CRONOLOGIA “CASO GLADIO”: fatti e misfatti!

    23/05/91                                Commissione Stragi - Interventi sulla prerelazione Gualtieri
 

 SENATO DELLA REPUBBLICA

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CAMERA DEI DEPUTATI

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X LEGISLATURA - DISEGNI DI LEGGE E RELAZIONI - DOCUMENTI

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Interventi e dichiarazioni di voto svolti nella seduta
del 20 giugno 1991 (85a)

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SINESIO. Onorevole Presidente, onorevoli colleghi, è la prima volta che parlo in questa nobilissima Commissione. Nel corso dei lavori sono stato quasi un astante: avendo dovuto sostituire il collega, onorevole Paganelli, non ho potuto seguire fin dall'inizio l'attività.

Debbo dire tuttavia che le mie impressioni sui lavori della Commissione sono totalmente negative; lo dico per la mia esperienza di parlamentare, esperienza segnata piuttosto dalla età che dalla mia capacità.

Nel prendere la parola nel dibattito devo anteporre una premessa, signor Presidente. In questa sede non intendo riaffermare argomenta­zioni esposte chiaramente dai colleghi del mio Gruppo che sono intervenuti, mi preme piuttosto sottolineare alcuni dati squisitamente politici.

Il primo dato che emerge con forza è che da più parti abbiamo riscontrato atteggiamenti protesi nella ricerca di interpretazioni di parte, interpretazioni che non hanno aiutato l'instaurarsi di un dialogo positivo e costruttivo all'interno della Commissione. Talvolta mi è sembrato di trovarmi in un'accademia, un'accademia anche rissosa, la quale ricercava la preistoria e i suoi abitanti.

Spiace dirlo, caro Presidente, ma a questo risultato si è pervenuti anche per l'atteggiamento complessivo, per la sua azione nella conduzione dei lavori. Il presidente Gualtieri, infatti, nella sua relazione non si è attenuto agli elementi acquisiti ed ha anch'esso cercato l'arca dei misteri; purtroppo, ahimé, misteri tutti democristiani, ricercati tutti in un'unica direzione: è come se ciò che è accaduto allora e ciò che accade oggi sia il frutto di un'azione di parte certa, e ci sembra quasi confermato il pregiudizio che se ci sono golpisti nel nostro paese, li troviamo sempre tra i cattolici impegnati nella vita politica.

L'impostazione della sua relazione, Presidente, è apparsa priva di un quadro di riferimento storico complessivo che consenta la ricerca della verità; ma non una verità qualsiasi, una verità di comodo: troppo spesso abbiamo dovuto rilevare che molti colleghi si sono avventurati in ipotesi, illazioni, supposizioni non suffragate da fatti. In tal modo si è finito per annullare il quadro di riferimento storico che, a mio giudizio, non può essere estrapolato a fronte di fatti chiarissimi ed evidentissimi. Si è finito per dimenticare il clima di quella fase storica, una fase che per la mia tarda età e per le mie legislature posso dire di aver vissuto quasi completamente: la politica dei blocchi, le alleanze, il Patto atlantico. Non era una contrapposizione al nulla; era una contrapposi­zione a fatti reali, che esistevano. Lo diciamo non soltanto per le dichiarazioni certamente valide e importanti che ha reso ieri qui il presidente Taviani, ma soprattutto perché abbiamo vissuto quel periodo e perché abbiamo sperato non soltanto per noi, ma anche per voi e per gli altri che oggi ritengono di poterci accusare e di poterci mettere sul banco degli accusati.

Se non si pone l'accento su questo aspetto, Presidente, i fatti stanno fuori della cornice storica: sarebbe come voler dare un giudizio su ciò

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che è accaduto a Cesare alle Idi di marzo, senza tener conto della storia, della cornice temporale e dei fatto che Cesare voleva diventare anche re. Si tende cosi a far diventare verità ciò che in definitiva non può che rimanere convinzione e opinione personale di qualcuno, nulla più di tanto. Né si può accettare che qualcuno pretenda di imporre la propria verità. Noi non pretendiamo di essere i detentori del verbo assoluto, anche noi abbiamo senz'altro commesso degli errori, esigiamo però che neppure gli altri pretendano di possedere la verità. Ed a tale proposito il mio pensiero corre a Luigi Pirandello, mio conterraneo, ed alla sua concezione delle ragioni degli altri.

BOATO. Scusi onorevole Sinesio, ma l'indagine riguarda Gladio, non la Democrazia Cristiana.

