivo.

Ho voluto fare questo esempio per richiamare il discorso delle re-
sponsabilità politiche. Certamente noi non possiamo pensare che un fatto
di questo genere, che non era clandestino o occulto, ma che apparteneva
alla storia visibile del Paese, non sia stato percepito dal vertice politico,
dal Presidente del Consiglio, dal Ministro della difesa, dal Ministro del-
l'interno. Era un fatto ufficiale e, poiché la responsabilità politica è sotto
molti profili di tipo obiettivo, non c'è dubbio che per essere restati inerti
di fronte ad un fatto indubbiamente allarmante, una responsabilità dei ver-
tici politici di allora va riconosciuta. Ma Presidente del Consiglio era l
'o-
norevole Moro; ministro dell'interno era l'onorevole Taviani; ministro
della difesa era l'onorevole Andreotti: affermarne la responsabilità politica
è dovuto, ma porsi il problema della difficoltà di tradurre questo giudizio
di responsabilità in una sanzione politica mi sembra altrettanto doveroso.