I patrioti della Stay Behind non cercano visibilità per sé quindi chiedono di essere citati per nome, esattamente come facevano durante la loro attività svolta al servizio della Repubblica, pronti a difenderla anche con le armi!
Roberto, classe 1938
Prima di iniziare a raccontare la mia esperienza nello Stay Behind, premetto che qui a Udine
il pericolo di una invasione si sentiva; si sentiva soprattutto l’attrito con la Jugoslavia di Tito. Noi
avevamo i confini caldi a Gorizia, Trieste e tutta questa zona che era nella prossimità del confine con
la Jugoslavia.
Alla fine della guerra, questo me lo hanno raccontato persone che ho conosciuto, e ne ho
conosciute diverse, i paletti che indicavano la linea di confine venivano spostati di notte dagli slavi,
per poter recuperare dei piccoli appezzamenti di terreno; quando poi gli italiani si rendevano conto
dello spostamento dei paletti, la notte seguente spostavano i paletti fuori dal territorio italiano per
ristabilire il confine.
Ogni tanto venivano fuori degli scontri durante i quali ci sono scappati anche dei morti,
purtroppo. La cosa poi, alla bene e meglio, veniva messa a tacere ma quello era un periodo nero
per l’Italia, in primis, e soprattutto per questa zona. Alla fine dei conti noi abbiamo sempre temuto
un’invasione jugoslava. E quindi c’erano tanti che, per paura o per essere pronti nell’eventualità, si
organizzavano in gruppi. Ma erano più che altro gruppi formati da amici e conoscenti: io ne ho
conosciuto qualcuno e, in particolare, ricordo di un certo Di Ragogna che era uno dei nostri, di
Trieste, tuttora in vita anche se non in buone condizioni fisiche, il quale a suo tempo era uno di
quelli che davano anima e corpo pur di continuare a portare avanti la lotta per riconoscere la piena
italianità di Trieste in un periodo caldo, anzi caldissimo.
Poi vivere qui ad Udine era già qualcosa di diverso dal resto della regione perché noi, sì,
sentivamo qualcosa, qualche notizia arrivava, le voci giravano, ma la città difficilmente era
raggiunta da queste tensioni e contese. Non so cosa aggiungere di più ma dicendo che era una
zona calda credo di avere detto molto. Altro, in particolare, non è che l’abbia vissuto in prima
persona quindi racconto solo quello che mi è stato riferito perché ero anche io abbastanza giovane
in quegli anni.
Per esempio anche di Porzus molti giovani non sanno neppure cosa sia. Perché
condividevamo gli stessi ideali di quelli che sono stati massacrati alle malghe di Porzus, perché
condividevamo gli ideali di coloro che, ripeto massacrati, avevano portato avanti la lotta
partigiana; una lotta partigiana macchiata dalla politica, una politica che era in mezzo allo
scontro tra partigiani garibaldini e partigiani osovani. Se penso che ancora oggi non riescono a
mettersi d’accordo!
C’è stato un giornalista che un giorno, invitato ad un incontro che si teneva in Prefettura a
Udine, ha detto che fino a quando saranno vivi anche un solo partigiano della Osoppo ed un solo
partigiano della Garibaldi non si riuscirà a fare chiarezza e la Storia non riuscirà ancora a scrivere
in modo chiaro come sono avvenuti realmente i fatti.
Quindi noi volontari dello Stay Behind, quando ci siamo costituiti in associazione, abbiamo
creduto bene, chiedendo anche a loro il permesso abbiamo scelto come sede morale le malghe
di Porzus perchè condividevamo gli ideali dei partigiani della Osoppo, uccisi dai partigiani della
Garibaldi. E loro sono stati molto felici dell’iniziativa. All’inizio però non compariva sulla nostra
carta intestata ma in seguito ci siamo accorti della bontà della cosa e lo abbiamo fatto. Noi, ripeto,
condividevamo i loro principi e credevamo nelle stesse cose per cui loro hanno combattuto. Poi
ognuno, come tutte le cose, l’ha presa come ha voluto ma purtroppo quello che è successo a Porzus
è tato tra gli episodi peggiori che sono accaduti durante la guerra. Come ben si sa, la resistenza
qui è stata attiva lungo tutto il confine, da Trieste a Gorizia, perchè noi che ci sentivamo italiani
non abbiamo mai condiviso la politica di Tito per tutto quello che era successo e quindi abbiamo
ritenuto giusto ritenerci degli “osovani”.
