I patrioti della Stay Behind. La nostra storia. Silendo Libertatem Servo.

Un eroe silenzioso.

I patrioti della Stay Behind non cercano visibilità per sé quindi chiedono di essere citati per nome, esattamente come facevano durante la loro attività svolta al servizio della Repubblica, pronti a difenderla anche con le armi!

Giorgio, classe 1937

Regolarmente arruolato con la classe 1937, sono stato posto in congedo anticipato illimitato ai sensi dell’art. 85 n.2 del T.U. delle disposizioni sul reclutamento del R.E. approvato con R.D. del 24 febbraio 1938 n.329.
Ho partecipato alla nostra Assemblea del 1993 a Redipuglia e, successivamente, sono sempre stato presente a tutte le riunioni degli Organi Direttivi dell’Associazione; per un sopravvenuto improvviso ed imprevedibile impegno non ho potuto presenziare alla stipulazione dell’atto costitutivo della “Associazione Italiana Volontari Stay Behind”, avvenuta il 4 febbraio 1994, nonostante avessi dato i miei dati personali al notaio rogante. Nell’ Assemblea dell’Associazione, tenutasi a Udine il 26 marzo 1995, sono stato eletto componente del Consiglio Direttivo ed ho mantenuto tale carica fino ad oggi, salvo un breve periodo durante il quale sono stato eletto componente il Collegio dei Probiviri. Nell’anno 1998 sono stato nominato, dal Consiglio Direttivo, Vice Presidente dell’Associazione e, nell’Assemblea del 30 aprile del 2011, sono stato eletto Presidente.
La mia educazione ha risentito fortemente dei sentimenti che hanno animato mio padre ed i miei due fratelli che hanno prestato servizio militare in sanguinosi periodi bellici. L’attaccamento alla Patria ed ai suoi valori era un argomento che leggevo nei vari libri che si trovavano in casa e del quale ne sentivo parlare molto; da mio padre, insignito di “Croce al merito di guerra” che, pur non essendo di carriera, ha prestato servizio militare nella Regia Marina, dal 1911 in poi, durante i vari conflitti che hanno visto coinvolta l’Italia e dai miei fratelli, che hanno prestato servizio militare (R. Marina e R. Aeronautica) durante la seconda guerra mondiale. Ritengo che il mio carattere sia sempre stato influenzato e plasmato dall’orgoglio di essere, prima di tutto, cittadino italiano. Il mio comportamento è sempre stato improntato al massimo rispetto per il prossimo; la mia cultura ha sempre avuto, come valori di riferimento, i principi di libertà, di giustizia e di pluralismo democratico. Il mio motto è “non fare agli altri ciò che non vorresti fosse fatto a te e fai agli altri tutto il bene che vorresti che gli altri facessero a te”.

Su queste fondamenta morali ho costruito la mia vita e i miei rapporti e questo modo di pensare e di agire ha determinato anche la mia appartenenza alla rete italiana “Stay Behind”. Infatti, un carissimo amico, che frequentavo da tanti anni, dopo avermi lungamente soppesato e dopo essersi fermamente convinto che possedevo le necessarie motivazioni ideali, mi ha fatto presente che c’era la possibilità di poter essere accolto, se io lo avessi voluto, in una organizzazione militare legittima, ma segreta, nella quale avrei trovato uomini d’onore che professavano i miei stessi principi e che erano pronti e preparati a difendere la Patria nel caso fosse stata minacciata la sua integrità e la sua libertà. Conoscendo le altissime doti morali del mio amico, non ho avuto alcuna esitazione ad autorizzare l’inizio (novembre 1977) del percorso “burocratico” che mi ha portato all’arruolamento “ufficiale”. Sono stato arruolato a tempo indeterminato il 26 maggio 1978 dallo Stato Maggiore della Difesa e sono stato “congedato”, il 24 dicembre 1990, in modo sfacciatamente beffardo.

