I patrioti della Stay Behind. La nostra storia. Silendo Libertatem Servo.

Un eroe silenzioso.

I patrioti della Stay Behind non cercano visibilità per sé quindi chiedono di essere citati per nome, esattamente come facevano durante la loro attività svolta al servizio della Repubblica, pronti a difenderla anche con le armi!

Vittorino, classe 1936

Preciso subito di appartenere ad una famiglia di provata italianità, radicata, allora, in un paesino
della bassa friulana sparpagliato in piccoli borghi, in tutto pressappoco 800 anime; la cui maggioranza
della povera popolazione era classista; per capire l’andazzo, la sede del partito era frequentata come
se fosse stata la chiesa.
Ad ogni modo, il cortile di casa mia, verso sera nella buona stagione, era punto di riferimento
di diversi giovani, di ognuno si conoscevano le tendenze, ma mai erano discusse; tutti rispettosi delle
leggi, dell’Autorità costituita e si parteggiava per l’America e le Forze Armate. Ciò per la migliore
comprensione della mia indole.
Per la mia adesione all’organizzazione, segretamente ma esplicitamente, mio fratello Luciano
che già faceva parte dell’organizzazione, mi informò circa la necessità di rafforzare il gruppo che si
era costituito nel cervignanese. All’epoca, nulla si sapeva di più che si trattava di un’organizzazione
predisposta a difendere i nostri confini, o meglio, che avrebbe dovuto mettere in difficoltà gli invasori
del nostro territorio, specificatamente truppe del “Patto di Varsavia”, comprese quelle della Jugoslavia
di Tito.
Consapevole delle malefatte dei partigiani, della loro propensione politica filo titina, delle
uccisioni avvenute durante e appena finita la guerra nella bassa friulana e, soprattutto, a ridosso del
vicino confine dove i titini erano appoggiati anche da partigiani nostri paesani, compresi la necessità
che bisognava aderire all’organizzazione. Alla mia esplicita conferma, Luciano mi fece parlare con
Dante, che poi ho saputo essere il vice del Professore (qualche tempo dopo sono venuto a conoscenza
che il professore, era certo Luigi Antero Bertogna, professore in quiescenza, ufficiale, reduce
combattente dell’ultima guerra), capo del gruppo (o rete) cervignanese.
Insomma, erano gli anni alla fine del ’50, quando ad un certo punto ho incominciato a
partecipare a qualche manovra per iniziare l’inserimento nel nuovo ambiente; ma non ho saputo se,
per rendermi operativo, erano stati fatti accertamenti sulla mia idoneità e da parte di chi.
Ho incominciato pian piano, con tanto impegno, a operare a margine delle esercitazioni condotte
dai più esperti del gruppo, facendo da scorta (ovvero, assicurare la sicurezza operativa dei team);
riconoscere e segnalare le “case sicure” per ospitare eventuali ospiti, percorrere le linee ferroviarie
per individuare i punti più adatti per l’eventuale azione di sabotaggio che avrebbe dovuto
interrompere i binari e far deragliare i treni in mano alle truppe di occupazione, così pure individuare
le linee elettriche ad alta tensione nel caso di far saltare i tralicci meno in vista per interrompere
l’energia elettrica alimentante le fabbriche requisite dagli invasori; danni che avrebbero dovuto essere
pesanti e di una certa difficoltà per il ripristino.

