CRONOLOGIA “CASO GLADIO”: fatti e misfatti!

    23/05/91                                Commissione Stragi - Interventi sulla prerelazione Gualtieri
 

 SENATO DELLA REPUBBLICA

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CAMERA DEI DEPUTATI

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X LEGISLATURA - DISEGNI DI LEGGE E RELAZIONI - DOCUMENTI

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Interventi svolti nel corso delle seduta
del 29 maggio 1991 (82a)

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BELLOCCHIO. Presidente, colleghi f condividendo la lettura storica che fa nella sua relazione il Presidente Gualtieri - al quale, non solo formai mente, rinnovo le espressioni di solidarietà - prima di affrontare il problema vorrei fare qualche considerazione di carattere politico.

Credo che sia presente a tutti noi la circostanza che la vicenda Gladio sia diventata fattore di precipitazione, che già da tempo maturava nei rapporti istituzionali e politici e nelle prospettive di governo del paese. Devo subito precisare che non intendiamo utilizzare la discussione per fini diversi dai nostri compiti istituzionali e ritengo opportuno chiarire che in questa sede non vogliamo porre altre questioni politiche e istituzionali, che pure esistono, che sono emerse, che sono reali e non eludibili e che preoccupano e allarmano per la loro gravita.

Prima di ogni cosa è giusto quindi sgombrare il campo da ogni equivoco: quello che noi chiediamo è che si possa conoscere tutta la verità, anche su accordi internazionali di carattere militare, di cui non contestiamo in linea storica e di principio le possibili giustificazioni, ma di cui a nostro avviso si deve conoscere l'esatta natura ed estensione per poter verificare quanto si sia deviato nel gestirli, nel servirsene in Italia incostituzionalmente e illegalmente, e di chi siano tali responsabilità. Queste responsabilità vanno accertate con il massimo rigore in sede politica e giudiziaria.

Di fronte alla oscurità di questa vicenda, alla molteplicità dei suoi torbidi risvolti, appare insostenibile e strumentale ogni generica affermazione di illegittimità. Sia chiaro che non vogliamo ripercorrere a ritroso gli ultimi quarantanni, ritornare cioè alle opposte ragioni dei due campi in cui fummo divisi anche in Italia, mettere la sordina a quella dolorosa revisione dell'esperienza dell'ex Partito comunista, in quanto parte del movimento comunista internazionale, in cui ci siamo impegnati fino a trame la drastica conseguenza della fondazione del nuovo partito, il Partito democratico della sinistra.

E non vogliamo fare processi collettivi a nessun'altra forza, ma dobbiamo contrastare ogni tentativo di coprire stravolgimenti delle regole democratiche e inquinamenti gravissimi degli apparati dello Stato. Quindi non siamo per letture sommarie e distruttive della storia di questi decenni, perché con altre forze abbiamo contribuito a costruire e a far vivere la democrazia in Italia, pur tra pesanti limiti ed insidie. Dal nostro rigoroso impegno per l'accertamento della verità sulla vicenda Gladio, scaturisce irrinunciabile obiettivo di riaffermare l'imperio e la certezza della legalità costituzionale, di garantire cioè piena trasparenza e sicurezza per la vita democratica del paese stesso, per la competizione tra forze politiche, tutte egualmente titolate a governare il paese.

Un altro obiettivo che vogliamo perseguire non contro chiunque sia stato partecipe negli scorsi decenni di responsabilità dì governo, ma insieme a chiunque sia sensibile - anche all'interno della Democrazia

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cristiana, e in questa Commissione vi osno diversi colleghi che mostrano tale sensibilità - ad esigenze generali di consolidamento dei sistema democratico, del suo prestigio e della sua affidabilità.

Ma restiamo ai fatti, coi leghi. E se si resta ai fatti, non si può non ricordare le tensioni insorte tra la posizione del Presidente della Repubblica, la posizione del Governo e quella del Presidente del Consiglio.