SINESIO. Ma vediamo quali sono le ragioni che portano a condannare tutto e tutti. Alla luce degli elementi acquisiti può rimanere a sostenere l'illegittimità di Gladio solo chi ricerca non la verità, ma la battaglia contro questo libero Stato democratico; oppure chi è alla ricerca di nuovi equilibri e spazi politici, che noi però desidereremmo venissero nel clima di libertà ed in funzione del miglioramento della società che abbiamo in atto; oppure chi in questi mesi ha alimentato una dura campagna contro uomini e istituzioni, cercando di coniugare impossibili equazioni, dando in definitiva spazio e fiato alla dietrologia. Sono altre le ragioni che presto ci dovranno unire per migliorare questa società che non può essere abbandonata all'arbitrio del mercato selvaggio e dei forti contro i deboli.

Ci siamo attestati fra quelli che fanno della prudenza una virtù, senza avventurarci in giudizi pericolosi. La questione Gladio in questi mesi è stata utilizzata per fini diversi, facendo prevalere gli interessi politici di parte. Abbiamo cercato di compiere uno sforzo al fine di pervenire a maggiori conoscenze ed alla verità; che però va ricercata nei Eatti, nessuno può tentare di importa attraverso deviazioni di sentieri.

A questo compito purtroppo talvolta non è sfuggito - perché non dirlo? - anche il nostro amabile e indubbiamente generoso Presidente. A tale proposito non possiamo non aggiungere che spesso abbiamo guardato con disagio al ruolo del presidente Gualtieri, il quale ha tentato di rivestire impropriamente i panni del pubblico ministero e non quelli di un giudice imparziale cosi come sarebbe stato richiesto, non sollecitato, ma imposto dalla sua funzione; un giudice imparziale che non deve assumere posizioni preconcette: la direzione di una Commis­sione così delicata avrebbe richiesto maggiore prudenza e maggiore equilibrio politico.

Gladio nasce in un'area di confine a rischio grave come quella del Friuli e questo non si può dimenticare. Abbiamo invece riscontrato riaffiorare la cultura del sospetto, ma la storia fa verità dei fatti. È sin troppo facile lanciare cortine fumogene o ombre sulla storia democrati­ca dal dopoguerra ad oggi. La sconfitta del comunismo è avvenuta nel paese attraverso libere elezioni democratiche: altro che sospetti sulle strutture!

Non si è offerto un quadro storico realistico dei fatti, anche di quelli che in molti casi non appartengono a chi ha avuto l'onere e

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l'onore di portare avanti il paese» ma sono attribuibili a personaggi che in molti frangenti possono avere sconfinato rispetto ai propri compiti o che non hanno niente a che vedere con le persone preposte al bene comune, chiamate a gestire le istituzioni democratiche. Il quadro storico in particolare non è stato fornito a proposito dei rapporti tra Est e Ovest» laddove il peculiare caso italiano riscontra la presenza di un Partito comunista, che è stato di matrice stalinista fino a poco tempo fa; un Partito comunista che qualche giorno fa ho visto con piacere condannare anche dai suoi stessi figli e non da noi che già da tempo avevamo detto che un regime comunista in Italia avrebbe avuto soltanto prospettive non democratiche, Basta ricordare che anche nell'era berlingueriana, che a noi possibilisti sembrò un momento di svolta - perché non riconoscerlo? Io ero tra questi - il Partito comunista non rinunciò all'occupazione delle fabbriche nel momento in cui non mancava nel paese il terreno fertile per il terro­rismo delle brigate rosse, come abbiamo sentito anche dalle dichiara­zioni di ieri.

Questa è la storia recente del paese. Si finisce per dimenticare pezzi di storia internazionale come quelli derivanti dal clima della guerra fredda, dal soffocamento della libertà nei paesi dell'Est con l'occupazio­ne di Praga e la repressione di Budapest. Mi meraviglio che persone che hanno speso la parte migliore dei propri anni nelle aule parlamentari non siano realisticamente preparate ad affrontare temi cosi complessi nel modo più corretto, senza cadere in una dietrologia che spesso è il risultato di analisi né prudenti, né rispondenti alla realtà dei periodi studiati.

