I patrioti della Stay Behind. La nostra storia. Silendo Libertatem Servo.

Un eroe silenzioso.

I patrioti della Stay Behind non cercano visibilità per sé quindi chiedono di essere citati per nome, esattamente come facevano durante la loro attività svolta al servizio della Repubblica, pronti a difenderla anche con le armi!

Luigi, classe 1934

Per il mio reclutamento nell’organizzazione sono stato contattato ben due volte. La prima nel 1962 dall’allora Sindaco Amelio che mi telefonò in banca dove lavoravo, pregandomi di passare, dopo il lavoro, nel suo ufficio in Comune dove mi espose, a grandi linee, mantenendosi molto “sulle generali”, il motivo della mia convocazione. Mi dichiarai in linea di massima d’accordo, mi informai su quando avrei dovuto essere a disposizione e mi disse praticamente da subito. Evidentemente il mio nominativo era già stato segnalato ed approvato in precedenza.

All’epoca ero sposato da soli quattro anni ed avevo due figlie in tenera età e non me la sentivo di lasciare sola la famiglia, perciò declinai la proposta riservandomi di aderire più avanti nel tempo.  Infatti nel 1965, fui nuovamente contattato, questa volta dal mio amico Livio, probabilmente sempre su incarico di Amelio, ed in quell’occasione mi dichiarai disponibile.

Contrariamente a quanto, presumo, avvenisse in questi casi, partecipai prima direttamente ad una esercitazione sui colli attorno ad Attimis e solo successivamente fui inviato a seguire il corso alla base. Avevo prestato servizio militare quale Ufficiale di complemento di artiglieria da montagna nella “Julia” e mi ero anche raffermato per un anno in attesa di trovare un impiego. Penso che il motivo che spinse Amelio e poi Livio, tutti e due alpini iscritti all’ ANA, a scegliere me, fosse la conoscenza delle mie idee, del mio patriottismo e del mio modo di pensare che avevo avuto modo di esternare nell’ambito del Groppo ANA ed anche fuori. (Livio mi conosceva dai tempi della scuola). Ma forse c’era anche un altro motivo del quale sono venuto a conoscenza solo più tardi. Dopo il “patatrac” del 1991, Amelio pensò bene di fare pulizia nelle sue scartoffie e mi disse di avere ancora la tessera n. 169 di adesione al “V.D.C.I. VIII  (Volontari per la Difesa del Confine Italiano)” con tanto di giuramento stampato sul retro, rilasciata in data 1/8/1946, a! Patriota “Piccio”, che altri non era che mio padre, chiedendomi se volessi conservarla.

 Naturalmente è ancora in mio possesso e mi è particolarmente dispiaciuto, dato che mio padre era deceduto tre anni prima, che nessuno dei due sapesse di aver fatto parte all’insaputa l’uno dell’altro, di organizzazioni clandestine che avevano lo stesso nobile scopo: difendere la nostra Patria da qualunque invasore, lui negli anni ’40/’50, in completa clandestinità, ed io negli anni ’60, però nell’ambito della N.A.T.O. Ero un ” figlio d’arte” e non lo sapevo! Ma sono certo che se mio padre ne fosse venuto a conoscenza mi avrebbe detto di “non fare lo stupido”, come mi apostrofava quando partecipavo alle manifestazioni studentesche per il ritorno di Trieste all’Italia, senza rivelarmi, però, che lo “stupido” l’aveva già fatto anche lui.

Contrariamente a quanto avveniva nel resto dell’Italia, nelle nostre zone la guerra partigiana fu  da molti intesa, non solamente come liberazione del territorio dall’occupazione tedesca, ma anche come strumento che avrebbe consentito alle truppe di Tito di occupare le nostre zone e quindi di annettere questa parte d’Italia alla “Nuova Jugoslavia comunista. Ne avevamo la prova diretta con quanto era avvenuto a Porzus.

