I patrioti della Stay Behind non cercano visibilità per sé quindi chiedono di essere citati per nome, esattamente come facevano durante la loro attività svolta al servizio della Repubblica, pronti a difenderla anche con le armi!
Giogio, classe 1924
Fonte archivistica
Ho aderito allo stay behind (S/B) nella primavera del 1959 ed ho frequentato il primo corso basico in Sardegna, alla base militare di Capo Marrargiu.
Circa il reclutamento, il mio primo contatto è stato estremamente semplice; sono stato avvicinato da un Ufficiale dell’Esercito, già appartenente alle formazioni partigiane Osoppo Friuli, che era stato mio referente nella organizzazione para militare, che ha preceduto lo stay-behind, denominata dapprima “3a C.V.L.” e poi “Organizzazione O”. Trattatasi di organizzazione formatasi spontaneamente, dopo la liberazione, ad iniziativa di alcuni capi partigiani osovani; organizzazione, poi passata sotto il controllo e la dipendenza delle autorità militari della zona Friuli – Venezia Giulia.
Suo scopo principale era quello di contrastare eventuali infiltrazioni di reparti “titini”, che premevano minacciosamente sul confine orientale, e impedire possibili colpi di mano, o contrastare il supporto a tali infiltrazioni, da parte di altra organizzazione para militare, nata invece dalle formazioni partigiane comuniste.
L’Organizzazione “O” venne sciolta, sempre per disposizione dello Stato Maggiore Difesa, nell’anno 1954; Stay Behind nacque invece due anni dopo, nel 1956.
All’atto del primo contatto mi venne subito spiegato che cos’era l’organizzazione S/B, cioè un’organizzazione militare speciale, concordata e definita in sede Nato, predisposta per operare nel proprio territorio in caso di invasione di forze militari straniere (in pratica del Patto di Varsavia), e di contrastarne l’occupazione mediante azione di disturbo, sabotaggio e guerriglia.
Normalmente il contatto avveniva mediante individuazione nella zona interessata da parte di elementi militari specializzati, di persona che per serietà, pubblica estimazione, professionalità, capacità organizzative, sicura affidabilità patriottica, (soprattutto non appartenente ad aree estremiste od eversive), fosse in grado di divenire capo di una rete. Questi doveva a sua volta individuare, e quindi segnalare al Centro, persone di altrettanta affidabilità aventi i requisiti necessari per essere poi arruolati in questa speciale organizzazione.
Gli arruolandi venivano avvicinati, dopo che su di essi erano state assunte precise informazioni, cosa che poteva durare anche più di qualche mese.
Quanto a me, avevo delle buone “referenze”, avevo militato, in precedenza e per oltre un anno, nelle Formazioni Partigiane Osoppo Friuli avevo partecipato ad una serie di operazioni di guerriglia e scontri a fuoco, subendo nel marzo del 1945 l’arresto da parte delle SS, durato sino alla liberazione di Udine l’1maggio 1945).
L’unico vincolo imposto dal “contratto”, firmato al momento dell’entrata in servizio nella S/B, era quello della (reciproca) massima segretezza sull’organizzazione, sull’appartenenza a questa, e su tutte le attività che si erano svolte durante i corsi, su quanto si era appreso, e sulle esercitazioni effettuate. Durante il corso basico sono stato addestrato, fra l’altro, alla “confezione” di storie di copertura atte a mantenere segreta la mia attività. Ho militato nella S/B fino allo scioglimento della struttura.
I vincoli da rispettare erano stabiliti non solo in via orale, infatti all’atto di arruolamento veniva sottoscritta una “dichiarazione di impegno” in tal senso.
Ho aderito alla Stay Behind per le stese ragioni per le quali avevo militato nelle formazioni partigiane della Osoppo Friuli e cioè: difesa e libertà della Patria e delle sue istituzioni. Indubbiamente nella mia decisione ha influito anche l’appartenenza ad una terra di confine, il confine orientale appunto, storica porta di invasioni. (Goti, Longobardi, Unni, Turchi …)
Le mie mansioni nella struttura sono presto dette. Sono stato capo rete di una zona, corrispondente grossomodo al territorio della Provincia di Pordenone. Ero il referente di una ventina di uomini, tenevo i contatti con gli organi del Centro ed organizzavo le esercitazioni nel “mio” territorio.
Tornando ai corsi di addestramento, questi si svolgevano per la maggior parte in Sardegna, ove gli arruolati venivano trasportati mediante aerei militari “ciechi”, cioè con gli oblò oscurati; partenza da Roma oppure da un’altra località ove esisteva un aeroporto militare.
C’era un corso basico uguale per tutti: nel corso dello stesso venivano insegnati, anche mediante esercitazioni pratiche , nozioni sommarie dell’attività di guerriglia in specie e della guerra non convenzionale in genere; e cioè: uso di armi automatiche e di esplosivi, posa in opera di “nasco”, operazioni di esfiltrazione di elementi in pericolo e di infiltrazione di reparti di commando, nozioni di ricetrasmittenza, messaggi in cifra, topografia e orientamento sul terreno, nozioni di “roccia” e di paracadutismo, tecniche di propaganda, informazione e contro informazione in territorio occupato dal nemico. Poi, a seconda della predisposizione di ciascuno ai diversi settori, venivano organizzati corsi specialistici.