L'analisi della politica dell'Est è essenziale per capire il ruolo della struttura Gladio» che doveva difenderci da pericoli di invasione reali e non da altri obiettivi. Il tentativo di non approfondire l'organizzazione che è stata chiamata «Gladio rossa», quella si non difensiva, ha impedito di ricostruire il clima di quei tempi. Quell'organizzazione non va confusa con una struttura difensiva come la Gladio, in quanto aveva compiti di supporto di genere certamente diverso, di appoggio dell'invasione straniera. Non nego che a quell'epoca persone come me, che ero appena tornato dal fronte russo erano in condizione, erano preparate ad affrontare lo scontro sulle piazze. Ma posso anche dire per la mia esperienza nella CGIL fino al 1947 (ne uscii dopo il congresso di Firenze) che nelle cellule questa organizzazione esisteva. In ogni caso non siamo riusciti ad accertare la reale portata di questo pericolo di sovversione interna.

Si è cercato, onorevoli colleghi, di mettere in dubbio l'inquadramento interno dell'organizzazione NATO, quando si trattava di intese strettamente operative che il Parlamento aveva già autorizzato con la ratifica del Patto. È evidente la confusione che si è cercato di imbastire, ma a quale scopo, per quali fini? Non capisco questi giudizi a posteriori di una realtà che poteva vederci finire come l'Albania o la Jugoslavia e che invece ha fatto di noi uno dei paesi più avanzati del mondo. Questa è storia per i libri; può essere l'occasione per qualcuno dei nostri colleghi di esibire la propria intelligenza, il proprio acume, la propria sottigliezza per appurare non si sa bene quale condizionamento della vita del paese.

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La costituzione di organismi in sede di Alleanza atlantica di coordinamento delle iniziative nazionali toglie ogni dubbio che queste siano state approvate dall'Alleanza stessa.

Si è tentato anche di stabilire una connessione con il piano Solo, quello che noi chiamammo «piano sole» perché se ne ebbe notizia ad agosto e dette alla testa a molti, Si è tentata una connessione con un tentativo prodotto solo dall'albagia o dalla pazzia di un generale: Tra l'altro, io ero amico del generale Manes e quindi ho vissuto anche questa situazione: solo a causa della morte delle persone in questione non mi permetto di fare dichiarazioni ben precise su quegli avvenimenti. Non c'era alcuna connessione tra l'operazione Gladio e il piano Solo, un tentativo, ripeto, dovuto solo all'albagia o alla pazzia di un generale, ai desiderio di far intravedere quello che non esisteva: sono sempre esistite persone che hanno cercato di vendere fumo approfittando delle proprie cariche per pretendere medaglie che ceno non sono quelle di una guerra guerreggiata.

Del resto, la viva testimonianza del senatore Alessi ha sgombrato non solo sul terreno politico ma anche su quello giudiziario ogni dubbio, demolendo le falsità che erano state artatamen­te costruite da chi cercava di inquinare ogni verità, anche in questa Commissione, presidente Gualtieri, attraverso domande equivoche e sfruttando elementi labili. Questi elementi sono stati messi in connessione: si è accostato un piano di ordine pubblico con una pianificazione connessa alla difesa del territorio nazionale. Basterebbe leggere gli atti parlamentari della Commissione Alessi per comprendere l'analisi rigorosa che ha guidato i suoi penetranti lavori, che ha portato ad unanimi riconoscimenti e che ha reso giustizia non solo al presidente Alessi ma anche a chi, attraverso lui, si voleva colpire, una persona che ha dovuto attaccare per potersi difendere. Nella vita democratica del nostro paese solo attaccando ci si può difendere ormai.

Ribadiamo il convincimento della legittimità della struttura cui non possono essere addebitate devianze che, semmai fossero appurate, apparterrebbero alla responsabilità dei singoli, di persone malate di mente; malate come coloro che tentano di mettere in connessione episodi del tutto slegati.

Resta un giudizio critico e negativo sulla conduzione dei lavori di questa Commissione. Personalmente ho assistito con grande pena a queste sedute. I miei quarantanni di esperienza parlamentare sono stati polverizzati in questi mesi ed è per questo che preannuncio le mie dimissioni. Una conduzione come quella cui abbiamo assistito non da garanzia di poter partecipare alle sedute senza subire sorrisetti, senza interruzioni tendenti a volte a stigmatizzare o deviare completamente i concetti espressi. In questa Commissione non si può arrivare ad una verità con la serenità di giudizio necessaria, abbandonando un clima di sospetto che ritenevamo appartenere ormai al passato. Chi come me, senatore Gualtieri, ha vissuto l'esperienza di dover dormire fuori casa in una notte di un anno non lontanissimo sa cosa significava essere parlamentare in certi periodi e rischiare di essere arrestati.

GRANELLI. Erano proprio gli anni del piano Solo.