 Scampata l’occupazione titina la tensione rimase anche dopo il 1945 e dopo la fine della guerra, basti ricordare “l’emergenza Tito” con lo schieramento delle nostre truppe ai confini nel 1954. Ecco perché il maggior numero di aderenti alla Organizzazione, me compreso, proveniva dal Friuli-Venezia Giulia. Nella nostra regione il pericolo, o perlomeno la minaccia, che qualsiasi cosa di nuovo fosse accaduta nell’Europa dell’Est, avrebbe avuto immediate ripercussioni nella nostra zona che era al confine con la Jugoslavia di Tito. Monfalcone si trovava ad una decina di chilometri, Gorizia ne era addirittura attraversata, senza parlare di Trieste che era, da sempre, il principale obiettivo del “maresciallo”. 1 due richiami ufficiali sono sempre avvenuti con regolare cartolina rosa e con l’invito a presentarmi al R.U.S. (Raggruppamento Unità Speciali) a Roma per un corso di aggiornamento tecnico-professionale come risulta dal mio stato di servizio. Ciò comportava anche il compenso previsto per il periodo e per il grado del richiamato oltre al mantenimento del posto di lavoro.

Al primo richiamo, dall’1 al 20 ottobre 1965, partii per Roma ma mi fermai ad Udine dove giunsi già al mattino del giorno precedente a quello stabilito per l’arrivo nella capitale ed Aldo, per evitare che rimanendo in città qualcuno mi riconoscesse, mi spedì, assieme a Livio e Pier Giorgio, in perlustrazione sui colli sopra Attimis dove, il mattino dopo, si sarebbe svolta l’esercitazione che aveva, grosso modo, questo supposto tattico: nella zona operava in clandestinità un gruppo di patrioti della cui presenza erano al corrente le forze dell’ordine, rappresentate nell’occasione da un reparto di Carabinieri antiguerriglia. Questi avevano il compito di dare la caccia ai clandestini che sapevano operanti nella zona e di presidiare alcuni punti strategici.

Dal nostro punto vista l’esercitazione ha avuto pieno successo in quanto siamo riusciti a raccogliere ed a portare al nostro accampamento un gruppo di militari della NATO paracadutati durante la notte, inoltre siamo riusciti a minare, in teoria a far saltare un ponte sotto i piedi delle sentinelle e, per tutta la durata dell’esercitazione non siamo stati scovati e nessuno dei nostri è stato sorpreso. Solo l’ultimo giorno, Ottone, fu fermato e dichiarato prigioniero, ma indicando l’orologio, fece notare che l’esercitazione era ormai terminata. Io ero al primo contatto con la struttura e, come già detto, non avevo ancora partecipato al corso di formazione, per cui ho avuto solamente incarichi marginali, come partecipare ai rifornimenti della Casa sicura, e a fare i previsti turni di guardia.

A tale proposito ricordo che una mattina molto presto si sono avvicinati all’accampamento due cacciatori, noi eravamo in divisa militare ma senza le stellette per cui, dopo aver dato l’alto là come una sentinella, li accompagnai attraverso il campo raccomandando loro di fare piano in quanto non era ancora stata suonata la sveglia.  Ho partecipato anche al “recupero” dei quattro paracadutisti scesi nella notte che abbiamo accompagnato al campo dopo una lunga camminata notturna. Parlavano spagnolo.

Al secondo richiamo, dal 5 al 19 giugno 1967, appena giunto alla Stazione Termini fui avvicinato e contattato, quindi trasportato in un aeroporto da dove, in aereo, venni trasferito al Centro addestramento che, solo ora lo so, si trovava in Sardegna. L’aereo era il famoso “Argo” sul quale Casson avrebbe poi ricamato le sue tesi per anni.

Altro argomento che fu per lungo tempo motivo di elucubrazioni piuttosto fantasiose da parte di una certa stampa e degli inquirenti, fu quello dei “nasco”. Io ero convinto che necessariamente dovevano esserci e trovarsi in qualche posto anche nella nostra zona, ma non posso dire nulla in proposito, perché non seppi nulla. Tornando alla base in Sardegna dove, tranne l’assoluta segretezza che vigeva su tutto, compresi gli istruttori che venivano chiamati solamente per nome, tutto si svolgeva come un normale corso di addestramento, con lezioni in aula al mattino ed esercitazioni pratiche sul campo al pomeriggio. Mi hanno molto colpito quelle eseguite con la “carica cava ” con cui, posizionando in un certo modo l’esplosivo al plastico, si riusciva a sparare a notevole distanza delle grosse schegge di metallo, come farebbe un cannone.