Mi riferisco ai fatti accaduti tra il 5, il 6 e il 7 dicembre 1990: la decisione del Consiglio di Gabinetto, la dichiarazione dell'onorevole Martelli, la lettera del Presidente della Repubblica e la decisione del Consiglio dei Ministri. Ebbene, mentre la decisione del Consiglio di Gabinetto annunciava di sottoporre al giudizio del Parlamento, nelle sue funzioni di controllo, l'affermazione della legittimità, previa formulazio­ne di un parere da parte di una Commissione di saggi (peraltro istituzionalmente discutibile, a mio parere: se ne è occupato anche il collega Lipari) abbiamo registrato la famosa dichiarazione dell'onorevo­le Martelli, Vice Presidente del Consiglio: «II caso Formica è chiuso; il caso Gladio è aperto».

Il 7 dicembre, ribaltando la decisione del Consiglio di Gabinetto del 5 dicembre, il Consiglio dei Ministri dichiarava che la struttura era pienamente legittima, annunciando però che il 6 dicembre aveva ricevuto una lettera del Capo dello Stato con la ventilata ipotesi di autosospensione. Si registrava inoltre la formale riserva dei Ministri socialisti rispetto alle conclusioni raggiunte.

Perché ho voluto citare questi fatti, onorevoli colleghi? Perché essi testimoniano che si è operata una forma di pressione inaccettabile in presenza di una inchiesta parlamentare e di una inchiesta giudiziaria sulla materia. Il giudizio dell'Avvocatura dello Stato (lo ha detto il collega Lipari e lo sottolineo anch'io) non può condizionare quello libero e sovrano del Parlamento. Così come un'affermazione solenne in una intervista di qualche settimana fa che il giudizio non può appartenere «né al Parlamento né a fantasiose inchieste giudiziarie» non può essere accettata ed è destituita di qualsiasi fondamento giuridico e politico.

Fare queste affermazioni di principio non significa inserirsi nello sviluppo di confuse e deteriori manovre di vertice, tra le quali non si è collocata e non si colloca alcuna manovra prima del Partito comunista italiano ed oggi del Partito democratico della sinistra nei confronti del Capo dello Stato, ma si impone, di contro, a tutte le forze democratiche un rinnovato impegno per una iniziativa riformatrice in grado di dare alle istituzioni designate dalla Costituzione una rinnovata rappresentati­vità, una nuova efficienza, un'incidenza positiva nei processi di sviluppo della società.

Formulata questa premessa di carattere politico, che mi sembrava doverosa e necessaria, desidero esprimere un parere positivo sulla bozza di relazione del presidente Gualtieri, che mi permetto di racchiudere in questo giudizio sintetico. Mi sembra di poter dire che da

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della democrazia italiana è stata condizionata e stravolta dall'esistenza di patti e strutture clandestine che hanno operato sotto le apparenze dello Stato di diritto, dello Stato democratico per truccare le regole del gioco e bloccare determinati processi politici o favorirne altri» sotto la guida di uomini del sistema di governo. Leggendo la documentazione su Gladio in possesso della nostra Commissione ed esaminando gli atti dei procedimenti che riguardano la storia del nostro paese (dalle stragi alla P2, dai pezzi di Stato corrotto ai processi di mafia e camorra, passando per l'assassinio di Aldo Moro) emerge una chiave di lettura unitaria che conferma l'esistenza di un centro occulto annidato dentro lo Stato ed il sistema politico di governo, che ha agito per decenni al di fuori della legalità costituzionale. La sostanza, come dimostrano i documenti -alcuni dei quali citerò per arricchire il giudizio del presidente Gualtieri è che per decenni in Italia è esistita una struttura clandestina e illegale - desidero sottolineare questo termine: illegale da diversi punti di vista, come dirò più oltre - che sotto il pretesto della difesa dallo straniero si proponeva esplicitamente, come dimostrano in modo inconfutabile le testimonianze ed i documenti emersi fino ad oggi, un obiettivo interno, la lotta contro un nemico interno, anzitutto il Partito comunista. E questo non certo perché qualcuno abbia davvero e per tanto tempo pensato al Partito comunista come ad una potenziale quinta colonna dello straniero. Chi pensa ciò fa bene a chiedere accertamenti sulla cosiddetta  «Gladio   rossa»,   che  dovrebbe  fungere   da  pendant  alla cosiddetta «Gladio bianca» citata dal collega Cipriani sulla base di una serie di documenti, ma non otterrà granché. Infatti chi segue la storia politica del nostro paese dovrebbe sapere che fin dall'VIII Congresso del Partito comunista - ora siamo arrivati al XX - era stata scelta la via democratica e parlamentare. Piuttosto perché il Partito comunista era il principale  protagonista del  cambiamento, del  rinnovamento,  della volontà di mettere in discussione un assetto di potere, non solo politico ma anche economico e sociale.