D’altronde era fuor di dubbio che il Partito Comunista Italiano avrebbe appoggiato una possibile
invasione sovietica. Tito spingeva per riportare i confini dentro le zone delle valli del Natisone
rivendicando la natura slava delle terre. Per Tito le zone che abitavamo noi era terra loro, era terra
degli slavi. Basti vedere il forte interesse manifestato per Trieste: alla fine della guerra uno dei
peggiori momenti, anche per noi, è stato nel 1953 quando abbiamo dovuto mandare delle truppe
lungo i confini perché si temeva che le truppe jugoslave, con qualche mossa azzardata, riuscissero
a passare i confini e a penetrare in territorio italiano. In seguito credo che l’invasione più temuta
ed appoggiata dall’interno sarebbe stata quella condotta dai paesi dell’Est europeo.
Poi, per assurdo, ad un certo punto l’atteggiamento di Tito ci dava anche più sicurezza,
quando ci fu lo strappo con Mosca, perché se Mosca voleva invadere l’Italia passando dal confine
orientale avrebbe dovuto passare prima per la Jugoslavia e lì, forse, si rimane pur sempre nel
campo delle ipotesi, Tito impedendo agli eserciti guidati da Mosca di passare per la Jugoslavia
si sarebbe comportato in modo tale da evitare che il territorio italiano venisse invaso.
Mio padre che era ufficiale del Corpo degli Alpini ad un certo punto non avendo aderito alla
Repubblica di Salò salì in montagna con i partigiani della Osoppo ed ha continuato fino a che non
è stato preso, arrestato e portato in un campo di concentramento da cui non ha fatto più ritorno.
Quando poi è morta mia madre io ho trovato nei cassetti corrispondenza e lettere di diversi
partigiani che le scrivevano perché durante la resistenza faceva da tramite con le famiglie di coloro
che combattevano in montagna.
A quel punto io volevo saperne qualcosa di più perchè credevo che, essendo mio padre un
ufficiale, fosse andato in guerra a combattere e che avesse raccontato a qualcuno dove era stato,
dove avesse combattuto. Cominciai a fare delle ricerche perchè con mia madre era difficile
parlarne visto che ogni volta che io chiedevo qualcosa lei stava male o evitava di darmi una
risposta chiara. Quindi, a casa, ho smesso di chiedere. Ma ero rimasto con quella curiosità di
sapere qualcosa in più su mio padre e sulla sua esperienza. E quindi mi sono rivolto a quelli che
lo conoscevano.
Dopo, trovando queste lettere e parlando con queste persone, ho capito che lui aveva lasciato
l’esercito ed era entrato nelle file partigiane, nella Osoppo. E quindi, partendo da lì, ho voluto
sapere qualcosa in più della Osoppo ed è per questo che ho cominciato a fare le mie ricerche
andando a chiedere a quelli che avevano vissuto l’esperienza della guerra, a chi aveva combattuto.
Dalle carte trovate nei cassetti di casa ho capito che mio padre era una sorta di informatore per i
partigiani osovani perché aveva sì lasciato l’esercito ma dal momento che abitavamo a Tricesimo
ed il comando della Julia di cui faceva parte era a Udine, era uno dei pochi che poteva prendere
il tram per venire ad Udine, andare al comando, e tornare a Tricesimo per riferire informazioni,
portare ordini, portare armi ai partigiani. Si dava da fare, insomma.
Risulta dalle carte che nel 1945 Tricesimo fosse uno snodo cruciale tra la città e tutta la zona collinare e quindi si prestava benissimo a portare questi ordini alle truppe che
combattevano i tedeschi. Allora ho pensato: “se mio padre viene fuori dall’esercito e si mette
con la Osoppo e fa da informatore, qualcosa devi esserci sotto”. Leggendo dei libri avevo
trovato che in modo particolare gli Stati Uniti, la Francia, Israele si erano organizzate in modo
da poter disporre di organizzazioni di civili supportati da militari (altrimenti i civili da soli non
possono fare niente) e mi sembrava molto strano che in Italia, considerati i confini caldi e una
situazione non propriamente stabile, noi che eravamo in questa particolare posizione nello
scacchiere internazionale, con la Jugoslavia vicina e a ridosso del blocco orientale, non si fosse
provveduto alla formazione di strutture e organizzazioni del genere. E allora ho cominciato a
chiedere un po’ in giro e a fare domande a chi poteva saperne qualcosa. Tutto era molto vago:
c’era chi non sapeva nulla, c’era chi sembrava a conoscenza di qualcosa, c’era chi condivideva
la mia idea della possibile e probabile esistenza di organizzazioni di tale genere.
Un generale dell’esercito che era stato anche un informatore, uno di quelli che andava in
missione all’estero per vedere e controllare cosa accadeva nei paesi vicini al nostro per poi riferire ai
suoi superiori mi disse qualcosa. E per questo motivo cominciai a fare queste ricerche. Morale della
favola? Sono entrato nella struttura nel 1978.