Ricordo la indescrivibile emozione che ho provato quando, la sera precedente il primo giorno di inizio del corso basico, ho indossato gli indumenti militari per la prima volta nella mia vita. Ad ogni successivo ripetersi di questa operazione, ho sempre rivissuto la stessa sensazione che, suppongo, ogni cittadino fedele servitore della Patria provi nel sentirsi investito della responsabilità di adempiere al preciso e gratificante dovere di vigile e silenzioso custode della libertà della sua Terra, dei suoi confini, dei suoi concittadini. Durante i vari periodi di “reale militanza” mi sentivo militare precario ma, contemporaneamente, anche effettivo e legittimo, sentivo cioè gli stessi doveri di chi era in servizio permanente e, quindi, cercavo di adeguare a tale delicato ed impegnativo compito il mio comportamento.
L’addestramento primario, l’istruzione e le prime esperienze pratiche si svolgevano presso una speciale base che era ubicata in Sardegna (a sud di Capo Poglina), a pochi chilometri da Alghero. Era stata progettata e realizzata in modo esemplare tanto che, nonostante sorgesse in prossimità di una strada di discreto traffico e nonostante che, per accedervi, si dovesse attraversare il cortile di altri padiglioni (a noi preclusi) dello stesso compendio, era assolutamente fuori dalla portata di occhi indiscreti. Le camerette, ubicate nel padiglione (identificato come Palazzina “C”) destinato al nostro alloggiamento e scuola di formazione, erano molto confortevoli e salubri e gli ambienti in genere ampi e ben disposti. Oltre alle aule, agli uffici ed alla mensa, esisteva anche un piccolo settore adibito all’intrattenimento in cui spiccava un bigliardo sul quale era stata apposta una targa che ricordava il nome del benefattore che l’aveva fornito, certo signor “Giulio Andreotti”.
L’istruzione e l’addestramento erano effettuati da eccellenti specialisti, veri professionisti dell’arte militare ed era impartito in modo chiaro, preciso e veniva immediatamente verificato tramite apposite immediate dimostrazioni pratiche. Le esercitazioni di formazione si svolgevano all’interno della stessa base, anche di notte, data la completezza delle sue dotazioni. Infatti, sul ristretto spazio di una modesta ma idonea insenatura, trovavano sistemazione una pista per elicotteri, un piccolo aeroporto per aerei leggeri, un porticciolo ben attrezzato, un’area di pertinenza molto ampia in cui erano sistemati dei manufatti che simulavano obiettivi da sabotare, un poligono di tiro ed altre strutture sparse sul terreno che facilitavano l’apprendimento e la indelebile memorizzazione di quanto ci veniva insegnato.
Ho anche partecipato, con orgoglio, a moltissime esercitazioni sul territorio di residenza come recupero di materiale da lanci notturni; esfiltrazioni/infiltrazioni reali (per terra e per mare); controlli e perlustrazioni notturne sui fiumi e sui canali in prossimità delle lagune con natanti dotati di motori silenziati; simulazione di attacchi per sabotaggi distrattivi a tralicci, binari, ponti ferroviari e stradali, centrali idroelettriche, sottostazioni di trasformazione, idrovore delle bonifiche, acquedotti, condutture del gas, oleodotti, uffici pubblici, caserme ed altri analoghi siti sensibili e strategici. Tutte le esercitazioni erano precedute da apposite specifiche riunioni illustrative e decisionali e seguite da altrettante riunioni di verifica durante le quali si cercava di porre rimedio alle eventuali lacune riscontrate prendendo accurata nota delle complicazioni che si fossero eventualmente verificate ed anche di quelle che ipoteticamente si sarebbero potute verificare.


Debbo però lamentare che, nonostante le mie insistenti richieste, non sono mai stato messo nelle condizioni di partecipare ad una esercitazione sul territorio durante la quale si fossero potute verificare le nostre reali capacità operative. Più specificatamente chiedevo che, nella zona in cui dovevamo compiere una esercitazione, fossero state allertate le forze dell’ordine o, quanto meno, una o più nostre reti affidando loro un compito di controllo e di contrasto.
Il verificarsi di episodi significativi, per chi ha esercitato questa attività per lunghi anni, era cosa di ordinaria amministrazione. E, anche se, quando si verificavano, ciascuno di essi lasciava impresso nella memoria un ricordo indelebile, esaminati nel loro insieme e a posteriori, è difficile ricostruire una valida graduatoria significativa. Forse quello che ricordo con più piacere e che continua a generare in me grande soddisfazione, è stato quello relativo ad una speciale operazione eseguita con scrupolosa attenzione e con matematica precisione. Si trattava di collocare, sul fondo di un incrocio di canali, una centralina elettronica, racchiusa in un involucro metallico a tenuta stagna, che avrebbe dovuto rilevare e controllare il movimento e/o la presenza di mezzi nautici (almeno questo era ciò che ci è stato detto) in una certa zona del retroterra della costa del Veneto orientale. Nell’apposita riunione preparatoria ed illustrativa fu deciso che per portare a termine tale speciale operazione erano sufficienti soltanto due persone: un esperto “subacqueo” che doveva immergersi ed eseguire tutte le operazioni in acqua ed il sottoscritto che doveva condurre il gommone ed eseguire tutte le operazioni di superficie. Fu deciso inoltre che l’operazione doveva essere portata a termine fra le 23,00 di un determinato giorno e le 02,00 del mattino successivo, periodo di tempo ritenuto congruo e, soprattutto, più sicuro. Ci mettemmo subito al lavoro ed eseguimmo tutta una serie di ispezione dei luoghi, diurne e notturne, che durarono circa due mesi sia per la assoluta meticolosità con la quale effettuavamo tutti i rilevamenti e tutti i rilievi sopra e sotto il livello delle acque e sia anche per la notevole distanza, dalla nostra zona di residenza, della zona in cui dovevamo operare.