Solo cosi si può spiegare, del resto, come questa struttura sia intervenuta ogni volta che nel paese si apriva un processo di rinnovamento, anche quando il Partito comunista non ne era diretta­mente partecipe: basti pensare al «piano Solo», alle forze scese in campo contro Nenni e alla prima fase della politica di centro-sinistra.

Domandiamo allora con che mezzi, con quali strumenti ha agito questa struttura clandestina. Il rigoroso ed indispensabile accertamento dei singoli fatti non impedisce di formulare un giudizio di insieme che del resto è sorretto da tutta la documentazione esistente e soprattutto dalle indagini giudiziarie (su tale punto non concordo con il giudizio dell'onorevole Cicciomessere) sul dimostrato collegamento della strate­gia della tensione con le trame eversive, con il terrorismo rosso e quello nero. Solo cosi, del resto, si spiega perché non si è mai riusciti ad individuare mandanti ed esecutori delle stragi e di tanti delitti, nonostante l'impegno coraggioso di investigatori e di magistrati seri ed onesti, anche se giovani.

Infatti, in ogni indagine è emerso il depistaggio ad opera di uomini dei Servizi, cosicché pesanti zone d'ombra rimangono senza che vi sia un impegno serio per rimuoverle; come nel caso del sequestro e dell'assassinio dell'onorevole Moro, a proposito del quale nessuno può

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davvero continuare a credere che si sia trattato dell'operazione autonoma di un gruppo eversivo. A mio avviso, non ci sono stati servizi segreti deviati: c'è stato un uso deviato dei Servizi e degli apparati dello Stato* Non esiste un potere onesto tradito da servizi corrotti: il tradimento si annidava in chi ha voluto e ha diretto la corruzione dei Servizi.

Se questa è la lettura storica dell'operazione Gladio - e tale è -non si può non respingere allora il tentativo, da qualunque parte provenga, di rinnovare un «fronte della fermezza», di giustificare quello che non può essere in alcun modo giustificato. E non si può concordare con chi afferma che tutto sarebbe stato legittimo e che anzi si dovrebbe essere orgogliosi del segreto mantenuto per tanti anni e sarebbe ora giunto il momento di mettere una pietra sul passato per guardare al futuro. Questa lesi non può essere accettata; anzi si tratta di una impostazione che deve essere fortemente contestata perché occorre proseguire nell'accertamento dei fatti e delle responsabilità di ciascuno.

Ovviamente, la Commissione non ha il compito di assolvere nessuno e non si può pensare neanche che il problema possa risolversi individuando il singolo anello debole della catena. Certo è che in nome della guerra fredda e di un passato da seppellire non si può mettere tutto a tacere.

Oltre tutto, onorevoli colleghi, non avremmo il diritto di farlo perché il vulnus non è stato arrecato solo e tanto a noi quanto alla democrazia italiana, alla legalità repubblicana, ai diritti e alle attese di milioni di uomini e di donne, beni che non sono da noi disponibili. E vediamo in concreto perché.