I corsi avevano durata da una settimana a venti giorni, compatibilmente con la disponibilità dell’arruolato, tenuto anche conto della loro complessità.
Io non ho coinvolto altri familiari come hanno fatto altri; ho moglie e un unico figlio, all’epoca piuttosto giovane, ed ho preferito lasciarli fuori.
Successivamente però ho ritenuto opportuno mettere al corrente della mia appartenenza a S/B mia moglie, sulla cui riservatezza ho potuto contare in via assoluta, di modo che da quel momento in poi non ho avuto più problemi per giustificare le mie assenze o le eventuali sortite notturne.
Mi è stato chiesto se in famiglia o presso gli amici o negli ambienti di lavoro, vi siano stati dei “costì umani o sociali” derivanti dal vincolo dell’assoluta segretezza. Con amici e conoscenti non ho mai avuto alcun problema. Essendo lavoratore autonomo, avevo la possibilità di programmare il mio tempo e far apparire le mie assenze dovute a impegni di lavoro o a brevi periodi di ferie.
La pubblicazione dei nostri nomi ha provocato, credo in tutti noi, un misto di rabbia, indignazione e sconforto. Non tanto e non solo perché abbiamo visto traditi gli impegni e le assicurazioni ricevute dal Centro, quanto perché essa è avvenuta, a mio parere, per compiacere il Partito Comunista il quale ha trasformato l’elenco dei nomi in vere e proprie liste di proscrizione e ne ha approfittato per trarne una volgare speculazione politica, Secondo me, per giustificare le proprie complicità e connivenze con le nazioni potenzialmente ostili all’Italia.
Fortunatamente non ho avuto personalmente conseguenze particolarmente negative dalla pubblicazione, se si fa eccezione per un paio di lettere minatorie, naturalmente anonime; viceversa ho ricevuto numerose attestazioni di stima e di apprezzamento da parte di molti amici e conoscenti. Ho avuto quasi un momento di notorietà a cui non ero abituato e sono stato chiamato a tenere conferenze presso circoli culturali e a partecipare a dibattiti televisivi sulle reti locali.
Circa la campagna di stampa calunniosa dei primi momenti dopo la pubblicazione dei nomi, non ho avuto fortunatamente bisogno di spiegare niente a mio figlio, che sin dall’inizio, conoscendomi, non ha creduto ad una sola parola sui nostri presunti coinvolgimenti in episodi stragisti e eversivi.
Circa i giudici che indagarono su di noi mi sono fatto un’idea assolutamente negativa per la loro offensiva persecuzione giudiziaria posta in atto da alcuni di questi nei nostri confronti, solo per “apparire”. Lo stesso dicasi per molti organi di stampa. Ho maturato il convincimento che la tanto invocata indipendenza della Magistratura e l’obiettività dell’informazione erano delle pie illusioni, e che la pratica più diffusa in Italia era quella di servire il potente di turno, o la fede politica. Potrà sembrare il mio un giudizio eccessivamente severo, ma così non è! Valgano al riguardo le due seguenti considerazioni:
Ebbene, il giudice investito della pratica ha chiuso la procedura penale con una archiviazione, motivando spudoratamente che “traditore della Patria” è sì in effetti un’espressione diffamatoria, ma che nel caso di specie, il Senatore Cossutta aveva inteso esprimere solo un giudizio politico, e che come tale non era penalmente rilevante (sic!!).
Alcuni di noi hanno ritenuto di fondare l’associazione ex S/B che è stata costituita (sono uno dei fondatori) per riaffermare le seguenti, principali finalità che ci hanno sempre sorretto. Traggo dallo Statuto:
a) riaffermare, difendere e diffondere le motivazioni ideali che, nel culto delle tradizioni patrie e nella fedeltà ai principi di libertà, di giustizia, di pluralismo democratico, ispirarono la volontaria adesione degli appartenenti alla disciolta organizzazione S/B;
b) raccogliere e riunire gli appartenenti alla disciolta organizzazione per consolidare i vincoli di fraterna amicizia e solidarietà, difenderne la reputazione e l’onorabilità contro ogni forma di denigrazione, discriminazione e persecuzione, prestando loro ogni occorrente assistenza.
Le suddette finalità hanno certamente una valenza interna, ma la prima di esse ha anche e soprattutto una valenza generale; perché, se l’opinione pubblica italiana non tornerà a credere stimabile la scelta di patrioti, di coloro cioè che si erano impegnati a contrastare nel proprio territorio occupato da eserciti stranieri la prepotenza di una dominazione imposta, a rischio della vita, allora l’intera nostra società è destinata a perire. Perderà per lo meno un valore che è tanto più nobile e forte quanto più è avvertito e diffuso nella coscienza collettiva. Ho ricoperto nell’Associazione la carica di presidente per tre anni, dal 93 al 95, e sono attualmente suo presidente onorario.
Cosa penso di questo paese ingrato? Malgrado tutto sono e resto orgoglioso di essere italiano, anche se un italiano demoralizzato. Però non ho nessuna stima né rispetto di questa classe politica, che, per opportunismo, ci ha tradito anche solo con i suoi silenzi consentendo una nostra ingiusta criminalizzazione.