Dal lungo e laborioso lavoro di preparazione, è emerso che, principalmente e prioritariamente, dovevamo individuare le più sicure vie di fuga, sia fluviali che terrestri, evitare assolutamente di essere intercettati dalle forze dell’ordine o della finanza (che effettuavano un certo saltuario servizio notturno di contrasto al contrabbando) per non dover essere costretti a giustificare la presenza a bordo del nostro gommone di uno strano oggetto metallico che aveva la preoccupante forma di un piccolo siluro, monitorare con molta attenzione detto servizio di sorveglianza per avere una grossolana idea dei diversi orari, giorni e percorsi in cui veniva di norma effettuato, costruire e collocare a priori un adeguato “corpo morto” che consentisse un ancoraggio di assoluta affidabilità, ma anche molto semplice, che desse, nello stesso tempo, tutte le garanzie per una durata nel tempo superiore al periodo di funzionamento della centralina stessa, navigare assolutamente a “lume di naso”, cioè senza apparati illuminanti.
Solamente dopo aver verificato più volte che eravamo in grado di ricordarci, a memoria e con assoluta certezza, di ogni più piccolo particolare dei luoghi, del percorso di andata e ritorno, delle vie di fuga, degli argini e della caratteristica vegetazione, decidemmo di fissare la data per portare a termine l’incarico ricevuto. L’intera operazione non ha presentato complicazioni ed è stata la logica conseguenza di una preparazione meticolosa costituita da perlustrazioni minuziose e ripetute, di giorno e di notte, lungo tutto il percorso ed in qualsiasi condizione di tempo. Fortunatamente non si sono verificati imprevisti o complicazioni e tutto è andato per il meglio con grande soddisfazione personale nostra e della nostra rete.


L’inaspettata, improvvisa e non preavvisata lettera di “congedo” con un “arrivederci e grazie”, che mi è pervenuta è stata da me considerata un ingiustificabile, inconcepibile e vergognoso “tradimento”.
Comunque preciso e sottolineo che non ho sentito minimamente la necessità di rimproverare qualcosa al mio amico che mi ha contattato preliminarmente. Era fin troppo evidente che, purtroppo, siamo stati entrambi “traditi” perché ci siamo entrambi sbagliati a riporre la nostra fiducia sulla solenne promessa del sacro rispetto dell’impegno morale assunto nei nostri confronti di non rivelare mai i nostri nomi, fattaci, in ossequio alla tradizione dell’onore militare, da chi rappresentava lo Stato Maggiore della Difesa. Secondo me, l’infame inganno non si è limitato al tradimento ma, dopo l’ “arrivederci e grazie”, è proseguito con la subdola azione tendente a convincerci che, tutto quello che ci era accaduto, lo si doveva attribuire solo ed esclusivamente al comportamento sconsiderato di un personaggio politico e non al disinteresse nei nostri confronti dei quadri di comando della Stay Behind. Purtroppo questo disinteresse è stato confermato dai fatti e riconfermato anche dalle considerazioni del nostro comandante, relative alla nostra dignità di uomini e di militari, che ha riportato, con la sicurezza di chi non teme smentite, sul suo primo libro riguardante la Gladio.