A nessuno di noi passò mai per la mente di chiedere qualche spiegazione in più su quanto ci veniva esposto nè, tanto meno, di conoscere meglio quelli con cui eravamo in contatto, amici od istruttori. Una cosa è stata chiaramente messa in risalto e più volte ribadita e cioè che la nostra organizzazione si sarebbe attivata solamente in caso di occupazione del nostro suolo da parte di forze militari genericamente definite “nemiche” e quindi da qualsiasi parte esse provenissero, anche se ciascuno di noi sapeva benissimo che non poteva trattarsi che delle forze del Patto di Varsavia. Alla base avevamo anche momenti di riposo e data la stagione calda, ne approfittavamo anche per fare qualche tuffo nel bellissimo mare.

Ad un certo momento i vertici decisero che non sarebbero stati effettuati richiami con cartolina ma ciascuno avrebbe dovuto partecipare ai “corsi”, mantenendo il segreto, gestendo le proprie ferie. Per alcuni di noi ciò significò, non poter aderire più ad esercitazioni di lunga durata. Per tale motivo sono state programmate ed eseguite, riunioni ed esercitazioni che si concludevano in giornata, in modo che fosse più facile trovare le necessarie coperture e giustificazioni. Io avevo sempre l’alibi dell’A.N.A. in seno alla quale avevo anche impegni di carattere provinciale che servivano a giustificare in famiglia le mie assenze serali, anche se si concludevano tarda notte.

Nel frattempo Amelio era stato sostituito a capo della rete da Giorgio.

Una delle esercitazioni effettuate riguardava una “esfiltrazione”. Ricevuti sul colle di Medea dalla rete di Cervìgnano, i personaggi da esfiltrare, questi sono stati portati in una “casa sicura”, custoditi là per due giorni e successivamente consegnati alla rete di Trieste presso la Costa dei Barbari Era chiaro che tale esercitazione necessitava anche l’intervento di un coordinamento tra le reti in quanto non vi doveva essere contatto tra le stesse e quindi lo scambio poteva essere concordato solo in modo verticale. L’esercitazione era terminata attorno alle tre del mattino e trovarsi in giro di notte, in quel periodo (erano gli anni dopo il 1968) non era certo raccomandabile, si poteva anche essere intercettati da qualche pattuglia delle forze dell’ordine in perlustrazione. Col che l’esercitazione avrebbe dovuto considerarsi un insuccesso.

Per tale evenienza eravamo stati forniti di una busta sigillata che avremmo dovuto consegnare solamente ad un Ufficiale dei carabinieri (se fermati) o restituire a fine esercitazione nel caso non fosse stata utilizzata. Immagino contenesse un numero telefonico dove si sarebbe data giustificazione della nostra presenza in quel luogo e a quell’ora. Molto diverso e certamente più complicato, invece, sarebbe stato spiegare le stesse cose in famiglia.

Vorrei concludere ricordando che sin dall’inizio “dell’avventura”, pur avendo aderito con entusiasmo in realtà avevo sempre avuto due timori. Il primo, penso comune a tutti noi, era quello che se la situazione fosse evoluta nel senso di doverci attivare temevo soprattutto per le conseguenze che ne sarebbero potute derivare alla mia famiglia. Secondo era quello che, nonostante le ripetute assicurazioni che i nostri nomi non sarebbero mai stati rivelati, fossero invece resi pubblici come poi in realtà è accaduto. Per fortuna ciò è accaduto in tempo di pace ed i nostri nomi sono finiti solamente in televisione e sui giornali.