Verso il mare, in laguna, individuare e memorizzare i punti appartati, più adatti per imbarcare o
sbarcare personaggi in transito, l’uso dei segnali luminosi notturni. Individuare le zone di lancio per
rifornimento di materiali ed anche di uomini, segnalare di notte una pista di atterraggio di un aereo,
mediante lumicino visibili solo dall’alto. Così pure per il lancio notturno di paracadutisti, indicare la
zona di atterraggio in maniera luminosa, visibile solo dall’alto. Ovviamente, la gran parte di queste
esercitazioni avveniva di notte ed erano condotte da un numero esiguo d’uomini; addestramenti che
avevano anche l’obiettivo di individuare e distinguere rumori strani, osservare, memorizzare la
sicurezza delle vie di accesso e di fuga per raggiungere gli obiettivi.
Insomma, la nostra preparazione era improntata per essere sempre più addestrati per arrecare in
sicurezza danni d’ogni sorta alle truppe che avrebbero occupato il nostro paese con lo scopo di
instaurare un regime, tale e quale, come esisteva, oltre che in Russia, in Polonia, Ungheria, Romania,
ecc.
Il gruppo di persone al quale ho appartenuto e che nel tempo ho conosciuto solo con il nome di
battesimo e, poi, per certi particolari impieghi, avevo abbinato nome e ruolo di ciascuno sia per la
presunta età e altre peculiarità e incarichi personali a loro assegnati.
Il Signor Aldo, avevo capito che era quello dal quale dipendeva la nostra organizzazione; ma,
io, non lo conoscevo. Non l’avevo mai veduto. Sta di fatto che, ho avuto un incidente e fui ricoverato
per un certo periodo presso l’ospedale di Udine. Qui, ogni giorno un signore di una certa età veniva
a trovarmi e s’informava circa l’andamento del mio male. Non osavo chiedere chi era per non fare
qualche brutta figura, anche perchè immaginavo che fosse un dirigente dell’ospedale, un capo medico
magari. Invece, questo signore, l’ho capito dopo essere stato dimesso, era il famoso Signor Aldo, al
quale dipendeva la nostra rete. Ho detto questo a dimostrazione di quanto era compartimentata la
nostra organizzazione.
Del nostro raggruppamento (poi ho saputo chiamarsi “rete”), Il Capo, fin che ha potuto, è stato
il Professor Luigi di Aquileia, poi è subentrato il suo Vice, il Maestro Dante ed infine il geometra
Bruno del quale il Vice era mio fratello Luciano.
Ma per il mio pieno coinvolgimento e la migliore preparazione sotto l’aspetto operativo, nel
1963, fui richiamato con regolare Cartolina di precetto del Distretto militare di Udine, che mi indicava
la Caserma, presso la quale avrei dovuto presentarmi per un periodo di addestramento (15 giorni),
questa caserma era il RUS – Reparto Unità Speciali di Roma. Così m’indicava il documento di
richiamo. Invece verbalmente, circa la destinazione, fui informato e così avvenne: il giorno
prestabilito ad una certa ora del mattino, presso la stazione Termini, previo particolari accorgimenti
predisposti per essere individuato, mi ha avvicinato un Istruttore della Scuola dell’organizzazione
militare segreta. Dopo la parola d’ordine, m’invitò a seguirlo su un pulmino in attesa al terminal. Sul
mezzo c’erano altri come il sottoscritto dei quali conoscevo solo l’amico Giorgio di Monfalcone, mio
paesano ed amico di famiglia, particolarmente di mio fratello Luciano.
Il pulmino ci portò a Ciampino dove, in un posto appartato dell’aeroporto ci attendeva un aereo,
con gli oblò oscurati sul quale fummo invitati a salire. Dopo una buona ora, siamo arrivati in una
località sconosciuta. Passati dall’aereo su un automezzo militare con targhe coperte e senza possibilità
di vedere oltre il nostro abitacolo, ancora un’altra ora di viaggio e siamo arrivati alla Scuola.
Da subito siamo stati messi a nostro agio, pronti per partecipare alle lezioni teoriche in aula,
lezioni che vertevano sulla “guerra non ortodossa”. Mi ricordo di aver ripassato la topografia, di aver