Scrive testualmente:
“Come ho già avuto modo di dire i “frequentatori”, dopo il predicozzo iniziale, venivano “imbarcati” sull’aereo, un G 222 del Servizio, con i finestrini oscurati, ”trasportati” all’aeroporto di Alghero. Qui erano “infilati” in un pulmino, anche questo oscurato, che dopo vari giri raggiungeva la palazzina “C” del CAG. Scesi a terra avevano davanti il mare aperto, immediatamente alle spalle una montagna di circa 70 metri, tutt’attorno una fitta vegetazione mediterranea. Era pressoché impossibile capire dove si era. Per qualcuno eravamo all’Elba, per altri in “Corsica” o alle Eolie, in Sicilia o addirittura all’Estero. “Pochi furbi” capivano o pensavano di essere in Sardegna, ma dove?
Io posso garantire con assoluta certezza, invece, che solo pochissimi, disorientati dallo stress provocato dal veloce susseguirsi di inaspettate circostanze e sensazioni collegate al viaggio in aereo, forse non realizzavano di trovarsi in Sardegna; tutti gli altri, in base al tempo di volo, alla posizione del sole durante il viaggio, alla sua durata e ad altri importanti indizi (volo liscio sul mare), indovinavano anche la posizione geografica della Sardegna.
Per questo comandante, quindi, noi eravamo una mandria di animali da “imbarcare” sull’aereo e non uomini che, aventi dignità pari alla sua, erano saliti da soli a bordo senza che nessuno li spingesse perché si imbarcassero; animali da “trasportare” e “infilare” in un pulmino e non degli uomini autosufficienti e dotati di autonoma capacità decisionale. Spregevolmente ci descriveva come merce da collocare e trasportare in qualche modo e non come rispettabili, affidabili e fedeli cittadini che avevano messo a repentaglio la propria vita per un fine altruistico superiore e quindi meritevoli di molta considerazione e di dovuto rispetto. Volutamente sottaceva che, con questa nostra nobile decisione e con i collegati sacrifici che affrontavamo per scelta personale, consentivamo a lui di fare il comandante di una valorosa e rispettabile struttura militare che, soprattutto per merito di noi civili, era ritenuta alla pari di tutte le altre strutture presenti che facevano capo alla NATO.
Soltanto quando si è venuto a trovare nella situazione in cui era assolutamente impossibile negare che stava parlando di uomini, allora si è sentito autorizzato ad affermare che, essendo questi suoi subalterni, non potevano essere alla sua altezza e quindi dovevano per forza essere cretini. Peccato che, nel brano sopra riportato, detto comandante dimostra di essere in realtà il contrario di quello che presuntuosamente pensa di sè stesso. Infatti, scrive che la Corsica è un’isola italiana come l’Elba, le Eolie, la Sicilia. Evidentemente è convinto e ritiene che solo per “noi” cretini la Corsica è già “Estero”, non per lui che possiede una cultura non comune.
Altro episodio che mi ha dimostrato in quale considerazione morale eravamo tenuti è avvenuto alla consegna delle copie dei nostri fascicoli. Parlo quindi dell’anno 2001, cioè dopo il proscioglimento giudiziario dei vertici militari della Stay Behind. Eravamo a Forte Braschi io ed altri due civili della Gladio. Il comandante (in borghese) del gruppo di militari che era stato incaricato di consegnarci le copie di tutti i fascicoli personali dei civili che ne avevano fatto richiesta, a consegna ultimata e fortemente convinto, anche questo, di essere al di sopra di noi comuni mortali, ci rivolse questa ingiustificabile e minacciosa frase : “Guai a voi se vi azzardate ad usare questi documenti per avanzare qualsiasi tipo di rivendicazione nei nostri confronti, ci trovereste ferocemente schierati contro di voi”.
Questi “superiori” comandanti hanno dimenticato che, nel foglio sottoscritto da tutti noi in occasione della promessa solenne, era riportato molto chiaramente questo concetto: “in ossequio alla tradizione dell’onore militare, l’organizzazione militare speciale, da parte sua, porrà in atto il più rigido sistema di sicurezza per la difesa del segreto e per la tutela delle persone organizzate, assicurando queste ultime assiduo appoggio e tempestiva protezione”.
E a noi e non solo a noi, questa loro programmata, ipocrita ed imperdonabile dimenticanza, è costata molto cara.
Chi mai poteva pensare di essere stati affidati, per svolgere uno speciale servizio nel tragico momento del sorgere e del persistere di una invasione, nelle mani di “particolari” ufficiali che vivevano una realtà immaginaria. Alcuni di loro erano anche totalmente privi di una indispensabile e formativa reale esperienza vissuta in un territorio invaso o nel quale avevano combattuto una effettiva guerra di liberazione o si era avevano svolto una particolare e reale attività partigiana di collaborazione e di appoggio alle forze armate amiche. Noi avevamo il diritto di pretendere che i nostri comandanti fossero, prima di tutto, amici sinceri ed affidabili e, in secondo luogo, competenti, preparati da esperienza diretta, cioè fatta sul campo. Insomma quanto meno all’altezza di prendere decisioni coraggiose e determinanti che ci dovevano garantire assolutamente, e a tutti i costi, appoggio, protezione e tutela del segreto che riguardava sia i nostri dati personali che quelli relativi alla struttura militare.
Invece, al verificarsi della prima complicazione di carattere amministrativo/burocratico, complicazione che erano comodamente in grado di spazzare via in breve tempo solo se avessero avuto il coraggio delle proprie azioni e la volontà di mantenere la parola solennemente data sull’onore militare, cosa hanno fatto ? Hanno immediatamente pensato bene di salvarsi il fondo schiena liberandosi di noi (in quanto potevamo rappresentare un grosso rischio data la nostra posizione di arruolati “speciali”) ed abbandonandoci al nostro destino senza alcuna spiegazione e/o disposizione ma confidando totalmente sul fatto che eravamo leali e corretti e non avremmo mai sollevato volutamente problemi o rivendicazioni nei loro confronti. Si, perché noi potevamo costituire la prova di un ipotetico reato. Infatti, durante i periodi di istruzione, noi eravamo a totale carico dello Stato perché inquadrati in una strana posizione di affidabili, fedeli e patriottici cittadini appositamente selezionati, ma anche di individui mai regolarmente inseriti in ruolo. Il che costituiva un fatto anomalo, una situazione assurda difficilmente giustificabile e/o sostenibile. Eravamo militari, colpevolmente non regolarizzati dal punto di vista del rapporto di dipendenza, che per oltre trentacinque anni, a gruppi separati, avevano usufruito di tutto ciò di cui usufruivano i nostri colleghi in servizio permanente effettivo, senza alcuna differenza di trattamento salvo quello economico. Ma, volutamente, non eravamo mai stai regolarizzati e quindi, nei periodi di istruzione, vivevamo come clandestini, “noti e fascicolati”, all’interno delle Forze Armate Italiane.
Sarebbe stata una situazione “bomba” che avrebbe stroncato la carriera di più di qualche responsabile.
Di fronte alla nostra nobile scelta, al valore immenso della nostra decisione, alla nostra promessa di fedeltà alla Patria (non per dovere militare stipendiato ma per obbligo morale di semplici ma patriottici cittadini), alla diversa sorte che ci sarebbe stata riservata (rispetto ai militari) in caso di cattura, il loro tradimento perpetrato ai nostri danni appare (e deve sostanzialmente apparire e appartenere alla storia solo sotto tale aspetto) in tutta la sua indiscutibile gravità e deve considerarsi degno della più esecrabile eterna condanna per la sua negativa valenza sul piano umano, morale, nazionale, militare e patriottico. Noi ci sentiamo con la coscienza a posto fermamente convinti di poter camminare con la testa alta di fronte a tutti per avere fatto gratuitamente il nostro dovere nell’interesse collettivo, onorando, fino in fondo e con profonda convinzione, la solenne promessa fatta di fronte a Dio e all’interno di un raggruppamento militare ufficiale che solo uomini d’onore potevano capire e, di conseguenza, non tradire.
Mi è stato riferito che sono stato fatto bersaglio, da parte di pochi ed isolati irriducibili fanatici, di volgari insinuazioni ed accusato di fantasiose posizioni politiche sovversive del sistema democratico esternazioni fatte naturalmente alle mie spalle e non di fronte a me ed alla luce del sole. Ricordo, invece, di avere avuto il piacere di ricevere le congratulazioni dirette e personali di moltissimi semplici cittadini e di avere ricevuto gratificanti apprezzamenti da parte di persone che stimavo per serietà, professionalità, onestà e senso del dovere, che poi, per mia fortuna e per mio personale arricchimento, sono anche diventate protagoniste di una sincera, profonda e leale amicizia.