Ricordo che stavo guardando il telegiornale e mia moglie era seduta accanto a me mentre annunciavano i nomi dei 622 Gladiatori, (era la prima volte che associai il termine Gladio alla nostra organizzazione). Io la zittii un momento, allora lei, con intuito femminile, mi chiese “Non ci sarai mica anche tu?” Così la notizia è arrivata in famiglia e mia figlia maggiore, venuta subito a trovarmi assieme al marito, ha esordito sull’uscio con: “Ciao, gladiolo”. L’appunto che in seguito mi ha sempre fatto mia moglie è stato quello di averle tenuta nascosta la mia partecipazione in tutti quegli anni.

Per me le conseguenze della pubblicazione dei nomi sono state solamente delle seccature, a cominciare dalle immediate richieste telefoniche di intervista da parte del giornale “II Piccolo” alle quali noi della rete ci eravamo messi d’accordo di non rispondere in quanto non avevamo ancora ricevuta la liberatoria che ci sollevava dall’obbligo del segreto militare, e le successive convocazioni alla Questura di Trieste e ben due volte al Tribunale Militare di Padova per rispondere ad una serie di domande alle quali il più delle volte gli stessi interroganti anticipavano le risposte. Nessun problema sul posto di lavoro, anzi mi piace ricordare che la mattina successiva alla comparsa del mio nominativo nell’elenco, due colleghi mi hanno accolto schierandosi sull’attenti e saltandomi militarmente. Purtroppo, però, non per tutti le conseguenze furono altrettanto semplici.

Del resto quelli che mi conoscevano bene e che conoscevano altrettanto bene gli altri del gruppo sapevano benissimo che nessuno di noi avrebbe mai potuto essere coinvolto in tutte quelle nefandezze con cui all’epoca, quasi giornalmente venivamo associati, tanto che ebbi invece moltissime attestazioni di stima sia da parte delle persone amiche che incontravo sia da parte di membri delle istituzioni. Il ministro Andreotti avrà probabilmente fatto lo stesso ragionamento quando, pressato dai media, dai magistrati, dalle sinistre, da buon politico ha pensato bene, nella speranza di calmare le acque, di rendere pubblici i nostri nomi certo che nulla sarebbe emerso a carico di nessuno di noi. In realtà fu così, i 622 nomi furono passati al microscopio ma risultò, con rabbia di molti, che eravamo 622 brave persone.

Questa verifica purtroppo non calmò gli animi, non poteva finire così, delusi da ciò che emergeva sempre più chiaramente, molti giornali iniziarono una campagna diffamatoria contro “Gladio ” che andò avanti per molti anni. Andreotti in quel momento, tutto proteso a salvare se stesso,  non ha minimamente tenuto alcun conto delle conseguenze per noi poveri Gladiatori, ma non ha nemmeno valutato la portata che il   fatto avrebbe avuto sulla stessa Stay Behind, dato che organizzazioni simili esistevano in altri paesi dell’Europa, in Austria, Germania e perfino Danimarca, in tutti i Paesi cioè più o meno vicini alla cortina di ferro e sulla  negativa considerazione che la NATO, e l’Europa, avrebbero avuto della nostra Italia che si era formalmente impegnata ad aderire accettando anche le clausole di assoluta segretezza ed alle quali poi non ha saputo tener fede. Contrariamente a noi poveri gladiatori che tale impegno abbiamo mantenuto sino alla fine, nonostante ci costasse mantenere il segreto in seno alla famiglia e per farlo essere talvolta costretti anche a mentire.

Non so se nel resto dell’Europa l’organizzazione è stata poi sciolta come è avvenuto da noi, certamente in nessun altro Stato ha sollevato tanto scalpore negativo, anzi i componenti, i cui nominativi sono rimasti rigorosamente segreti, sono stati giustamente considerati difensori e non certo traditori della Patria, come ci ha definiti il comunista Cossutta.

Non sono comunque pentito di aver aderito, a volte però mi sono chiesto se lo rifarei. Ora, prescindendo dalla mia età, alla luce della triste fine dell’esperienza vissuta, ma solamente per questo motivo, credo che forse ci penserei due volte.


Archivio notizie