Quando mi hanno contattato, mi hanno detto: “sai, in caso di invasione, c’è una certa
organizzazione che si sta addestrando perché potremmo essere, in caso di necessità, dei
patrioti che, a differenza di quelli che hanno combattuto durante la seconda guerra mondiale che si
erano uniti in un movimento spontaneo, questi si organizzano in tempo di pace per essere pronti
qualora si verificasse una invasione”. Mi chiesero se avessi voluto farne parte. A me, ovviamente,
andava più che bene perché non aspettavo altro.
Quindi non ha avuto nessun dubbio sulla decisione da prendere. No, nessun dubbio. Anzi! Ricordo
che al mio amico dissi queste parole: “era l’ora che vi svegliaste, o dovevo scoprirvi per conto mio?”.
Mi ricordo che mi arrabbiai perché in precedenza non mi aveva detto niente di questa struttura e
mi arrabbiai molto anche in virtù della forte e lunga amicizia che ci legava. Ma anche lui, povero,
che doveva fare, era entrato un paio di anni prima! Se si pensa che quando facevano gli accertamenti
alle volte si andava dall’anno ai due anni prima che dessero il benestare all’ingresso avrebbero
anche potuto avermi segnalato da molto tempo ma doveva passare del tempo prima di essere
finalmente arruolato ed inquadrato nella struttura. Ricordo che responsabili del reclutamento
andarono a chiedere informazioni al parroco presentandosi come due carabinieri. È stato lo stesso
parroco a riferirmi dell’accaduto perché piuttosto allarmato dal fatto.
Il fatto è che forse avevano notato il mio spirito: io sono un militarista, lo sono sempre
stato, vuoi per mio padre, vuoi per la mia mania di fare ricerche, vuoi per i richiami militari
che facevo e continuavo a fare, essendo bancario, potevo fare questo e quello, anzi, venivo
pagato da entrambe le parti ed i corsi che facevo, i richiami militari, li consideravo come un
periodo di ferie autorizzati dall’Esercito. Una cosa però posso dire con franchezza: ho sempre fatto
tutto con convinzione, quindi penso di aver dato dimostrazione che ci tenevo molto. Per le altre
cose non so cosa potevano aver visto in me; non vedo altro, sinceramente.
Noi avevamo un rimborso spese per quando andavamo giù a Roma perché dovevamo
raggiungere la capitale per essere portati a Ciampino da dove in aereo venivamo portati a
destinazione.
Poi ci rimborsavano le spese vive delle esercitazioni che facevamo qua in loco quando
dovevamo preparare tutto e quindi anche comprare il necessario per fornire da mangiare e ad
alloggiare i militari che ci venivano “consegnati” per l’esercitazione. Tutto qui. Per quanto riguarda
Gladio era una sorta di paghetta, un rimborso spese. Uno stipendio no. Mai.
Non sapevamo di essere in Sardegna, gli oblò erano tutti oscurati. Anche quando
scendevamo ci facevano passare sotto un piccolo tendone messo intorno alle scalette dell’aereo
per poi entrare in un pulmino chiuso e oscurato anche questo. Non volevano farci sapere dove
stavamo andando. Non sapevamo dove eravamo e dove ci stavano portando. Io sono andato in
Sardegna più volte, così come pure nei pressi di Cerveteri.
Una volta arrivati a Roma ci contattavano con dei segnali particolari: che so, dovevi avere
un giornale sotto braccio oppure la pipa in bocca in modo che uno dell’organizzazione che sapeva
che saresti arrivato a quell’ora precisa ti avvicinava, ti caricava sul pulmino con cui ci portavano
a Ciampino e, da qui, in una località sconosciuta.
Per partecipare ai corsi ed allontanarsi da casa senza dare nessun sospetto,la mia fortuna è stata quella
di poter sfruttare i richiami militari. Sapendo che io ero un patito di cose militari e affini, avendo
frequentato il corso per ufficiali a suo tempo, io ho partecipato a tutti i richiami militari per
avanzamento e quindi non avevo problemi. Esistevano anche dei richiami di aggiornamento. Quelli
di aggiornamento potevano avvenire anche una volta l’anno, ogni anno. Quando andavo giù
all’addestramento per Gladio alla famiglia e agli amici dicevo che andavo a fare un corso di
aggiornamento. Io avevo la possibilità di dire, anche se andavo in Sardegna, che in realtà andavo a
San Candido e loro, organizzati molto bene, se dovevo, per fare un esempio, inviare a casa una
cartolina te la facevano partire da San Candido. Dico San Candido perché quando sono andato lì per
uno di questi richiami avevo stretto amicizia con il colonnello Palumbo, che era comandante della
caserma ed io ho usufruito di questa amicizia per dire alla famiglia che, se il richiamo era per
esempio nel periodo invernale, il colonnello Palumbo voleva che andassi a fare una settimana bianca
come suo ospite.