SINESIO. Ho già detto che quello fu il tentativo di persone che

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avevano deciso di compiere alti del tutto avulsi dalla realtà di quei tempi.

GRANELLI. Persone che poi sono state promosse.

SINESIO. Io non ho promosso nessuno.

Noi talvolta, caro Luigi, dobbiamo assumerci le nostre responsabili­tà di essere anche una mediazione, un congiungimento su fatti non esistiti e fatti esistiti, dobbiamo trovare il punto di fusione - vorrei usare un termine molto bello - l'eutectico di questo incontro, ma non possiamo, al di fuori di ogni logica mettere persone sul banco degli accusati proprio per quello che hanno saputo dimostrare nel paese.

Dobbiamo arrivare verso l'approdo di verità con una serenità di giudizio e non di sospetto e appartiene ai passato una cultura ormai sepolta non solo da noi ma per i fatti che sono accaduti. Nemmeno la caduta del muro di Berlino è servita a farci guardare alle cose con quel senso realistico che avremmo dovuto avere e che invece qualche volta emerge con forza quasi a significare che si possono cambiare le ricette ma non le ideologie.

Ho ribadito, mi scusi, signor Presidente, con foga queste mie poche parole per dire che sono sconcertato e che le questioni che abbiamo dibattuto non sono le linee per le quali questa Commissione è stata istituita e per cui avrebbe dovuto trovare una soluzione. Certo esprimo - e lo ribadisco - un giudizio estremamente critico e negativo per certe cose ma con questo non posso condannare, come non posso assolvere, coloro i quali oggi fanno di un problema,che non ha significato niente, un grande gigante, un colosso, un fantasma che non esiste e che noi non vogliamo.

BATTELLO. Signor Presidente, farò un breve intervento, innanzitut­to per dichiarare di condividere l'impostazione che lei ha dato al documento al nostro esame e condividere quindi la decisione di trasmetterlo quanto prima, in quanto prerelazione, in quanto enuncia­zione di fatti, al Parlamento.

Condivido questo documento anche con specifico riferimento alla parte del documento che più conosco, ed è la parte dell'indagine che più ha sollecitato il mio interesse anche per quanto si riferisce alle possibili connessioni tra le vicende del cosiddetto Sid parallelo, l'operazione Gladio e la strage di Peteano della quale ci stiamo occupando in sede di accertamento delle cause che finora hanno impedito l'individuazione dei responsabili delle stragi.

La parte che nella relazione riguarda le possibili connessioni fra Gladio e strage di Peteano si riferisce, come è noto, al rinvenimento effettuato vicino ad Aurisina in due circostanze, 24 febbraio e 3 marzo 1972, di materiale costituito da armi, munizioni ed istruzioni che in qualche modo sono riferibili ad uno dei Nasco costituiti in precedenza. È esatto ciò che si dice nella relazione per ciò che riguarda il collegamento tra Nasco 203 e le vicende di questi due rinvenimenti effettuati - questo è molto importante ed è bene enunciato nella relazione - in epoca immediatamente precedente al 31 maggio, data della strage di Peteano.

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È evidenziata nella relazione, ed è perciò che condivido questo enunciato, anche la circostanza che comunque risulta esserci stato depistaggio nella misura in cui pacificamente risulta che in relazione a questi due rinvenimenti del 24 febbraio e dei 3 marzo ci fu un rapporto dei Carabinieri falsificato in quanto non riproducete esattamente le circostanze dei due rinvenimenti e la natura dei medesimi.

Siccome si tratta di una prerelazione e siccome sulla base di questa enunciazione la Commissione dovrà ulteriormente indagare nell'ambito delle sue competenze che, ripeto, sono quelle dell'accertamento delle ragioni per le quali non è stato finora possibile individuare i responsabili delle stragi, è evidente che questi enunciati costituiscono punto di riferimento molto importante per l'ulteriore espletamento dei nostri lavori e da questo punto di vista questi enunciati vanno assolutamente condivisi.

Detto questo ed espressa la mia adesione alla prerelazione con specifico riferimento altresì a queste pagine dedicate ai due rinvenimen­ti di Aurisina, voglio fare soltanto qualche osservazione sull'altra pane della relazione che riguarda la cosiddetta «organizzazione O», e cioè i collegamenti di Gladio con detta organizzazione. Si tratta delle pagine 25 e 26.