Quando nasce Gladio? È stato abbondantemente dimostrato che nasce nel 1951 e non nel 1956 come sostiene l'onorevole Andreotti. Sia che si parli di accordo sia che si parli di rielaborazione, si tratta sempre di pezzi di carta senza firma. I corsi iniziano nel 1951 e se proprio ci si vuoi soffermare sulla data del 1956 si può soltanto dire che Gladio può essere una sorta di rivisitazione di strutture e di organizzazioni già esistenti sulla base di accordi CIA-Sifar. Si può poi osservare - ed è una constatazione allarmante - che dal 1951 al 1956 non vi sono documenti. La conseguenza logica è che con Tatto costitutivo di questa organizza­zione - 1951 o 1956 che dir si voglia - la NATO non c'entra assolutamente niente. Le coperture successive della NATO non hanno mai modificato l'illegalità dell'atto costitutivo.

È certo dunque che vi è stata violazione della legalità costituzionale a vari livelli e gli autori di questa violazione vanno individuati e sanzionati. Vi è anzitutto la dimensione internazionale. Il portavoce dello Shape, il capitano canadese Marcotte, nel mese di novembre 1990 firmava un comunicato che testualmente affermava: «Nel quadro della struttura militare della NATO non esiste e non è mai esistita una organizzazione (Gladio) di questo tipo». Si deve fare chiarezza su questo e vi è un solo modo: siano resi pubblici subito tutti gli accordi, le clausole, i protocolli segreti stipulati sia in sede NATO che per via bilaterale con il Governo americano. Esiste un livello NATO ed un livello di rapporti tra la CIA e i servizi segreti italiani. Tutti gli accordi segreti devono essere resi noti.

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Qui c'è un primo livello di legalità costituzionale violata. Non è sufficiente la testimonianza dei senatore Taviani circa il parere dell'allora ministro degli esteri, i! liberale Martino, secondo cui non era necessario investire il Parlamento. L'articolo 80 della Costituzione richiede la ratifica parlamentare per i trattati internazionali aventi rilievo politico, finanziario e legislativo; e Gladio con il suo trattato, ammesso che vi sia stato, aveva rilievo politico, finanziario e legislativo. Un punto comunque è chiaro fin da ora. La ragion di Staio internazionale fu all'origine di una trama che poi si è sviluppata per ragioni essenzialmente interne di consolidamento e di difesa di un assetto di potere; altro che finalità sovversive! E non erano certo i comunisti, che sono stati tra i fondatori e più strenui difensori della democrazia! i sovversivi; anzi, quando negli anni '70 sono avvenuti realmente tatti sovversivi con le brigate rosse e con il terrorismo nero, la struttura clandestina o è stata complice o ha coperto, Fa bene quindi il presidente Gualtieri a soffermarsi sullo scenario descritto in ordine alla nostra politica di sicurezza nel dopoguerra. Egli dice che questa politica ha sempre avuto due referenti esterni privilegiati: la NATO e gli Stati Uniti. Nei piani statunitensi di intervento negli Stati NATO c'è la cartina di tornasole delle affermazioni del presidente Gualtieri e -perche no? - la pista giusta per coprire le stragi degli anni '70.

Fino a che punto la NATO ha condizionato la vita politica degli Stati membri? Fino a che punto i Governi di questi Stati hanno conoscenza di certi programmi dell'Alleanza? Fino a che punto i servizi segreti e i rappresentanti militari erano e sono a conoscenza di quanto accadeva nel proprio paese ad opera della NATO? E se lo erano, hanno informato i Governi di appartenenza? Queste ed altre considerazioni sono una conseguenza di un processo che si è appena concluso alcuni mesi fa a Coblenza con la condanna all'ergastolo dell'ex sergente americano Clyde Lee Conrad, colpevole di aver venduto ai servizi dell'Est, in cambio di due milioni di marchi (un miliardo e mezzo di lire), l'intero sistema difensivo NATO mettendo così in grado il Patto di Varsavia di neutralizzare in poche ore l'Alleanza occidentale. L'ironia della sorte ha voluto che, contemporaneamente al processo di Coblenza, a Wash­ington si svolgesse un altro processo all'ex sergente James Samsey già alle dipendenze di Conrad in Germania dal 1983 al 1985, anch'egli accusato di aver fornito, questa volta a cecoslovacchi e ungheresi, i piani per la difesa NATO dell'Europa,