A casa la mettevo in modo che fossero loro a dirmi di andare: dicevo che non sapevo se accettare
e loro mi dicevano di andare e di approfittare dell’amicizia importante di un colonnello. Come detto,
a quel punto erano loro che mi stuzzicavano e mi spronavano ad accettare l’invito. Quindi riuscivo ad
andare via e a non dare nell’occhio e a non fare venire il sospetto a nessuno.
Anzi, tra i vari corsi che facevamo al corso di addestramento l’unico che non ho mai frequentato
era quello di propaganda e questo perché il corso di propaganda veniva fatto di solito una o due
settimane prima di natale, o comunque in quel periodo, ed era un po’ difficile per me vuoi perché
in banca difficilmente mi concedevano le ferie se non le programmavo anticipatamente, ma questo
non era possibile farlo perché non si era sicuri che il corso venisse fatto sempre in quei giorni,
vuoi perché sotto Natale cominciavano a venire amici e parenti e tra questi c’era sempre
l’amichetta della mia signora che le diceva di stare attenta perché io avrei detto che andavo via
per queste cose ma in realtà chissà cosa stessi facendo. Propaganda quindi non l’ho fatta per questo
motivo, gli altri corsi li ho frequentati tutti.
Ebbi la certezza di trovarmi in Sardegna quando dopo essere atterrati notai un certo tipo
di vegetazione. Queste cose, sarò fissato, erano per me normali perché mi piaceva fare ricerche
e sapere le cose. Allora cosa ho fatto? Ho cominciato a fare ricerche su dove si trovava quel tipo
di vegetazione, in quali luoghi crescesse e una volta scoperto che si trovavano sulle isole ho cercato
quelle che potessero avere una pista di aviazione militare. Ecco la Sardegna. Tra tutti quelli che
erano di servizio alla base c’era solamente un componente che aveva un accento tipicamente sardo
però siccome c’era un altro che aveva una cadenza da meridionale, uno che parlava in toscano e via
discorrendo, perché dovevamo essere proprio in Sardegna? È successo, una volta, un episodio
particolare. Vede come succedono le cose? Uno di noi esterni ha rotto l’orologio e ha chiesto se si
poteva aggiustare e loro hanno risposto che non c’erano problemi di sorta. Un ragazzo che ci seguiva, militare dell’organizzazione, ha portato ad aggiustare l’orologio e quando è tornato
glielo restituì nel pacchetto del negozio, pacchetto che però riportava il nome e l’ubicazione
dell’esercizio che lo aveva riparato. Sul pacchetto c’era scritto Alghero. Era stato un errore, una
sbadataggine del militare, ovvio. Per il resto non potevi sentire la radio oppure erano silenziate
le stazioni locali, potevi leggere i giornali a tiratura nazionale e cose del genere. Anche a pranzo,
per esempio, l’acqua minerale era di una marca nazionale, non locale. Tutto era organizzato nei
minimi particolari. Che atmosfera di respirava al Centro Addestramento Guastatori dove tenevate
questi corsi? Ah, bellissimo! Bello! Bello! Tutto bene.
Anche con gli istruttori andava tutto bene ed andavamo d’accordo, istruttori
preparatissimi. Io posso dire che ho fatto diversi richiami militari ma ho imparato più da quelle
settimane che nei richiami da quarantadue giorni che facevo per l’esercito perché gli istruttori di
Gladio erano gente preparata che aveva organizzato tutto per filo e per segno. Tutte le materie
che dovevamo conoscere venivano svolte dalla A alla Z e se c’era qualcosa che non andava
facevano e rifacevano fino a che tutti i presenti non avevano capito.
Tutti quanti erano molto disponibili, noi non eravamo mai più di dieci persone. Naturalmente
anche noi per non conoscere più dello stretto necessario per interagire, ci conoscevamo e ci
chiamavamo per nome ma non sapevamo i cognomi e tanto meno le regioni di provenienza. Certo è
chiaro, se con noi c’eri tu capivo che non eri siciliano come se c’era un veneto era chiaro che lo
riconoscessi subito. L’addestramento era fatto insieme a persone che provenivano da posti diversi dal
tuo luogo di provenienza per fare in modo che non ci saremmo più incontrati di nuovo.