Si tratta di osservazioni che intendono puntualizzare la verità storica di certi fatti. Io assolutamente condivido, ad esempio, il giu­dizio che qui si da senza appello, assolutamente reciso, dell'eccidio di Porzûs operato da alcuni appartenenti alla Brigata-Garibaldi: che non ci siano equivoci di sorta, si tratta di un giudizio assolutamente da condividere. Il problema è che però in questa ricostruzione ci sono alcune inesattezze storiche: si tratta di questioni che probabilmente, rivedendo i documenti, la Presidenza prima di trasmettere il documento al Parlamento potrà correggere. Non è esatto ad esempio che, nel 1953,  con la soluzione del problema di Trieste, che si arrivò ad una sorta di modus vivendi. Evidentemente il riferimento è all'ottobre del 1954,  data in cui ci fu il memorandum di intesa in forza del quale ci fu la realizzazione di una situazione che rese possibile il modus vivendi tra Italia e Jugoslavia. Pertanto andrebbe corretto l'anno 1953 con 1954.

TOTH. Ho già indicato la necessità di introdurre questa correzione.

BATTELLO. Un altro problema è il rapporto che si fa a pagina 31 tra la «Osoppo-Friuli» e la «Garibaldi-Natisene». Si dice: «in quel momento l'«Osoppo-Frulli» contava 8.700 uomini mentre la «Garibaldi-Natisone» circa 7.000». Rilevo che c'è eterogeneità di comparazione. La verità storica è che in quella parte nord-orientale dell'Italia, cioè nel Friuli, operavano due grandi formazioni partigiane italiane: la «Osoppo-Friuli» e la «Garibaldi-Friuli». Cioè, c'è eterogeneità nella misura in cui si compara l'«Osoppo-Friuli», che è un insieme di divisioni, con la «Garibaldi-Natisone» che è una delle divisioni dell'insieme di divisioni della «Garibaldi-Friuli». Occorre fare questo tipo di comparazione omogenea; ne deriva anche un più esatto inquadramento di queste cifre, nel senso che l'insieme delle divisioni «Osoppo-Friuli» ammontava a

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circa 7.600 uomini. La «Garibaldi-Natisone» come divisione era composta da 7.000 uomini, ma, se si fa la comparizione con la «Garibaldi-Friuli», il numero deve essere diverso, circa 16.000, perché si tratta, ripeto, di un insieme di divisioni, cosi come la «Osoppo-Friuli» è un insieme di divisioni e non una singola divisione.

Dico questo perché ciò permette di capire le vicende di cui si parla immediatamente dopo, nel terzo e nei quarto capoverso: si dice che il 22 gennaio 1945, in seguito al rifiuto della divisione «Osoppo-Friuli» di confluire nella «Garibaldi-Natisone»... il problema è che già esisteva dall'estate del 1944 in quella parte del Friuli, Valli del Natisone, un comando unificato della divisione «Garibaldi» e di una brigata «Osoppo», mentre nel resto del Friuli operavano altre divisioni del gruppo «Garibaldi-Friuli» ed altre divisioni del gruppo «Osoppo-Friuli». C'era quindi già un comando unificato.

Nella prerelazione la vicenda si chiarisce nel senso che in quel rifiuto si individua la causa dell'eccidio del 7 febbraio; la causa non fu tanto quella del rifiuto della divisione «Osoppo-Friuli» di incorporarsi nelle formazioni filotitoiste; ripeto che c'era già un comando unificato «Garibaldi-Natisone-Osoppo». Il rifiuto vi fu da parte dei componenti osovani di questo comando unificato di trasferirsi in Jugoslavia accettando l'ordine dei partigiani jugoslavi del IX Korpus. Quindi, la causa dell'eccidio fu il rifiuto di trasferirsi in Jugoslavia e ivi seguire i garibaldini del comando unificato e non già il rifiuto di incorporarsi perché, ripeto, c'era già un comando unificato fin dall'estate 1944.

Si tratterà anche poi di precisare che l'eccidio del 7 febbraio non fu opera della «Garibaldi-Natisone», che è una delle divisioni del gruppo «Garibaldi-Friuli», ma della divisione «Garibaldi-GAP» che è divisione diversa, pur nell'ambito del gruppo «Garibaldi-Friuli», dalla «Garibaldi-Natisone» che era già in Jugoslavia in data 7 febbraio 1945.