appreso circa il miglior uso delle armi, i metodi di sabotaggio, le infiltrazioni e le esfiltrazione con le modalità per la loro sicura esecuzione; cosa sono e a che cosa servono i Nasco; le modalità di
comunicare mediante i “serbatoi”, ecc.
Insomma, tante materie, tanti argomenti da affrontare per la nostra importante, delicata,
pericolosa missione alla quale abbiamo inteso prepararci in caso di necessità.
Durante il corso sono stato impressionato non ricordo se favorevolmente o meno: dai sempre
gentili istruttori, attenti alle nostre movenze e richieste; poi, con il rilevamento delle nostre impronte
digitali, mi ha fatto capire senza che me lo dicessero, il tutto serviva per la schedatura. La cosa che
mi e parsa più interessante, relativa alla schedatura, è stato il modulo con la scritta “segretissimo”
predisposto dall’organizzazione militare segreta, fattomi leggere e poi da me sottoscritto; in sostanza,
tale modulo tra “diritti e doveri” precisava l’impegno, da parte, ripeto, dell’organizzazione militare
segreta, di non rivelare mai e per nessuna ragione i nostri nomi.
Comunque, alla Scuola, abbiamo fatto un’esercitazione di tiro con armi individuali di vario
genere; abbiamo assistito al confezionamento dei alcuni Nasco, la loro posa e la loro individuazione;
abbiamo potuto osservare l’effetto delle cariche cave. Tanto per citare qualcosa di quello che mi
ricordo.
Sempre alla Scuola, un pomeriggio abbiamo programmato un’esercitazione notturna; la sera
stessa iniziata nonostante minacciasse la pioggia. Il tempo incerto ad un certo punto si è trasformato
in forti, continui piovaschi. Noi nonostante il pesante inzuppamento abbiamo proseguito come si
avrebbe dovuto fare nella realtà. Gli istruttori, per questioni di responsabilità o per paura che qualcuno
prendesse qualche malanno o altro, sono venuti a cercarci nell’area dell’esercitazione, ma nel buio,
dentro la vegetazione a macchia, con la pioggia incessante, non ci hanno scoperti anche perché noi
non abbiamo voluto pensando che ciò facesse parte dell’esercitazione; comunque, non avendoci
sorpresi hanno incominciato a chiamarci ed esortarci a rientrare. Noi invece abbiamo continuato ed a
fine esercitazione siamo rientrati, bagnati, fradici come pulcini, ma soddisfatti del buon esito.
Terminati i 15 giorni, una volta rientrato a casa ho continuato, apparentemente come se nulla
fosse accaduto; invece, mi sono sentito più coinvolto, più consapevole di quello che avevo promesso
e sottoscritto circa il mio impegno a favore del mio Paese, della mia Patria, dell’Italia.
Cosciente di essere stato “arruolato” con tutti i crismi, sono sempre stato pronto ad ogni
chiamata, presente ad ogni riunione per pianificare le esercitazioni e/o per altre ragioni a scopo della
nostra durevole competenza su particolari singole attitudini di guerriglia.
Le nostre riunioni, condotte dal Capo rete, coadiuvato dal Vice Luciano, avvenivano presso le
“case sicure”, in una stanza messa a disposizione dall’amico Italo a Ruda ed a Papariano di Fiumicello
presso il retronegozio di Luciano.
Raccontare delle esercitazioni mi è difficile perché anche se apparentemente erano pressappoco
tutte uguali differivano per numero di uomini impiegati, oppure diversificavano nel ruolo della rete,
nel contesto di un coinvolgimento nel particolare allenamento con altre reti della zona.
Pero avevo fatto, per me, l’osservazione che le nostre esercitazioni avvenivano di solito in coda
a quelle militari NATO vere e proprie perché, più di qualche volta, si doveva ospitare qualche militare
presunto “importante”, anche di altre nazioni, per poi farlo esfiltrare passandoli ad altre reti, dopo la
loro identificazione, compreso il particolare rilevamento delle impronte digitali e trasmissione delle
stesse con gli altri dati alla Centrale.