Quando arrivavamo alla scuola dovevamo lasciare le varie radioline, macchine fotografiche
e quant’altro; uno degli esterni si è tenuto con sé la macchina fotografica. Nel libro Gladio di
Pannocchia e Tosolini c’è una fotografia dove si vede il mare che è quella che lui ha fatto con
quella macchina fotografica.’ Io lo posso garantire perché questo era un elemento che, poi, in
seguito, sarebbe dovuto entrare a fare parte della mia rete e anche per questo motivo lo abbiamo
rifiutato. Io, ad essere sincero, lo avevo rifiutato perché faceva anche dei discorsi strani che non
mi tornavano più di tanto perché era uno di quelli che non si fidava di nessuno. Lui mi ha
raccontato che si era tenuto la macchina fotografica perché sua moglie gli aveva detto (si vede
che alla moglie lui aveva riferito o meglio aveva avuto il permesso di riferire alla moglie) “se poi
dopo non torni? E se l’organizzazione non è legale?” e lui, si vede anche perché temeva qualcosa,
ha fatto quella fotografia e se l’è tenuta fino a dopo il 1990, fino a quando non è venuto fuori
tutto. Dopo di che si vantava anche del fatto che li aveva fregati, che era riuscito a tenersi stretta
la macchina fotografica e a riuscire a fotografare questo posto tanto segreto. Questo, lo ripeto,
era uno che doveva entrare nella nostra rete. Posso dire che non ha fatto mai una esercitazione con
noi, neanche una.
Quando sono entrato io in Gladio sono entrato a far parte di una rete già esistente ed era il nostro
capo area che ti destinava in una rete piuttosto che in un’altra. Però eravamo tutti del posto.
Qui ad Udine c’era una rete, a Cividale che è a 17 km c’era un’altra rete indipendente dalla nostra, a
Nimis, 20 km da qui, c’era un’altra rete. Quindi se io ero di Udine difficilmente mi avrebbero mandato
a fare parte di un’altra rete. Non ti imponevano nessuno: venivi inserito nella rete, ti facevano
conoscere la tua rete e basta, di tutti quelli che facevano parte della struttura erano una decina le
persone che conoscevi. Ci si rendeva conto nel momento in cui si cominciava ad operare se
l’elemento inserito era valido o non valido, idoneo o non idoneo. Devo dire che nella nostra rete,
tranne quello che aveva scattato la fotografia, non ne abbiamo trovati altri che non fossero idonei
all’azione. Erano tutti affidabili ed ottimi ragazzi. Non ho mai avuto dubbi sulla legalità della
struttura, sia per quello che avevo visto ai corsi di addestramento sia per quello che facevamo con la
nostra rete. Per tutto il periodo in cui ho fatto parte della organizzazione io non ho mai dubitato di niente, tanto meno della legalità della struttura e si che era gente che ne aveva passate e vissute di
peggio per cui erano più propensi ad una azione più decisa e senza tanti pensieri e ripensamenti.
C’erano poi i NASCO, ma avremmo saputo dove trovarli solo in caso di invasione, solo in caso
di necessità. Quindi, noi non eravamo in nessun modo armati.
Mai, e ribadisco mai, si è parlato di politica e tanto meno di lotta interna al comunismo.
Ricordo che uno al corso fece una domanda che era pressappoco questa: “se dovessero andare al
governo i comunisti, noi cosa facciamo?”. Gli fu risposto in modo chiaro: voi, intanto siete
esterni, siete qui perché volontariamente avete deciso di fare parte di questa struttura e quindi
niente vieta che la possiate lasciare nel momento in cui lo riteniate opportuno. Un domani ognuno
avrebbe fatto ciò che riteneva giusto fare, si sarebbe comportato nel modo che reputava migliore.
Ci disse il responsabile che non poteva garantire che questa organizzazione sarebbe potuta
esistere anche dopo. D’altro canto i comunisti credo non sapessero niente di questa struttura se
non per vie traverse ma non ne sono sicuro. A noi non hanno mai parlato di lotta al comunismo,
mai parlato di affari politici, mai parlato di politica. Solo questa domanda, legittima, ricordo
perché ero presente anche io. Poi, per il resto si parlava di invasione.
Caso Moro e Dozier. Ne hanno parlato tutti i giornali: io sono dentro questa
organizzazione, perché non mi date qualcosa da fare? L’unica cosa che ci hanno detto di fare è
stato di tenere gli occhi aperti (quello sì, ma questo dovrebbe farlo chiunque) perché se
avessimo avuto dei sentori di qualcosa di poco chiaro un buon italiano, ci dicevano, avrebbe
dovuto avere l’obbligo di avvertire chi di dovere. Questo ci è stato chiesto: ci è stato chiesto
di stare con gli occhi aperti ma non ci hanno dato incarichi particolari, solamente tenere gli
occhi ben aperti e le orecchie ben distese.