II dato comune emerso in entrambi i processi è che sia i tedeschi sia gli americani non hanno dato eccessiva pubblicità al processo di Coblenza che è stato fatto passare come uno dei tanti casi di spionaggio a danno della NATO. Quali sono le ragioni di questo atteggiamento? Esse vanno viste non tanto nella vendita di piani strategici quanto nel fatto che è venuto alla luce che il militare americano aveva venduto all'Est anche piani statunitensi segretissimi di intervento nei paesi NATO in caso di situazioni critiche, intendendo per esse - sono gli atti del processo - una rivoluzione, un colpo di Stato o eventi non graditi a Washington. In ciò c'è collegamento oggettivo con l'appunto del 16 novembre 1963 circa l'effettuazione di corsi di tipo «counter insurgen-cy», la formula propugnata da Kennedy che si ispira al principio dell'intervento preventivo per un appoggio ideologico, psicologico e

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sanitario più che militare ai paesi in cui potrebbe delinearsi o fosse in atto il conflitto tra l'ideologia democratica e quella comunista. Da Coblenza viene la sconcertante notizia dell'esistenza di questi piani di intervento che sarebbero stati a conoscenza, almeno in parte» di alcune strutture di servizi segreti italiani, strutture particolari incaricate di istituire depositi di armi, munizioni ed esplosivi di produzione rigidamente non occidentale e molti hanno testimoniato trattarsi di materiale dell'Est e che nel caso di rinvenimento fortuito dovevano essere fatti apparire come depositi NATO. Un intreccio Servizi-NATO, anche se quest'ultima non ne sarebbe stata a conoscenza e di cui si è spesso parlato nel nostro paese a proposito di azioni terroristiche. In quel piano di intervento americano potrebbe esserci, per quanto ci riguarda, la chiave di lettura inutilmente cercata in questi anni circa le ragioni di certe stragi, come Peteano e Bologna, e della strategia della tensione degli anni 70 culminata con l'assassinio di Moro il quale, volendo coinvolgere il Partito comunista nella gestione del potere, è probabilmente rientrato in una delle ipotesi previste per un intervento americano e quindi di certe strutture dei Servizi. Si spiegherebbe infine perché, a tanti anni di distanza, non si riesce ad individuare la nazionalità di certi esplosivi che interessano la magistratura. Prima di Kennedy c'era Truman. Basta leggere il documento, ridicolo ma impressionante, elaborato dalla Commissione C del Consiglio strategico americano e datato 13 novembre 1951. Quando addirittura si riesce a teorizzare come misura repressiva: «gli Stati Uniti aiuteranno a screditare il Partito comunista, le organizzazioni comuniste e le figure di spicco mediante la distruzione della rispettabilità del Partito comunista, a screditare gli sforzi comunisti durante la Resistenza e la seconda guerra mondiale, a gonfiare scandali riguardanti leaders del Partito comunista e - questa è l'ultima perla * a trattare in generale i comunisti italiani non come italiani ma come comunisti tout court mediante tormento, soppressione e controllo amministrativo e legislativo».

Potrei continuare con i documenti del 1951 pubblicati qualche tempo fa, ma, per risparmiare tempo, mi riferirò soltanto alle direttive del Consiglio di sicurezza nazionale del 1950 e del 1951. Né credo, collega Cicciomessere, che la Carta dell'ONU, cioè la non prevista ingerenza negli affari interni da parte di un altro Stato, abbia subito modifiche nei suoi principi dopo l'intervento in Iraq e quello a favore dei Curdi: ci vuole una grande dose di coraggio - ma uso un eufemismo perché non si tratta di coraggio - per paragonare la situazione italiana e il contributo dei comunisti italiani alla situazione irachena o curda. Quindi, il problema dell'utilizzo di Gladio contro la sovversione interna non è un problema strettamente nazionale. Ecco perché non si contesta in linea storica e di principio un accordo internazionale ma non possiamo, come fa il collega Cicciomessere, accettarne le sue deviazioni.