In poche parole un bilancio tutto sommato altamente positivo.
Forse sono speranze vane se rapportate alla realtà dei fatti ed all’attuale situazione della nostra società, ma noi ci speriamo molto e lotteremo con tutte le nostre forze per diffondere e difendere la verità e per raggiungere due importanti traguardi.
1° – Pubblico riconoscimento dei nostri meriti da parte di chi rappresenta il Popolo Italiano.
Un pubblico riconoscimento, da parte del Presidente della Repubblica, per i nostri meriti di sicura ed indiscutibile fede italiana. Siamo stati e continuiamo ad essere genuini e volontari patrioti istruiti all’attività partigiana e portatori di reali principi di fedeltà alla Patria ed alle sue libere Istituzioni come, portatori degli stessi principi, sono stati i partigiani che hanno fatto la Resistenza con il solo scopo di garantire alla nostra Patria libertà e pluralismo democratico.
2° – Approvazione del disegno di Legge per il nostro riconoscimento di “ex militari”.
Esiste in Parlamento un disegno di legge presentato dal defunto Presidente della Repubblica Francesco Cossiga che prevede detto riconoscimento a titolo gratuito. Non sarà cosa facile ottenere l’approvazione di tale disegno di legge (la cui presentazione va però rinnovata e impostata in maniera diversa), ma noi ci attiveremo al massimo delle nostre possibilità. Siamo certi che riusciremo a trovare un Presidente del Consiglio dei Ministri che prenderà a cuore la nostra situazione e vorrà riconoscere i nostri meriti morali.