Io, se mi avessero detto a suo tempo che avrei dovuto fronteggiare i comunisti, se me lo
avessero chiesto allora, tutto sommato, probabilmente, lo avrei anche fatto. Oggigiorno non lo
farei. Ma allora che ero così convinto in quello che facevo, che frequentavo questi corsi di
addestramento che erano fatti bene e che avevano questi istruttori preparatissimi non vedo
perché non avrei dovuto farlo! Devo dire che sono rimasto un po’ deluso per questi due casi in cui
potevamo dare una mano ed in cui non ci hanno utilizzato perché non ci avevano dato la possibilità
di fare qualcosa. Io abitavo ad Udine e magari non facevo niente, però nella zona di Udine c’era
anche un certo Vinciguerra che abitava a meno di 200 metri da casa mia e guarda caso nella casa in
cui abitava Vinciguerra c’era uno della mia rete. Vedi? Poteva essere utile. Tu mi potrai dire che se
avesse visto qualche movimento strano avrebbe potuto avvertire lo stesso i Carabinieri ma io ti dico
che magari se non ti viene chiesto neppure ci pensi. Io non avevo un compito specifico. L’unica
cosa che non dovevo fare era prendere iniziative! Nella nostra rete eravamo addestrati a fare tutto:
dagli esplosivi alla lettura delle carte topografiche. Noi ci si riuniva e si faceva tutto assieme ed
era poi il capo ad assegnare i compiti e a dare gli incarichi che non erano mai gli stessi. Noi
dicevamo: perché questa cosa devo farla solamente io? Oppure perché deve farla solo il capo?
Un domani, metti il caso, ti rompi una gamba e tu non puoi muoverti chi lo fa al posto tuo? Se
arriva il nemico e ti fanno fuori, per esempio, chi riconosce le impronte? Noi dieci facevamo
tutto. Poi è chiaro che c’era chi era più portato a fare una cosa rispetto ad un’altra. Ricordo che una
volta c’era un capo partigiano che è morto da poco, a 92 anni, che non riusciva a leggere le carte
topografiche, non riusciva a capire come leggerle, le scale, i rapporti, niente. Ricordo che una volta
si arrabbiò anche con il nostro capo che gli aveva fatto una domanda sulle carte topografiche.
Questo si è alzato e cominciò a urlare “ma a cosa servono le carte? Se io devo fare un domani il
partigiano nella zona mia, io conosco tutta la zona del Friuli. Venite su da me e vediamo chi fa
prima ad arrivare da un punto all’altro!”. Ma questo era uno che aveva combattuto e che conosceva
la zona palmo a palmo e non aveva attitudine per queste cose ma per altre ci batteva 100 a 0.
Quando ci addestravamo nella lettura delle cartine magari il nostro capo non lo chiamava neppure
perché era tempo perso. Altrimenti noi facevamo tutto e assieme. Quelle divisioni che leggi
anche sui libri noi non le seguivamo. E gli ordini li davamo noi, tutti assieme. Il capo rete
magari ci diceva che dovevamo simulare un aviolancio e ci si organizzava, si decideva chi
andava, chi doveva fare cosa. Si chiedeva se fossero disponibili soprattutto e innanzitutto. Era
chiaro che uno era più portato dell’altro per fare una cosa ma, ripeto, parlo per la mia rete,
eravamo pronti e capaci a fare tutto. Cosa che ritenevamo importante: uno doveva essere in
grado di sostituire un altro e questo doveva essere in grado di sostituire un altro e così via.
Con lo spirito mio, come dire, mi metto a ridere perché dopo gli eventi del 1990 che ci
hanno messo in pessima luce dal livello politico in giù, non lo rifarei, questo lo dico sinceramente,
perché sono rimasto deluso. Ma prima del 1990 io ero pronto a tutto, me le andavo a cercare le
cose.
Accennavo prima ai NASCO; noi sapevamo solo che esistevano e che ci avrebbero comunicato
le coordinate per trovarli e dissotterrarli nel momento in cui ne avessimo avuto bisogno. Era il
Servizio Informazioni, il Servizio Segreto, che pensava a nasconderli nei luoghi che riteneva più
idonei.
Nel 1990 abbiamo detto che l’invasione è scongiurata, la struttura è quantomeno congelata, il
governo decide di rivelare l’esistenza di questa struttura. Andreotti, quelle poche volte che è
intervenuto dicendo quelle poche parole a bocca chiusa come era suo solito, non ha mai detto che
eravamo una banda armata ma io la penso come Montanelli che dice questo, anzi lo leggo, perché se
lo dico io pensano tutti che io sia di parte e quindi lo faccio dire da Montanelli come la penso:
“Andreotti sapeva benissimo quel che faceva e lo ha fatto per togliere di mezzo Cossiga e garantirsene
la successione al Quirinale accaparrandosi i voti dei comunisti, gli unici beneficiare di questa
pantomima”. Se con noi Cossiga si è fatto in quattro è perché sapeva come stavano le cose e quando
veniva fuori qualcosa o smentiva o faceva partire la picconata diretta a chi aveva detto qualcosa di
non vero. La figura di Andreotti non ha speso molto per venirci incontro e darci una mano. Questo è.