Credo che tutti gli appartenenti alla rete abbiano operato con il massimo impegno, ognuno
mettendo del suo per la migliore riuscita di quanto eravamo chiamati a svolgere.
Posso affermare che, il personale estero, di altre nazioni aderenti alla NATO, che qualche rara
volta è entrato a far parte nelle nostre esercitazioni, osservando il nostro impegno e modo di operare,
credeva nella nostra appartenenza alle Forze speciali dell’Esercito abituate a operare in quella
maniera; quindi, ci avevano considerati dei professionisti.
Ricordo, grossomodo, che la nostra rete era composta di una ventina d’elementi, ma quelli che
sempre operavano erano circa la metà, forse sette o otto erano le riserve. Questi dati ho potuto stimarli
dopo la pubblicazione dei nostri nomi.
A proposito della pubblicazione dei nostri nomi (in quel momento, avvenuto in maniera
completa nome e cognome e l’accostamento al codice della struttura militare segreta, si è saputo che
si faceva parte dell’organizzazione Stay Behind o Gladio – definizioni del tutto non ben chiare, in
quel momento); penso che tutti sappiano quello che è successo ma se non lo sanno è perché non
vogliono sapere, soprattutto per le tragedie che la tal cosa ha provocato in qualcuno di noi, a qualche
nostra famiglia. La stampa più di qualche volta ne ha parlato enfaticamente.
Non tanto per me personalmente ma, penso. per esempio, a mio fratello Luciano, quando sua
moglie è venuta a sapere che il figlio Aldo faceva parte dell’organizzazione: Aldo, perito
commerciale, venticinquenne, frequentava la Scuola Sottufficiali di Viterbo e, assolutamente, la
madre non era mai stata informata di questa ulteriore particolare militanza. Mi sembra logico che lei,
come sposa e mamma, si sentisse in un certo senso ingannata appunto dal marito e dal figlio. Invece,
Luciano e Aldo, del resto tutti noi, come “soldati”, per il giuramento “sottoscritto”, la “consegna
ricevuta”, neanche con le persone più care, le più intime, avevamo palesato la tal cosa.
Luciano che aveva un commercio abbastanza ben avviato, dopo la pubblicazione dei nomi, ha
perso la maggioranza dei clienti del circondario. Per lui è stato un dramma: ricercare fuori zona nuovi
clienti; sacrifici d’ogni sorta per riuscire a sopravvivere. Infine si è ammalato; tanto fa, che ha dovuto
chiudere l’attività. Poi, il 2 marzo 2001, come si usa dire, è andato avanti.
Queste in estrema sintesi sono le cose successe, oltre che raccontarcele tra di noi, a chi bisogna
esporle per mitigare le brutte ferite morali e non solo, provocate con la pubblicazione dei nomi.
Cosa si può dire di fronte all’arroganza del potere del Presidente del Consiglio dei Ministri
Andreotti che non si è curato degli impegni presi; della sua dimenticanza della nostra firma posta
sotto la clausola “segretissimo” e degli impegni del Governo verso la NATO.
Strano ma vero, il Magistrato Casson è stato capace di farci vedere, di dimostrarci la sua potenza
e dall’altra parte farci valutare i meriti, la competenza, il coraggio di coloro che ci governavano.
Cosa si può dire di fronte all’abbandono totale nei nostri confronti da parte delle autorità
militare; o dei nostri superiori come i signori Paolo e Giorgio, nostri comandanti militari, in quel
preciso momento che fine hanno fatto. Per lo meno avrebbero dovuto dimettersi. L’unico, per quanto
mi è dato di sapere, è stato il nostro ex comandante militare, il Signor Bepi di Udine, al quale si è
rivolto mio fratello Luciano con Giorgio di Monfalcone per sapere sul da farsi di fonte a quel segreto
militare che eravamo vincolati e, relativamente, al comportamento da tenere di fonte ai prossimi,
sicuri, interrogatori ai quali dovevamo sottostare ai Magistrati. E’ stato il signor Bepi per primo a
dirci con sicurezza e chiarezza che il segreto militare era decaduto, perciò liberi di parlare e spiegare
ogni cosa.

Cosa si può dire di fronte alle accuse alle quali siamo stati lasciati soli di fronte ai mass media
che ci accostavano a tutte le ignominiose malefatte di quegli anni: traffici di ogni genere, mafia, uno
bianca e via discorrendo.
Cosa si può dire del Presidente della Repubblica Scalfaro, capo delle Forze Armate, che non si
è degnato di aprire bocca in nostra difesa.
Questi sono stati gli interrogativi che mi hanno fatto pensare non poco: in che mani eravamo
andati a finire. Questi signori mi sono sembrati personaggi eticamente poveri, arroganti, indegni di
coprire le più alte cariche dello Stato.
La nostra fede nei valori della Patria, di accentazione del sacrificio per l’Italia, nella fedeltà
nelle Istituzioni, mi è sembrata travisata. Ero sicuro che la mia disponibilità sarebbe stata apprezzata
ma, in considerazione di come sono andate le cose, qualche dubbio non sono riuscito ancora a
dissiparlo.


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