Sulla nostra legittimità vorrei rammentare a quel particolare “compagno comunista italiano che, purtroppo per lui, era soprattutto patriota sovietico”, che ci ha pubblicamente definito “Traditori della Patria” voglio ricordare che noi abbiamo validissime ragioni che ci autorizzano a gridare, con orgoglio e senza tema di essere smentiti, che abbiamo dimostrato di essere fedeli ed affidabili cittadini italiani e che ogni nostro sforzo sarebbe stato rivolto alla liberazione dell’Italia dallo straniero e non al desiderio di importare un regime autoritario alternativo. Non abbiamo accettato tale incarico dai responsabili di una determinata ideologia politica per conseguire un risultato positivo per tale ideologia a danno dell’Italia: noi appartenevamo alle Forze Armate Italiane ed il nostro compito era solo ed esclusivamente quello di collaborare con le altre componenti di dette Forze Armate e con le altre Forze Armate Alleate.
Noi siamo stati prescelti dallo Stato maggiore della Difesa e, previa nostra volontaria accettazione ed in ossequio a quanto previsto dagli artt. 52 e 54 della Costituzione, abbiamo accettato di essere arruolati in una Struttura Militare segreta e legittima delle Forze Armate Italiane e la nostra Patria era e continua ad essere l’Italia. Siamo stati addestrati per intraprendere un’attività partigiana di appoggio solo in caso di invasione e solo nel momento in cui le Forze Armate Alleate avrebbero deciso di iniziare il contrattacco per liberare la nostra Patria dall’invasore.
Questo “compagno italiano ma soprattutto patriota sovietico” sarebbe altrettanto sicuro di poter dimostrare, senza temere che qualcuno possa essere in grado di documentare il contrario, e cioè che i suoi sentimenti di fedeltà e i suoi comportamenti siano stati della stessa natura dei nostri? C’è ancora qualche fanatico che sostiene che, fra i nostri compiti, c’era anche quello di opporsi con la forza alla democratica vittoria elettorale di un determinato partito politico. E’ una accusa assurda e ridicola. E’ una tendenziosa bugia facilmente smascherabile e smentibile dalla semplice constatazione che 622, fra uomini e donne non più in giovane età, non avrebbero mai potuto in alcun modo impedire ad un partito politico, appartenete all’arco costituzionale, di governare l’Italia dopo una regolare e legittima vittoria elettorale. E’ vero che da tale personaggio “italo sovietico” e dai suoi simili noi siamo considerati migliori di loro per la nostra onestà, la nostra lealtà, la nostra capacità critica e l’indipendenza delle nostre scelte ma, attribuirci poteri soprannaturali tali da far temere che fossimo riusciti, in 622, a contrastare e ad annullare la vittoria democratica di un regolare partito politico italiano, è e rimane comunque una strumentale risibile affermazione priva di ogni umana credibilità.

Nei nostri corsi di formazione e preparazione nessuno, dico nessuno, ci ha mai accennato ad un nostro probabile impiego in tale senso, anche perché avrebbe costituito una grave offesa alla nostra intelligenza. Il principio della pluralità democratica fa parte del nostro bagaglio morale e siamo stati selezionati ed arruolati anche per questa non comune dote morale. Pertanto, in presenza di qualche eventuale irragionevole italiano che dovesse continuare a negare questa realtà, noi rispondiamo con assoluta fermezza che eravamo regolarmente, inequivocabilmente e volontariamente parte integrante delle Forze Armate Italiane. Se, per pura ipotesi, questa realtà fosse ipoteticamente negata da parte di una Autorità dello Stato, questa affermazione costituirebbe la prova inconfutabile che “qualcuno” ha commesso quel reato a cui sopra ho fatto riferimento cioè quello di avere autorizzato e permesso, con consistente aggravio per l’Erario, che un Ministero sostenesse, per lunghissimi periodi di tempo, ingenti spese per il mantenimento (vitto, alloggio, vestiario, materiali, trasferte, istruzione ed esercitazioni sul territorio) all’interno di strutture militari regolari di oltre seicento persone non regolarmente inquadrate nei ruoli di detto Ministero.
Preso atto che non sono mai stati ravvisati, da chi di competenza ed in tutti gli anni che sono trascorsi, gli estremi di quel tipo di reato a carico di quel “qualcuno”, la ufficiale ed indiscutibile nostra appartenenza alle Forze Armate Italiane è più che mai confermata, consolidata e certificata anche da tale circostanza.