Vi è un secondo aspetto che emerge, il collegamento con le trame, con le stragi, con i delitti e l'uso deviato dei Servizi e degli apparati. Un punto è certo, il richiamo immediato a responsabilità politiche: nell'ipotesi per loro migliore, gli uomini di Governo non hanno mai indagato, non hanno mai pensato di accertare le interferenze tra eserciti clandestini armati e dotati di esplosivo (della cui esistenza erano a

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conoscenza) e la strategìa della tensione quando, invece, vi erano tutti gli elementi per procedere a questi accertamenti. Non l'hanno Eatto, hanno omesso, hanno taciuto, anzi hanno opposto alla magistratura e al Parlamento il segreto di Stato, hanno mentito: il Presidente del Consiglio, onorevole Andreotti, ha mentito davanti ai giudici e poi in Parlamento quando il 3 agosto 1990 ci ha riferito che Gladio aveva cessato di operare nel 1972; sapeva, invece, come Presidente del Consiglio, che la struttura era ancora in piedi e poi ha dovuto am­metterlo.

BOSCO. Parole in libertà.

BELLOCCHIO. Si dice che non tutti coloro che hanno governato sapevano o, almeno, che non tutti sapevano le stesse cose e questo è un punto sul quale bisogna fare chiarezza, perché non vogliamo fare di tutta l'erba un fascio, ma non ci si può neanche accontentare di autocertificazioni di estraneità. Chi sapeva? E che cosa sapeva? Da quanto è emerso si presume - ma anche questo è da accertare - che vi fosse nella maggioranza, e forse anche nella stessa Democrazia Cristiana, un nucleo più ristretto al quale riservare la conoscenza della verità. Questa circostanza è ancora più grave perché conferma la natura intrinsecamente eversiva dell'operazione Gladio, perché conferma la profondissima ferita recata alla democrazia e alla sovranità nazionale: vuoi dire che vi è stato qualcuno, al di fuori di ogni istituzione legittima, che ha deciso quale capo del Governo italiano dovesse sapere e quale uomo di Governo non dovesse essere informato di quanto accadeva sotto l'egida e il nome dello Stato italiano. Se Spadolini e Craxi dicono il vero (e non ho motivo di dubitarne), vuoi dire che anche quando si sono trovati a guidare il Governo della Repubblica sono stati tenuti ai margini dei santuari del potere. Vi è anche un problema di dignità personale e degli stessi partiti. Vanno dunque resi pubblici i documenti che i Presidenti del Consiglio succedutisi nel tempo hanno firmato per presa d'atto al momento dell'entrata in carica. Parlo di documenti risalenti fino all'inizio dell'organizzazione, per accertare se sono stati cambiati nel tempo, se tali documenti negli anni '60 e '70 erano testi più complessivi di quelli sottoposti ai Presidenti del Consiglio negli anni '80. Vanno di conseguenza resi noti tutti gli accordi, i protocolli, le clausole segrete stipulati in sede NATO o, comunque, con stati stranieri in materia di sicurezza e di informazione, rescindendo immediatamente gli accordi stipulati in violazione della Costituzione e delle leggi.

Gli elementi che emergeranno consentiranno di accertare le responsabilità dei singoli uomini di Governo, distinguendo le responsa­bilità politiche, cominciando da quelle di minor peso, ma più rilevanti, di omesso esercizio del potere di controllo e di direzione degli apparati, da responsabilità penali che spettano, comunque, alla competenza del magistrato.