Anche perché Andreotti se ne è fregato di 600 famiglie che hanno subito tutto quello che hanno subito
e che stiamo subendo ancora, anche se adesso meno perché a nessuno interessiamo più!
Non interessiamo neppure più a quelli che siedono a Roma: in fin dei conti siamo stati arruolati
da loro, eravamo arruolati dal Ministero della Difesa e prestati al Servizio Segreto, istituzione dello
Stato, per addestrarci. Ci siamo addestrati per ben 34 anni e siamo sempre stati a disposizione
gratis. Vuoi riconoscere che siamo stati un’organizzazione, un’istituzione dello Stato? Mettiamo
che i comunisti fossero saliti al governo e l’organizzazione sarebbe continuata ad esistere io o avrei
accettato di rimanere convinto di quelli che erano gli scopi dell’organizzazione oppure non vi avrei
partecipato. Magari qualcuno sarebbe entrato per fare il doppio gioco. Comunque, non era questa
la domanda. Siccome ho visto amici miei che ne hanno subite diverse perché ci sono stati quelli che
sono stati lasciati dalle mogli, uno della mia rete, per esempio, perché non le aveva detto cosa
faceva e gli aveva nascosto questa cosa; ci sono stati quelli che sono falliti e che hanno dovuto
cambiare lavoro; ci sono stati quelli che hanno avuto attentati con le molotov a casa, io non
avrei fatto un solo nome degli esterni dell’organizzazione.
Ho saputo della pubblicazione del mio quando mi hanno telefonato a casa dicendomi di
accendere la televisione perché stavano parlando di questa organizzazione Io l’ho saputo così.
Ho avuto un paio di telefonate di amici che, come tutti, erano increduli perché eravamo
considerati dei “brigatisti”. Io so che alcuni amici miei, ma amici dalla parrocchia, si sono
riuniti per sapere cosa ne pensavano, se io fossi una persona per bene e rispettabile oppure
no, se l’amicizia poteva continuare oppure no. All’inizio quando ci incontravamo non parlavamo dell’argomento per niente. Poi con gli anni, andando avanti e vedendo che le cose non erano come
venivano descritte, ci siamo riavvicinati ed allora saltava fuori anche la faccenda Gladio perché
erano curiosi e volevano sapere come, quando, chi mi ha fatto entrare e cose del genere. Qualcuno
si è arrabbiato perché non lo ho fatto entrare. Qualcuno voleva sapere in modo particolare se
eravamo pagati oppure no ed io, per non dargli soddisfazione, dicevo loro che prendevo molti soldi
e siccome lo dicevo spesso ad un tipo che lavorava nella mia stessa banca ed avendo paura che
andasse a guardare sul mio estratto conto io lo anticipavo dicendo che non li mettevo in banca
perché in banca c’è sempre qualcuno che è complice dei comunisti.
Poi mi chiedeva anche della pensione e io gli rispondevo: “dopo 34 anni vorresti lasciarmi senza
pensione? Non ci danno molto sai, 1.200.000 lire però…devi pensare che tutti i giorni ero a
disposizione, festivi e non festivi”. Ma lo vedevi che ti guardavano con un certo fastidio pensando tra
loro “pure i soldi ha preso questo qua!”. A quello che mi sembrava più onesto dicevo realmente come
stavano le cose. Per cui c’è qualcuno che sa che eravamo pagati ed adesso abbiamo la pensione e
qualcuno che sa che non prendevamo niente.
Mi sono sentito tradito dalle istituzioni. E pensare che io per un primo momento ho anche difeso
Casson perché mi piaceva visto che aveva lo spirito che ho io, era uno che aveva intravisto qualcosa
e voleva andare a fondo. Casson stava indagando su Peteano ed ha messo per caso le mani su
Gladio perché il “carissimo” generale Notarnicola, nel 1989, parlando con Casson ha detto di
trasferimenti di armi, di magazzini, tra militari e civili. Allora io dico: se è vero cosa vai a dire a
Casson una faccenda del genere? Prima parlerai con i tuoi superiori che parleranno con i referenti
politici prima di gettare in pasto ai media e alla magistratura una cosa del genere!