Sul comportamento dei comandanti della Stay Behind. preciso che i nostri superiori militari della Gladio, in caso di invasione, si sarebbero “eufemisticamente” allontanati verso occidente. Alla luce di quello che si è verificato, è più che lecito supporre che, nella fretta di organizzare una “strategica ritirata”, si sarebbero certamente dimenticati dei nostri fascicoli a Roma (fascicoli che ci era stato garantito che si trovavano all’Estero) e noi avremmo fatto da pendaglio ai lampioni di molti centri abitati dell’Italia perché la nostra sorte, dopo un facilmente intuibile disumano adeguato speciale trattamento, sarebbe stata questa e non quella di un qualsiasi militare in divisa catturato. I nostri superiori militari della Gladio, invece che assumersi le proprie responsabilità di fronte ai politici per le garanzie che ci avevano solennemente promesso di mantenere “sulla tradizione dell’onore militare”, hanno dimostrato di possedere una certa innata propensione alla tristemente nota e collaudata “veloce fuga dalle responsabilità” ed alla peculiare specializzazione dell’immediato abbandono dei propri subalterni, come era già avvenuto nel lontano 8 settembre 1943, senza fornire loro alcuna spiegazione o istruzione. Hanno tentato di giustificarsi sostenendo che, essendosi addestrati ad affrontare un attacco da parte di un nemico esterno e non da parte di un nemico italiano interno, si sono trovati impreparati di fronte alla attività di indagine della magistratura. Poveri noi.

La triste verità, secondo me, invece è un’altra ed è facilmente intuibile da chi ha seguito con molta attenzione tutta la penosa vicenda che ha squalificato, in modo assolutamente indelebile, la nostra Patria agli occhi di tutto il mondo ed in particolare a quelli delle altre Nazioni che avevano sottoscritto i medesimi patti in ambito NATO. Mi son chiesto tante volte su chi la nostra Patria, in caso di invasione, poteva fare affidamento se non ci fossimo stati noi civili, definiti “esterni” ma oggettivamente ed indiscutibilmente più affidabili, a tenere in piedi una struttura militare segreta costituita da autentici patrioti pronti a svolgere un’attività partigiana e disposti a morire per il bene degli italiani? Su chi poteva contare la nostra Patria per organizzare e coordinare, in un territorio invaso da truppe straniere, una rete interna clandestina di veri e leali partigiani italiani pronti a operare, con la dovuta professionalità, per favorire e/o spianare il percorso alle Forze Armate Alleate nel momento in cui si sarebbe verificato il contrattacco? E’ stato doloroso aver dovuto constatare che, per tutto quello che abbiamo fatto ed eravamo pronti e preparati a fare, abbiamo dovuto subire, grazie all’ingiustificabile comportamento dai nostri superiori militari della Gladio, soltanto delusioni, umiliazioni, dispiaceri, accuse infondate, discriminazione, conseguenze negative e rischi di rappresaglie.