Una quarta considerazione, già emersa in precedenza, riguarda una illegalità gravissima che è alle origini stesse dell'operazione Gladio. Perché dico questo? Perché è stato operato il reclutamento di un esercito clandestino su base ideologica e di discriminazione politica, in violazione del principio di uguaglianza e dei diritti politici dei cittadini e

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ciò soprattutto in relazione alla circostanza che Gladio era struttura da utili/zar? nel campo della sovversione interna, come dimostrano testimonianze abbondanti - Serravalle alla Commissione, Tagliamonte, Podda al giudice Mastelloni - nelle quali si parla di moti di piazza organizzati dalla sinistra (testimonianze rese alta Procura militare di Padova e ai giudici di Roma); si pensi alla deposizione di Faleschini Giuseppe che paria di organizzazioni in funzione anticomunista, alla deposizione di Gianmario Pierantonio che descrive un'esercitazione denominata «Aquila Bianca» svoltasi nel 1965 in collaborazione con reparti dell'Arma dei carabinieri di Torino e battaglioni mobili di ufficiali statunitensi (anche qui la controprova si ha in un documento sequestrato a Mariagrazia Celli, di cui agli atti della Commissione P2 al volume VII, tomo 1, pagina 287, dove si parla di documenti classificali lup scerei FM30-3IB delle contromisure delle operazioni americane per assicurare la stabilità attraverso le agenzie HC diverse dalle Forze Annate.

Vi sono poi i documenti trasmessici dai magistrati romani, tra i quali è compreso un appunto del SID datato 4 dicembre 1972, in cui è riportata la notizia dell'incontro tra il nostro Servizio e la delegazione americana capeggiata dal signor Stone, iscritto alla P2, in cui il Servizio collegato propone un ordine del giorno che prevede l'illustrazione della posizione americana sull'operazione Stay-Behind e sull'evoluzione nel tempo e l'applicabilità della posizione americana su Gladio e la verifica della validità dei concetti dell'accordo originario USA-Italia del 28 novembre 1956.

In tale appunto sono riportate le condizioni da cui discendono gli aiuti finanziari della CIA, condizioni che sono le seguenti: l'operazione Gladio poteva ritenersi valida nella misura in cui avrebbe potuto far fronte anche a sovvertimenti interni di dimensioni tali da compromettere l'autorità governativa legittima, ossia i finanzia­menti sarebbero ripresi ove l'operazione Gladio si fosse adeguata alle esigenze suddette ed essi - si afferma nella nota - costituiscono una variante agli accordi originari Italia-USA sulla Gladio, dove l'emergenza interna non era stata prevista. Questi documenti sono stati trattati da due piduisti (Stone e Miceli) e costituiscono la conferma che l'operazione Gladio non rientra nell'ambito NATO in quanto i nostri responsabili - come dimostralo - rispondevano alla CIA e non alla NATO e che inoltre, contrariamente a quanto affermato dall'ammiraglio Martini, i finanziamenti per la Gladio non arrivavano dai fondi riservati concessi dal Ministro del tesoro con decreto del Presidente del Consiglio.

I finanziamenti erano di provenienza CIA come hanno confermato al giudice Mastelloni sia il generale Minerva, che amministrava i fondi Gladio, sia il generale Serravalle, capo dei gladiatori dal 1971 al 1974, il quale ha raccontato che il centro guastatori in Sardegna era stato allestito con i dollari americani e che i soldi americani erano serviti anche per la prima dotazione di armi ed esplosivi.

Del resto anche la base di Capo Marargiu fu costruita con l'intervento della CIA che inviò i fondi per l'acquisto dei terreni necessari, per cui fu costituita una società a responsabilità limitata i cui soci erano i dirigenti del Sifar.

Per quanto riguarda il numero dei gladiatori esistevano ed esistono prove inconfutabili dalle quali risulta che il numero di 622 è falso.

In un altro documento del Sismi dei giugno 1983, trasmesso dalla Procura romana, si dice testualmente che «per la condotta di operazioni

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