Un'altra precisazione - mi avvio a concludere - riguarda il sesto capoverso. Si dice: «Lo stato di tensione permase per alcuni anni sul confine orientale dove la prolungata mancata definizione della linea di demarcazione tra l'Italia e la Jugoslavia e la profondità della divisione cinico-politica portarono ad esecuzioni di massa e a vendette sanguinose e causarono una divisione degli animi». È esatto che ci furono esecuzioni di massa e vendette sanguinose che portarono alla divisione degli animi ma occorre precisare, visto che prima si parlava di Friuli, che queste esecuzioni di massa e vendette sanguinose non avvennero nel Friuli, come sembra di capire nella prerelazione, perché c'è una consecutio immediata tra il discorso che si fa sulle Valli del Natisone e il resto, ma avvennero in altra parte dell'attuale regione Friuli-Venezia Giulia, cioè nel goriziano e nel triestino dove si verificarono episodi di deportazione e infoibazione. Scritto così come è, sembrerebbe di capire che le esecuzioni di massa avvennero nella provincia di Udine; ciò non è vero perché l'unico grave, incredibile episodio da condannare senza riserve fu l'eccidio di Porzûs del 7 febbraio 1945.

PRESIDENTE. Ne prendiamo atto.

BATTELLO. Basta fare una precisazione. Per il resto è assolutamente da condividere l'impostazione complessiva.

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Nell'ultimo capoverso si dice che lo stesso Partito comunista fece molta fatica a far prevalere in quelle zone la sua «italianità». È giusto il giudizio storico, nel senso che ci fu questo grande sforzo di recupero da parte dei militanti per una politica diversa; credo però che mettere la parola «italianità» non aiuti a capire lo sforzo che il Partito comunista fece fino in fondo. Sarebbe forse preferibile dire: «lo stesso Partito comunista fece molta fatica a far prevalere in quelle zone la sua politica nazionale». Fare questa precisazione, eliminare le virgolette, parlare di politica nazionale, che era la politica che a livello nazionale il PCI faceva e che incontrava difficoltà a far recepire da parte dei militanti in quei territorio, credo che tutto ciò aiuti a capire il senso del dibattito, della dialettica, delle vicende che ebbero luogo in quella parte d'Italia.

TOTH. Cercherò di contenere il mio intervento in limiti ragionevoli. È chiaro che la prerelazione presenta nella sua architettura delle cause di valutazione positiva che espressi fin dall'inizio, sia nella prima redazione che nella seconda. Accanto però a queste valutazioni positive ci sono anche osservazioni che ho annunciato fin dall'inizio e che il dibattito del resto ha alimentato perché ha posto in risalto alcune esigenze. Per questo infatti noi pensiamo di poter trasmettere al Parlamento insieme alla prerelazione tutti gli atti del dibattito come parte integrante del nostro lavoro, in quanto il dibattito integra la relazione e ne riequilibra quelle parti che possono sembrare o possono prestarsi ad interpreta/ioni non complete, non esaustive.

La prima osservazione che desidero fare riguarda l'utilità delle ricostruzioni storielle contenute nella prerelazione, anche perché vi sono state delle polemiche. Non vi sono ricostruzioni storiche accademiche, tali da poter essere fatte sulle riviste o anche sui libri di storia che toccano questa epoca, non più contemporanea, che è quella che va dal 1945 al 1970. Per la generazione che ha meno di trenta anni sono fatti tanto lontani quanto lo sono per noi le vicende di Garibaldi o di Lincoln. Ecco allora qual è l'utilità di tutte le ricostruzioni: non tutti sono tenuti ad avere la memoria storica del collega Sinesio, come ha fatto emergere nella sua dignitosa testimonianza di poco fa. Quindi, è giusto che questi fatti vengano inseriti in un certo quadro, come avviene appunto nella prerelazione.

Da questo punto di vista rifare la storia di come gli USA, sul finire della guerra e dopo, hanno visto il ruolo dell'Italia, la sua posizione strategica, la sua importanza politica, mi sembra una cosa che meritava di essere posta in risalto; anche perché in definitiva l'esposizione del presidente Gualtieri pone in evidenza la dignità con cui il nostro Governo difese la sovranità del paese, tutelò gli interessi dell'Europa rispetto a quelli dell'alleato oltre Atlantico e riuscì a conciliare le finalità di difesa dell'Europa e dell'Italia in particolare con la garanzia del rispetto della nostra Costituzione, della nostra sovranità e indi­pendenza.

Queste ricostruzioni sono giuste ed eventualmente meritano di essere allargate ad altri fatti che ieri il presidente Taviani ci ha esposto perché danno un quadro completo della situazione. Signor Presidente, colleghi, si tratta di un tipo di vicenda nella quale non è in gioco solo il

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