Cara Patria, valeva la pena di credere alla sincerità delle solenni promesse fatte da chi, per noi, ti rappresentava sul piano militare? Valeva la pena di confidare sulla loro onestà, sul loro coraggio di assumersi la responsabilità dei loro comportamenti, sull’onorabilità della loro parola, sul loro leale comportamento nei confronti di coloro che affidavano la propria vita nelle loro mani? Valeva proprio la pena di fare, con spirito di sacrificio e nell’interesse di tutti gli italiani, questa onorevole scelta di vita? La risposta la darà, ai posteri, la storia ma sarà la risposta giusta solo se nelle scuole si tornerà ad insegnare con la massima serietà, il massimo impegno e la più sincera dedizione i principi e i valori basilari che hanno animato gli eroi del nostro Risorgimento, naturalmente il tutto proiettato all’interno del più vasto scenario europeo.
Prima di chiudere queste mie memorie, vorrei dedicare due righe per ricordare e riconoscere i meriti di chi ha veramente operato, secondo il mio modestissimo punto di vista, all’interno della nostra Associazione con passione, convincimento, esperienza e professionalità per ottenere un nostro riscatto morale.
Oltre ai moltissimi nomi che non sto ad elencare ma che, sono certo, altri faranno molto meglio di me, dedico un pensiero al carissimo amico Avvocato Giorgio Brusin con la speranza che la storia lo ricordi come io lo ricordo, come io l’ho conosciuto, come io ho avuto il piacere di stimarlo. Uomo integerrimo, professionista preparatissimo e nello stesso tempo modesto, schivo, scrupoloso, attento, deciso, democratico, rispettoso, intraprendente, esperto, coraggioso nonché partigiano italianissimo della “Osoppo Friùli e, successivamente, esperto e competente Caporete della “Gladio”. Il migliore, in senso assoluto, fra tutti i presidenti dell’Associazione Italiana Volontari Stay Behind che, con i suoi interventi, alle prime tre Assemblee dell’Associazione ha gettato le basi (a Redipuglia 1993) della sua costituzione, ha esternato con civile contegno ma in maniera schietta e chiara (a Udine 1995) un civilissimo e giusto risentimento per il nostro tradimento, ha, nonostante le proibitive condizioni di salute, promesso (a Roma 1996) e mantenuto la sua collaborazione mettendo a disposizione tutta la sua professionalità e la sua ampia esperienza fino alla fine, ahimè troppo anticipata, dei suoi giorni.
Altro uomo che vorrei non fosse dimenticato è il Generale Giuseppe Cismondi, ex responsabile della zona Nord Est della Struttura militare Stay Behind, primo ufficiale da me conosciuto al Distretto militare di Udine. Tutti coloro che l’hanno conosciuto non possono che esaltare la sua onestà intellettuale, il suo paterno rispetto per il personale civile, la sua indiscutibile esperienza e il suo attaccamento alla professione scelta, il suo assoluto rispetto della verità dei fatti e la sua fedeltà al giuramento prestato alla Patria ed alle Forze Armate. Non voglio tralasciare il suo raro esempio di rettitudine ed il suo sincero ed encomiabile attaccamento alla sorte di noi civili. E’ stato infatti l’unico Ufficiale che ha voluto presenziare all’atto di costituzione della nostra Associazione, comportamento altamente significativo che ha rafforzato il nostro già grande e consolidato sentimento di gratitudine nei suoi confronti, ed anche l’unico Ufficiale che ha scritto al Presidente della Repubblica chiedendo che a noi civili fosse riconosciuto il gratuito e meritato status giuridico dei ex militari, limitatamente al periodo di prestato servizio. Inoltre, a conferma e dimostrazione dei suoi meriti che ho sopra ricordato, voglio ricordare anche che, è stato l’unico Ufficiale della componente militare della Stay Behind, che ha fatto la encomiabile libera scelta di rimanere inquadrato nei ruoli delle Forze Armate Italiane quando gli è stato proposto di transitare, con emolumenti più che raddoppiati, alle dipendenze della Presidenza del Consiglio dei Ministri. Ho voluto sottolineare la figura di quest’uomo perché merita che l’Italia lo ricordi come esempio di fedele cittadino italiano prima, e di altissimo, validissimo ed affidabilissimo Ufficiale, poi.

Infine, voglio rivolgere un invito a tutti coloro che avranno l’opportunità di leggere la raccolta, curata dall’amico Giorgio Perissin di Monfalcone, all’interno della quale troveranno queste mie righe.
Non dimenticateci, non dimenticate questi uomini che si sono dichiarati pronti ad immolarsi per la libertà della nostra Italia ed hanno costituito una continuità storica con i loro bisnonni e i loro nonni i quali hanno lottato per unificare l’Italia, e con i loro padri assieme ai quali hanno combattuto per difendere e per liberare, dall’oppressione nazifascista, questa nostra Patria che è universalmente riconosciuta, senza ombra di dubbio, come la più bella ed accogliente porzione di territorio di questo nostro pianeta terrestre. Non dimenticate inoltre che noi, superstiti della componente civile della Stay Behind italiana, riunitici in regolare Associazione, abbiamo bisogno anche del vostro aiuto e del vostro contributo per vedere riconosciuti, il più presto possibile, i nostri reali patriottici ed altruistici meriti. Il vostro aiuto può essere costituito dalla vostra iscrizione all’Associazione Italiana Volontari Stay Behind, dal vostro contributo di idee, di consigli e di collaborazione incondizionata e anche dalle vostre numerose visitazioni a tutte le pagine del nostro sito ( www.stay-behind.it ) che riporta, oltre al modo più facile per la realizzazione la vostra iscrizione, anche l’intera attività svolta dagli organi direttivi della nostra Associazione.

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