Mi sento tradito dallo Stato. Posso ancora capire i comunisti che pensavano che fossimo una
organizzazione contro di loro e se io fossi stato comunista avrei fatto e pensato come loro, cioè, avrei
dato dentro in maniera diabolica per tirare fuori la verità. Ma le istituzioni democratiche? Noi
gladiatori, da quando ci siamo uniti in associazione, abbiamo scritto a molti di loro, anche al primo
governo Berlusconi, a Bondi, a Previti, ad Andreotti ma non abbiamo mai avuto risposta. Abbiamo
riscritto ma niente. Questi politici pur di non lasciare la propria poltrona o forse perché all’epoca dei
fatti non sapevano se fosse giusto o no, conveniente o no, prendere una posizione sono rimasti lì senza
dire una parola nei nostri confronti.
Noi abbiamo scritto anche a diversi Presidenti della Repubblica: Cossiga è stato l’unico che
ha fatto tanto per noi ma i suoi successori non ci hanno dato nessuna risposta. Scalfaro ha ricevuto
centinaia di nostri telegrammi ma non ci ha dato risposta. Non volevamo niente se non una parola.
D’altronde stavano diffamando dei cittadini italiani e lui era anche il nostro Presidente, qualcosa
poteva ben dire! Noi con l’associazione abbiamo fatto molte riunioni ma sono intervenuti solo
Taradash e Manca a sentire come sono andate le cose e ci hanno aiutato in qualche modo facendo
due interrogazioni a cui hanno risposto il senatore Guerrini ed il deputato Rivera, “giocator de
balon”. Non è che ti ha risposto un uomo di legge oppure qualche navigato politico…no, ha
risposto un giocatore di pallone! Un gio-ca-to-re di pallone! Ci dissero che era difficile
riconoscerci il servizio nell’organizzazione perché prima dovevano recuperare i faldoni di tutti e
questo era impossibile da farsi. Il presidente nostro era l’avvocato Brusin, uomo di legge, che
dopo essersi studiato tutta la vicenda ha scritto al Ministero e al Servizio e ci ha fatto avere i
nostri faldoni. Il famoso giocatore aveva detto che era impossibile!
Gli unici politici che io devo ringraziare sono Cossiga, Taradash e Manca. Abbiamo scritto a
Fini che ci aveva chiesto gli incartamenti. Hai ricevuto risposta? Ricordo che in una assemblea che
avevamo fatto a Roma proprio per favorire l’affluenza e la partecipazione dei politici venne solo il
generale Calligaris, militare e politico, unico politico presente. Non è venuto nessuno. Cossiga era malato e non poteva venire ma speravo che mandasse qualcuno a presenziare.
Con l’associazione ritengo si siano raggiunti dei risultati significativi. Ormai quello che era da dire è
stato detto. Se avessimo combinato qualcosa sarebbe sicuramente venuto fuori ma alla fine anche
magistratura e sinistra politica si sono dovuti arrendere al fatto che noi non eravamo coinvolti in
nessuna strage o fatto delittuoso.
Abbiamo ottenuto che l’opinione pubblica si è ricreduta rispetto a quel che pensava
all’inizio, ed era legittimo e comprensibile, all’inizio, allo scoppio della vicenda, credere e pensare
il peggio. C’è un qualcuno ancora, soprattutto quelli che pensano quel che il partito dice di pensare
e seguono quel che il partito dice bisogna seguire, i quali ti dicono che conoscendoti so che non
puoi averlo fatto però…rimane sempre un però ed un dubbio. Buona parte delle persone che non
ha il paraocchi ha capito che le cose erano veramente come le abbiamo raccontate. Qualcuno mi
chiede chi me lo abbia fatto fare anche alla luce dei risultati ottenuti! Adesso se dovessi chiedermi
se sarei disposto a farlo di nuovo, dico questo: se si verificasse quello che si è verificato fino al
1990 lo rifarei subito perché tutto è filato liscio e tutto è andato come doveva andare. Per quello
che si è verificato dopo, per come non ci hanno sostenuto, per come ci hanno sparato contro, se
dicessi di sì mentirei. Questo per dire che non lo rifarei più perché un paese come il nostro non
merita, soprattutto per questioni politiche che complicano sempre tutto. Mi dispiace dover dire
questo perché mio padre per le sue idee e l’amore per l’Italia è finito in un campo di
concentramento e non è più tornato ma per me l’Italia e, soprattutto, i suoi politici, non merita
una disponibilità come quella che abbiamo dato noi. Io lo rifarei in Inghilterra. Noi ne abbiamo
subite troppe, dalle istituzioni, da alcuni militari che non vedevano l’ora di offrirsi ai giudici ed
ai giornalisti per raccontare quel che sapevano. Questo è un brutto vivere e quindi, non so, non lo
rifarei.
Dopo tutto cosa chiediamo? Chiediamo che ci venga riconosciuta l’associazione d’arma solo
per poter andare con il nostro berretto e vessillo a fare le sfilate. Chiediamo troppo? Il disegno di
legge che ha presentato Cossiga, che fine ha fatto?